Contratti, riforma a ostacoli

02/11/2004

            martedì 2 novembre 2004

            sezione: ECONOMIA ITALIANA – pag: 17
            P OLITICA DEI REDDITI • Il Cnel: i rinnovi coinvolgono quasi 350 categorie in rappresentanza di 14 settori
            Contratti, riforma a ostacoli
            Sindacati uniti sulla necessità di una semplificazione e di un accorpamento ma divisi sul modo del riassetto I meccanici aprono all’ipotesi di un unico tavolo per l’industria I tessili: serve un progetto innovativo, discutiamo di «filiera»

            SERENA UCCELLO

            MILANO • Il mestiere della contrattazione non conosce orari, si sa, spesso costringe ad estenuanti no-stop notturne, ma soprattutto è un lavoro continuo, ripetitivo, incessante, giorno dopo giorno per tutto l’anno, fatta eccezione naturalmente per ferie e festivi. Il mestiere della contrattazione era in passato una fra le diverse attività dei sindacalisti. Col tempo si è trasformato in una vera e propria professione. Colpa, certo, delle lungaggini legate alla macchina contrattuale ma colpa soprattutto di quella galassia contrattuale che ha polverizzato la contrattazione nazionale in centinaia di categorie. A contarle ci ha provato l’Istat che ne ha individuate 270, prendendone però in considerazione 76 per le sue rilevazioni trimestrali sulle retribuzioni. Più lungo l’elenco del Cnel che ne ha registrate 348 precisando: «Questi sono però solo quelli che risultano a noi».

            Oltre al numero, a sorprendere è anche la frammentazione dei settori, in qualche caso al limite delle bizzaria. E allora, passi pure che nel comparto "Poligrafici e spettacolo" i dipendenti dell’editoria hanno un inquadramento diverso da quelli del cinema, ma quale differenza può esserci tra chi lavora nelle "Scuderie Cavalli da Corsa al Galoppo" e chi invece è impiegato nelle "Scuderie Cavalli da Corsa al Trotto"? Sul fronte opposto, dal punto di vista delle somiglianze cioè, appare bizzarro allo stesso modo vedere nell’elenco dei contratti del commercio la categoria dei "Parrucchieri" affiancata ai "Centri di elaborazione dati". Anche il trasporto con una cinquantina di categorie riserva curiose sorprese con il singolare accostamento tra il contratto degli elicotteristi e quello delle pompe funebri.


            Trecentocinquanta contratti, sono tanti, troppi, dicono i sindacati: serve una razionalizzazione. E per una volta, in una fase come quella attuale in cui sui temi della riforma contrattuale Cgil, Cisl e Uil sembrano faticare a trovare un’intesa, sono tutti d’accordo sulla necessità di una «semplificazione».


            Ma se sull’obiettivo finale le posizioni sono unanimi, è sulla strada da percorrere che le strategie si diversificano. «Una razionalizzazione — dice Raffaele Bonanni, segretario confederale della Cisl — è necessaria.

            Questo però non significa che debba avvenire di colpo. Si tratta di procedere con pazienza avviando il confronto non solo all’interno delle confederazione ma anche tra i lavoratori». La prima questione da risolvere in un’ottica di semplificazione, e quindi di accorpamento, è la salvaguardia della specificità dei singoli profili. «Si può ipotizzare — continua Bonanni — di unificare con il primo livello e di approfondire gli aspetti più specifici con il secondo livello, sia esso territoriale o aziendale».

            Un percorso simile è quello che individua Gianni Baratta, segretario generale della Fisascat-Cisl che dice: «Al contratto nazionale potrebbe spettare la definizione dei diritti, tutto il resto potrebbe essere lasciato al secondo livello (territorio o azienda). Questo modello per funzionare richiede però che accanto a un primo livello, generalissimo, ci sia un secondo livello fortemente strutturato. In caso contrario c’è il rischio di formulare un sistema che non riesce a dare risposte a nessuno».
            Lo snellimento della macchina contrattuale fa leva sulla capacità dei sindacati di individuare ipotesi di lavoro innovative. Ma non solo: «Uno sforzo — dice Baratta — devono farlo anche le associazioni datoriali. Per il comparto del turismo, ad esempio, abbiamo quattro contratti diversi: con Confcommercio, con Confsercenti e due con Confindustria. Spesso siamo in presenza di duplicazione da parte delle associazioni datoriali, dove ognuno vuole contare».


            E che la semplificazione del sistema riguardi strettamente il mondo delle imprese è l’opinione anche di Gianni Ursotti, segretario nazionale della Fit Cisl che spiega: «Semplificare i contratti significa impedire operazioni di dumping sociale».


            Su questo punto Carla Cantone,segretario confederale della Cgil dice: «Il processo di semplificazione non è facile e per essere portato avanti necessita della volontà dei sindacati ma anche delle parti datoriali: essere titolare di un contratto rappresenta infatti un modo per legittimarsi nel mondo delle relazioni industriali. L’obiettivo finale certo sono i grandi contratti di settore, ma bisogna procedere con gradualità, avviando prima il confronto all’interno delle singole categorie. Bisogna partire dal basso, viceversa restiamo ancora impantanati senza ottenere risultati. In fondo sono 15 anni che parliamo di questi temi».


            Un dibattito articolato che si intreccia con quello sulla riorganizzazione del sindacato. Così, parallelamente all’unificazione dei tavoli contrattuali si potrebbe procedere con un accorpamento delle categorie all’interno delle confederazioni. A parlarne è Gianni Rinaldini,segretario dei meccanici della Cgil che cita l’esempio tedesco e dice: «Il contratto dell’industria? È un’ipotesi credibile.


            Si dovrà andare avanti con una serie di successivi accorpamenti, prevedendo, in questo processo, norme che salvarguardino le necessità specifiche delle diverse figure professionali». Come? «Attraverso il progressivo apparentamento dei profili — dice Adriano Musi, segretario confederale Uil — così come è accaduto per il contratto delle telecomunicazioni. Bisogna cioè capire quali sono i settori limitrofi, individuare le figure professionali di confine, armonizzare cioè senza mortificare le specificità, evitando che l’omogeneizzazione diventi un modo per risparmiare sui costi del contratto».


            Il macrocontratto dell’industria non piace invece molto alla segretaria dei tessili della Cgil, Valeria Fedeli, che però specifica: «Il punto non è essere d’accordo o meno ma piuttosto chiedersi a cosa ci serve il contratto dell’industria. La vera questione è che serve piuttosto una politica contrattuale dell’industria. Bisogna cioè ragionare in modo innovativo sulla filiera produttiva. Facciamo un esempio: la concia rientra fra i contratti della chimica, la concia è però anche la parte a monte della mia filiera, risente cioè delle stesse problematiche del mio settore. Lo stesso discorso vale per la distribuzione e la commercializzazione dei prodotti».


            Il quadro a questo punto si fa chiaro, le strategie sul campo sono due: razionalizzazione nella prospettiva del comparto oppure razionalizzare nell’ottica della filiera. Con una terza opzione, quella proposta da Gianni Ursotti: «Un’altra ipotesi potrebbe essere il territorio o l’area. Emblematico a questo proposito il caso degli aeroporti: quanti sono i contratti che inquadrano il personale che vi lavora? Decine, nessuno li ha mai contati. Con il risultato che quando sciopera anche una sola categoria si ferma tutto».