«Contratto auto» stile ’800, Cisl e Uil contro la Fiom

14/12/2010

Fumata nerissima. L’incontro tra i segretari di Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm si è concluso ieri lasciando le posizioni di ognuno intatte, com’erano al punto di partenza. Cuore della discussione le richieste della Fiat: un «contratto auto» fuori dalle regole di Federmeccanica (l’associazione delle imprese metalmeccaniche) e Confindustria. Chiave della «restaurazione», nella strategia del Lingotto, le newco, nuove società costituite ad hoc – «a progetto»,
scherza qualcuno – per ogni singolo stabilimento emodello di auto. Il punto fondamentale è però politico: Marchionne vuole – «deve », nella sua idea di produzione – eliminare tutti i sindacati che non sono preventivamente d’accordo con quel che l’azienda impone. E quindi serve una disdetta degli accordi che regolano le Rsu (rappresentanze sindacali unitarie, a livello di posto di lavoro). Oggi le regole dicono che per avere diritto a presentare liste di candidati delegati occorre essere firmatari di un accordo oppure raccogliere le firme di almeno il 5% dei dipendenti. Questo punto, ormai è chiaro, è quello che la Fiat vuole cancellare, togliendo così agibilità sindacale al più grande e radicato dei sindacati metalmeccanici: la Fiom. E su questo, ieri sera, la Marcegaglia ha spalancato un portone, dicendo che «ci sono regole che vanno cambiate», con esplicito riferimento proprio all’accordo sulle Rsu. Un punto che rischia di costringere tutta la Cgil a muoversi in difesa dei metalmeccanici, visto che a questo punto a nessun sindacalista sarebbe più garantito il diritto di fare il suo mestiere. Cisl eUil ribattono naturalmente che «faremo l’accordo e salveremo Mirafiori », come se l’unico modo di «salvare» gli stabilimenti sia lasciar massacrare chi dentro ci lavora. E non fanno nessuna resistenza all’idea di un contratto per l’auto che, in Italia, vuole dire un contratto Fiat a parte. L’unica accortezza è quella di definire questa resa una semplice «deroga particolare » al contratto nazionale. Cosa che la Fiom, per bocca del segretario generale Maurizio Landini, considera una semplice «foglia di fico per negare la cancellazione del contratto nazionale». Del resto, l’intesa di massima tra Marchionne e Marcegaglia, in quel di New York, prevede esplicitamente che Fiat esca «temporaneamente » da Confindustria in modo da raggiungere più speditamente le condizioni contrattuali richieste. Poi, quando tutte le imprese italiane avranno riscritto le regole insieme «a chi ci sta», allora non ci sarà problema per rientrare. La spaccatura tra i sindacati, perciò, non è né tattica né momentanea. La posta in gioco è la possibilità stessa di «fare sindacato» liberamente in questo paese. E’ la rottura del «patto tra produttori» (o «compromesso keynesiano») che ha governato i rapporti tra imprese e lavoro nell’Europa del dopoguerra. Nella visione di Marchionne il lavoro è una merce come le altre: se non si fa trattare come tale, si va da un’altra parte. Landini, finito l’incontro, ribadisce che certi «diritti sindacali» non appartengono a nessuna organizzazione particolare: sono semplicemente «diritti indisponibili» che appartengono ai lavoratori (come quello di sciopero, che Fiat vorrebbe sanzionare con il licenziamento). Per questo, spiega, «abbiamo scritto formalmente a Federmeccanica, Cisl e Uil perché si attivi un tavolo su democrazia, diritti», ecc. Non è solo «resistenza», però. La via d’uscita «non sta nella frammentazione della rappresentanza, nel creare un altro contratto più piccolo affianco a tutti gli altri». La direzione da prendere, secondo la Fiom, è quella di «un contratto nazionale di tutta l’industria», con poi un «secondo livello» articolato per filiere, siti, stabilimenti, ecc. Resta il problema, anche questo politico: «in nessun paese del mondo civilizzato, o almeno in Europa, c’è la possibilità che una singola impresa detti tutte le condizioni senza nemmeno mostrare un piano industriale». Anche perché, dopo tre anni di crisi, sembra chiaro che sulmercato «è stata
forse la Fiat a sbagliare i conti». Diceva che «i suv non si possono fare» e ora vuole produrli; che ci sarebbero state tante chiusure («ma chiude solo Termini»), che era meglio aspettare la «ripresa». Ora sono i concorrenti a farsi spazio, presentando molti nuovi modelli e conquistando quote. Senza tagliare diritti né lavoro; anzi, Volkswagen pensa di assumere 50.000 persone.