Contratto europeo per il telelavoro

05/03/2002


1) Contratto europeo per il telelavoro
2) Vademecum dell’e-work
3) Per 9 milioni un posto a distanza


Prime intese tra imprese (Unice) e sindacati (Ces) su un’iniziativa pilota in sede Ue che supera la logica delle direttive
Contratto europeo per il telelavoro
Le parti concordano sull’ambito di applicazione ma resta una diversa impostazione sul valore delle linee-guida
ROMA – A Bruxelles si prova a tessere il primo contratto europeo sul telelavoro. Le novità di questo tentativo, anche se è ancora ai primi passi, sono più d’una. Innanzitutto è un banco di prova per sindacati e imprese europee che con questo accordo vogliono ritagliarsi un ruolo diverso e più forte nelle istituzioni dell’Unione. Il precedente che si vuole creare è, in qualche modo, quello di fare "da sole", emancipandosi dalla Commissione Ue e dai governi nazionali. In pratica, Unice (associazione di imprese europee) e Ces (sindacato europeo) stanno cercando di superare la logica delle direttive europee e di giocare, sulle materie che sono il loro terreno naturale di azione, a tutto campo e in autonomia. Se ora su temi come il part-time, il contratto a termine o l’interinale, si è seguito lo schema classico dell’avviso comune sollecitato dalla Commissione che poi lo recepisce in una direttiva, a sua volta trasposta nelle leggi nazionali, questa volta il meccanismo gira al contrario. Sono cioè le parti sociali europee (Unice e Ces) che volontariamente hanno deciso di fare un accordo che eserciterà i suoi effetti direttamente nelle contrattazioni di ciascun Paese, senza bisogno di ulteriori passaggi legislativi europei o nazionali. L’altra novità è che si tratta del primo accordo interconfederale. Questo vuol dire un passo ulteriore rispetto al contratto sulle telecomunicazioni, perché ora in ballo ci sono regole trasversali che interesseranno tutte le categorie produttive dove si ricorrerà allo strumento del lavoro a distanza. Tra l’altro, la trattativa si sta volgendo in un clima particolare, preceduto da almeno un insuccesso forte per le relazioni industriali europee: il fallimento del negoziato sull’interinale. Anche il cammino di questa trattativa è in salita. Il punto di maggior conflitto tra le parti è se questo accordo dovrà avere valore vincolante, quindi assumere le forme di un vero e proprio contratto europeo che "estende" la sua efficacia in quelli nazionali (come chiede la Ces), oppure se disegnerà solo principi e linee-guida non vincolanti (come chiedono le imprese europee). «Come Unice – spiega Giorgio Usai che per Confindustria segue la trattativa a Bruxelles – vorremmo che questo accordo rientrasse nella logica delle soft-law, cioè norme leggere o linee guida senza valore cogente. Vorremo, cioè, configurarlo come un codice di condotta, piuttosto che come contratto. Quello che perseguiamo è di superare la logica delle Gazzette Ufficiali, del sovraccarico di norme a tutti i livelli, europeo, nazionale e locale che si abbatte sul rapporto di lavoro». Nell’ultima riunione a Bruxelles, si è deciso di andare avanti e di lasciare la questione del "metodo" all’ultimo punto del negoziato. «Non ha senso trattare – dice Walter Cerfeda della Cgil che in sede Ces rappresenta anche la Cisl e la Uil – se poi quello che si decide non ha alcun valore e alcun effetto pratico nelle contrattazioni di ciascun Paese. Sia la Ces sia l’Unice dovrebbero invece impegnarsi per far applicare le regole fissate in sede europea; se così non sarà, allora che intervenga la Commissione con una direttiva. Sarebbe però una grande occasione sprecata per dare maggiore forza al dialogo sociale europeo». Si ricomincia domani a Bruxelles: accantonata la questione di metodo si passa infatti ai contenuti. Sull’ambito di applicazione è stata già raggiunta un’intesa, è quasi fatta anche sul carattere di volontarietà del telelavoro (manca però da definire un punto delicato, la recedibilità del telelavoratore), mentre è tutta da fare la parte più ostica: le condizioni di lavoro, cioè orario, tempi di lavoro e di riposo, ferie. «Ritengo – dice Cerfeda – che essere passati a trattare sui contenuti ci abbia non solo fatto superare l’impasse sulla definizione giuridica da dare all’accordo ma, se non romperemo sulle questioni di merito, con più facilità si potrà trovare un’intesa anche sul metodo». Il telelavoro può quindi essere un punto di partenza inedito per le relazioni sociali europee che sulle nuove forme di lavoro si giocano la sfida più importante: decidere o cercare di influenzare le decisioni della politica.
Lina Palmerini
VADEMECUM DELL’E-WORK
Il telelavoro: ovvero «un lavoro svolto a distanza, attraverso l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che permette di superare le limitazioni dovute alla localizzazione fisica». A dare questa definizione di lavoro a distanza è il Manuale sulle best practice del telelavoro, redatto dalla Sit (Società italiana telelavoro). Esistono diverse tipologie di telelavoro. – Telelavoro a domicilio. In questo caso, il lavoratore, sia che svolga un’attività dipendente (home based) o un lavoro autonomo (soho), utilizza strumenti come il telefono, il computer, il fax e il modem svolgendo i suoi compiti da casa. – Telelavoro in centri satellitari. Questa modalità dà la possibilità all’impresa di delocalizzare parte della propria attività in aree distanti dalla sede centrale. Una scelta che può essere motivata da esigenze strategiche, gestionali o operative. – Telelavoro da centri di lavoro comunitario. Il lavoro a distanza viene svolto presso strutture fornite di tecnologie telematiche, con una serie di servizi qualificati di assistenza e di supporto agli utenti. – Telelavoro office-to-office. Consiste nell’esercitare un lavoro di gruppo, mettendo in collegamento il lavoro svolto da uffici distanti geograficamente oppure singoli professionisti. Grazie all’utilizzo di Internet e di videoconferenze, il gruppo può scambiarsi opinioni, idee e progetti.
Per 9 milioni un posto a distanza (720mila in Italia)
(NOSTRO SERVIZIO)

MILANO – Telework, telecommute o e-work. Sviluppatosi in modo consistente all’inizio degli anni ’90, il telelavoro ha conosciuto in Europa una progressiva accelerazione e diffusione tanto che, secondo le ultime rilevazioni, i telelavoratori europei sono 9 milioni pari a circa il 6% della forza lavoro complessiva. Tra questi la metà circa – a fornire queste cifre è il Manuale sulle best practice del telelavoro redatto dalla Sit (la Società italiana telelavoro) – operano da casa, mentre 2,3 milioni hanno un ufficio mobile. Rispetto al precedente monitoraggio, datato 1994, i numeri indicano un deciso balzo in avanti: i telelavoratori sono passati, infatti, da poco più di un milione, concentrati per il 50% in Gran Bretagna, agli attuali 9 milioni. Il primato spetta ora alla Germania che ne conta oltre 2,1 milione. Da registrare lo sviluppo dei Paesi Bassi (i lavoratori a distanza sono aumentati di 40 volte), della Danimarca, ma anche dell’Italia, dove è stato registrato un aumento del 800% negli ultimi 5 anni. Se, infatti, nel 1994 i telelavoratori italiani rappresentavano solo lo 0,5% della forza lavoro nazionale, attualmente questa percentuale supera il 3%, pari a circa 720mila lavoratori. Di questi 315mila lavorano a casa per almeno uno o due giorni a settimana, 90mila sono telelavoratori autonomi che hanno l’ufficio a casa, 270mila sono telelavoratori mobili e, infine, 135mila telelavorano occasionalmente. «Pur trattandosi nel complesso di numeri elevati – chiarisce il Manuale sulle best practice del telelavoro – la penetrazione del lavoro a distanza in Europa è, però, ancora inferiore ai valori di altri continenti: i telelavoratori negli Usa ammontavano, infatti, a circa 15,7 milioni e a 2,09 milioni in Giappone». Le ragioni di questo sviluppo a metà? Molteplici, almeno secondo i risultati di una ricerca basata su questionari distribuiti a oltre 4mila dirigenti. In testa, per 62 manager su 100, i problemi di sicurezza delle comunicazioni. Seguono i problemi legati alla tecnostruttura aziendale: il 56% dei manager interpellati dallo studio conosce poco del telelavoro e per il 53% gestire il personale «distante» costituisce un problema. Per il 55%, infine, c’è il rischio concreto che «senza gli strumenti organizzativi e una cultura imprenditoriale adatta il lavoro possa risentirne in qualità e produttività». Quanto alla distribuzione per settori, la maggiore diffusione (8,5% degli addetti) riguarda il terziario privato, in coda la pubblica amministrazione, la scuola e i servizi sociali alle persone. I dati, inoltre, sulla presenza di televoratori nelle aziende presentano forti differenze territoriali: «In Finlandia – spiega lo studio della Sit – quasi un’impresa su due ha almeno un telelavoratore, seguono la Svezia e il Regno Unito (il 43% delle aziende ha dei telelavoratori), ai minimi l’Italia (15%) e la Spagna (18%)».
Serena Uccello

Martedí 05 Marzo 2002