“Contratti” Scala mobile morta 20 anni fa

08/06/2005
    mercoledì 8 giugno 2005

    ECONOMIA ITALIANA – Pagina 16

    Scala mobile morta 20 anni fa
    ma c’è chi pensa di recuperarla

      MASSIMO MASCINI

        ROMA • Roberto Maroni, ministro del Welfare, ha fatto tremare i polsi al variegato mondo delle relazioni industriali. Motivando l’opportunità di una revisione del modello contrattuale ha recentemente sollecitato una durata dei contratti non più biennale, per la parte salariale, ma quadriennale. E per addolcire la sua proposta rispetto a chi teme una perdita del potere di acquisto dei salari, ha fatto riferimento alla possibilità di prevedere una crescita automatica delle retribuzioni nel corso del quadriennio.

        In realtà, un meccanismo del genere c’era, si chiamava scala mobile e per spazzarla via dal sistema delle relazioni industriali sono stati necessari almeno dodici lunghi anni di duro lavoro. Si cominciò nel 1981, quando per la prima volta timidamente le confederazioni sindacali cominciarono a dire che sì, forse era possibile pensare a un alleggerimento del sistema della scala mobile, fino a quando definitivamente nel 1992 quel sistema è uscito di scena. E proprio venti anni fa, il 9 giugno del 1985, si consumò l’atto politicamente più forte di questa lunga storia, si tenne il referendum che doveva sancire la conferma o la cancellazione dell’accordo di San Valentino che un anno prima aveva eliminato tre punti di scala mobile.

        Una battaglia durissima. Qualcuno aveva avuto la tentazione di mandare in malora il referendum inducendo chi era contrario al quesito ad astenersi, pratica adesso molto di moda: ma allora si decise di andare fino in fondo, di far scontrare i sì e i no per vedere l’Italia da che parte stava. Alla fine prevalsero i no e gli effetti dell’accordo dell’anno prima restarono in vigore. Gli sconfitti furono i comunisti del Pci, che quel referendum avevano fortissimamente voluto. Contro di loro si schierò la gran parte degli italiani. Eppure un risultato del genere sembrava impossibile.

        Il quesito infatti era tale che nessuno avrebbe potuto pensare che la risposta corale delle urne fosse negativa. L’anno prima l’accordo di San Valentino aveva tagliato tre punti di scala mobile. O meglio li aveva tagliati un decreto legge del Governo sulla base di un accordo che era stato firmato da Confindustria, Intersind e Asap per la parte datoriale, da Cisl e Uil per quella sindacale. La Cgil non aveva firmato, nonostante la componente socialista di questa confederazione, guidata da Ottaviano Del Turco, fosse d’accordo con Cisl e Uil. I comunisti della Cgil si erano impuntati e non avevano dato il loro assenso. In realtà, Luciano Lama, che della confederazione era il segretario generale, non era contrario alla ratio di quell’accordo. Ma dovette piegarsi al diktat del Pci che non voleva saperne di un atto che considerava contrario alla sua linea politica, soprattutto in aperta violazione della mai scritta ma fortissima norma per cui in materia di lavoro nulla si faceva se non con l’assenso del Pci. Bettino Craxi, presidente del Consiglio, aveva sfidato il Pci con l’accordo di San Valentino e doveva essere sbugiardato. Sembrava una passeggiata. Si trattava di chiedere agli italiani se erano d’accordo a eliminare un decreto che aveva tolto dalle loro tasche dei soldi. Come a chiedere loro: volete che vi restituiamo quei quattrini? Tutti avrebbero detto di sì. E invece dissero di no. Incredibile.

        Ci riuscì Craxi, e soprattutto ci riuscì Pierre Carniti, il segretario generale della Cisl, che quell’accordo aveva fortissimamente voluto e lo difese anche dal letto d’ospedale dove un’ischemia lo aveva costretto in quelle terribili settimane. Ci riuscirono perché convinsero gli italiani che votando per il sì avrebbero sì rimesso nelle loro tasche qualche decina di migliaia di lire, ma avrebbero ridato fiato a un sistema, quello della scala mobile, che, così com’era, senza quell’intervento operato dall’accordo di San Valentino, sarebbe stato deleterio per la tenuta del potere di acquisto dei salari. Era in ballo quella politica che allora prendeva il nome di decisionismo e che il presidente del Consiglio, il primo socialista a Palazzo Chigi, voleva imporre a tutto il Paese.
        Vinsero i no, ma perse il sindacato, tutto il sindacato, quello che aveva votato sì e quello che aveva votato no. Perché la mano era passata alla politica, ai partiti politici.

          Fu letta come l’ennesima prova della debolezza del sindacato anche la decisione della Confindustria che alle 14 in punto del lunedì 10, nel preciso momento in cui le urne erano ormai già chiuse, ma l’esito del referendum ignoto, dette la disdetta all’accordo della scala mobile. Luigi Lucchini, il presidente degli industriali, spiegò che in quel modo si voleva solo riaprire un dialogo per far tornare la parola alle parti sociali attraverso un negoziato. Ma nel sindacato il suo gesto fu preso come un attacco.