Contratti, prove di revisione

21/11/2000

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Martedì 21 Novembre 2000
italia – lavoro
Sindacati divisi sulla riforma del sistema: Cisl e Uil insistono per modificare il peso dei livelli.

Contratti, prove di revisione.
Cgil: va rafforzato l’accordo nazionale.
Artigiani e commercianti: meglio il modello regionale

ROMA È durata poco l’unità con cui il sindacato confederale ha risposto alla provocazione intellettuale di Tommaso Padoa Schioppa sulla «nocività» del contratto nazionale. Appena Sergio Cofferati e Claudio Sabattini hanno tradotto la loro posizione in un rifiuto netto di qualsiasi modifica all’impianto contrattuale sono tornate le differenze di valutazione, le posizioni si sono sfumate, sono fioriti un’altra volta i distinguo. Perché i due esponenti della Cgil hanno dato una spiegazione tutta politica della loro fermezza, parlando di un attacco sferrato dalla destra politica e forse anche economica contro il sindacato e contro il contratto nazionale. Una spiegazione nella quale evidentemente, nonostate le preoccupazioni che anche i leader di Cisl e Uil possono avere, questi non si sono ritrovati.

A Cisl e Uil scotta soprattutto che a casa Cgil si metta in dubbio la loro volontà di difendere il contratto nazionale. «Nessuno — ribadisce con forza Savino Pezzotta, il segretario generale in pectore della Cisl — vuole superare il contratto nazionale, ma noi vogliamo ragionare come rimodulare il rapporto che esiste oggi tra il contratto nazionale e quello aziendale o territoriale che sia». «Dobbiamo capire — aggiunge Luigi Angeletti, il segretario generale della Uil — se modificando qualcosa dell’impianto contrattuale si indebolisca il contratto nazionale o invece, rendendolo più adatto all’obiettivo suo naturale, la difesa degli interessi dei lavoratori, ne esca rafforzato. Io credo che restando fermi alla versione del 1993 daremmo una mano ai detrattori del contratto nazionale, a coloro che vogliono indebolirlo».

Questo non significa che non ci sia preoccupazione per lo sviluppo delle relazioni industriali. Angeletti, per esempio, è il primo a dirsi preoccupato. «Vedo — afferma — tutti i presupposti per una crescita della conflittualità sociale. Le previsioni economiche che formuliamo noi e quelle degli imprenditori sono profondamente diverse, come differenti sono le ricette che noi e loro indichiamo per ottenere un aumento della produttività. Vedo tanti imprenditori insistere per un più rigido controllo dei prezzi, ma questa è una sciocchezza — insiste — la strada da battere è un’altra, così precipitiamo verso una fase di acuto scontro sociale».

Pezzotta è meno preoccupato. Si rende conto che è in atto una dialettica forte tra le parti sociali, ma non la reputa più pericolosa di quanto non avvenga normalmente in occasione della partenza di una stagione contrattuale, come tale sempre pericolosa e difficile. Per questo cerca di restare attaccato a terra. «Nessuno — afferma — cerca il Far West, vogliamo solo mettere in piedi un sistema che risponda alle esigenze effettive dell’economia e soprattutto vogliamo che i diversi livelli contrattuali siano tutti effettivamente esigibili. Ci importa più trovare un elemento di mediazione che irrigidirci in una sterile contrapposizione».

Il punto è che non è più un discorso teorico questo dei contratti, perché la trattativa per il secondo biennio dei metalmeccanici è alle porte, per le regole del 1993 la trattativa dovrebbe essere già decollata da parecchio, mentre invece i tre sindacati sono ancora molto indietro, non c’è nemmeno certezza che si arrivi a una piattaforma rivendicativa unica. Angeletti si rende conto che è un problema particolare, tutto interno al sindacato, ma non per questo crede sia meno pericolosa. A suo avviso la decisione della Fiom di chiedere anche al livello nazionale la distribuzione di un po’ di ricchezza prodotta dall’incremento di produttività non è formalmente vietata dall’accordo di luglio, ma certamente inusuale nella tecnica sindacale.

Nasce di qui la necessità di avere maggiore certezza almeno sull’impianto contrattuale. Ma anche da parte imprenditoriale non sono state ancora prese decisioni precise. Guidalberto Guidi, consigliere incaricato di Confindustria per i problemi sindacali, ancora la settimana passata dichiarava come sia certamente necessario correggere quanto prima le «distorsioni del sistema contrattuale», come le ha chiamate, affermando al contempo che non è ancora chiaro quale sia la strada giusta. «L’unica cosa sicura — ha detto — è che a percorrere questa strada occorre essere in due».

Più chiare le idee degli artigiani. Ivano Spalanzani ricorda come in maggio la Confartigianato abbia dato la disdetta all’accordo del 1993 che aveva fissato le norme contrattuali. «Il sistema regionale — afferma il presidente della confederazione degli artigiani — è il più opportuno, non siamo più al 1948, il mondo è cambiato». Gli pesa però di non essere stato seguito da nessuno in questa battaglia. «Abbiamo fatto da apripista — sottolinea — pensavamo che ci sarebbero venuti tutti dietro, lo avevano anche detto, ma non è stato così, almeno non fino a ora, non capisco perché».

Il livello migliore sembra comunque essere quello territoriale, difeso anche dai commercianti. «Se diamo maggiore spessore alla contrattazione regionale — afferma Carlo Mochi, il capo dell’Ufficio studi della Confcommercio — abbiamo uno strumento in più per recuperare il divario tra Nord e Sud, altrimenti saremo sempre costretti a intervenire in seconda battuta, ma pagando questa lentezza».

Massimo Mascini