“Contratti” Montezemolo: basta alibi

23/01/2006
    sabato 21 gennaio 2006

    Pagina 13 – Economia

      Appello del presidente Confindustria. Bombassei chiama a un tavolo i tre leader sindacali

        Montezemolo: basta alibi
        ora riformiamo i contratti

          Il gelo di Epifani: non subito, abbiamo il congresso

            ROBERTO MANIA

              ROMA – «Ora non ci sono più alibi per affrontare la riforma del sistema contrattuale», dice Luca Cordero di Montezemolo. Il rinnovo dell´accordo per i metalmeccanici significa anche questo per il presidente della Confindustria. Significa che dopo un anno e mezzo da quel 14 luglio del 2004 quando il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, si alzò dal tavolo mettendo prematuramente fine al confronto sulla competitività e sulla riforma delle relazioni industriali (soprattutto perché incombeva il contratto principe dell´industria), si può tornare al tavolo a ricercare le ricette per far ripartire l´economia. È questo il fulcro del ragionamento che il leader degli industriali ha cominciato a fare con i suoi più stretti collaboratori subito dopo la sigla del nuovo contratto. Mentre il suo vice Alberto Bombassei ha telefonato già ieri a Guglielmo Epifani, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti perché presto si possa riprendere il dialogo. Ma la risposta di Epifani non sarebbe stata incoraggiante: «Uno scambio di idee va bene, ma la Cgil è molto impegnata nel dibattito congressuale», avrebbe detto.

              Eppure Montezemolo non vuole parlare di sfida ai sindacati ma di «messaggio forte» sì, di un´«apertura di credito» alla quale – si augura – possa seguire una «risposta importante» da parte di Cgil, Cisl e Uil. Lui ha scommesso su quel rinnovo. Perché la «modernizzazione» delle relazioni sindacali non può non essere uno dei tasselli per ridare credibilità al sistema-Paese, ferito da Bancopoli; per riattrarre gli investimenti esteri, crollati negli ultimi anni; per accrescere la produttività, così lontana da quella dei nostri competitori. Il contratto dei metalmeccanici, allora, è il primo passo. «È stato tolto di mezzo un ostacolo, ma i problemi sono rimasti tutti intatti. Non si possono non vedere. Ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, altrimenti la forbice con gli altri Paesi finisce per allargarsi». E "gli altri", questa volta, non sono né la Cina né l´India. Montezemolo guarda alla Francia, alla Spagna, alla Germania. «Lì stanno innovando», spiega ai suoi, «ciascuno seguendo una propria via: chi punta su una diversa modulazione dell´orario di lavoro, chi su una maggiore flessibilità del lavoro in entrata o in uscita. In tutti i casi l´obiettivo è l´aumento della competitività e del tasso di produttività. Insomma gli altri si stanno muovendo, mentre noi stiamo fermi». Per la verità, bisognerebbe dire "ancora" fermi: dal 2000 a oggi, infatti, la produttività del lavoro nel settore dell´industria in senso stretto è diminuita in Italia dell´1,4 per cento, mentre è cresciuta del 10 per cento in Germania e del 12 per cento in Francia.

              Il contratto dei metalmeccanici, dunque, ha chiuso un capitolo, quello salariale, ma ha lasciato aperti gli altri, a cominciare da quello della flessibilità, la cui soluzione è stata affidata ad una commissione bilaterale. «Ma ora – è convinto Montezemolo – vanno assolutamente cercate le soluzioni». E la riforma degli assetti contrattuali va inquadrata in questo contesto. «Sarebbe un peccato non cogliere questa opportunità. Lo diciamo a tutti, a cominciare dalla Cgil di Epifani». D´altra parte il ragionamento è lineare: se le parti sociali condividono – come dicono di fare – i problemi di cui soffre l´apparato produttivo non possono non affrontarli. «Ogni rinvio – è la tesi di Montezemolo – è contro l´interesse del Paese. Alla fine saremmo tutti colpevoli». Perché il rischio è quello di una nuova ondata di delocalizzazioni, con conseguente perdita di posti di lavoro.

              L´accordo di giovedì mattina non solo ha sgombrato il campo da un teorico ostacolo ma ha arricchito entrambi gli schieramenti sociali di un nuovo ingrediente: quello dell´unità. «Da questa vicenda – ragiona il presidente della Confindustria e della Fiat – esce un sindacato unito. E non mi pare che sia un disvalore. Così come si è dimostrata la compattezza delle imprese, indipendentemente dalle dimensioni o dal settore di attività». Le cose non andarono così nelle due tornate contrattuali precedenti: due accordi separati, due strappi con la Cgil, due contratti complessivamente più onerosi per le imprese, dicono oggi in Confindustria.

              Non sfugge – ovviamente – a Montezemolo che la campagna elettorale è già in corso, che presto le Camere saranno sciolte, che ci vorranno alcuni mesi prima che il prossimo governo sia operativo. Ma tutto questo non deve costituire l´ennesimo alibi per restare immobili. «Cominciamo a lavorare. Guadagniamo tempo, così quando ci sarà il prossimo governo, quale che sia la sua maggioranza, non si partirà da zero. In fondo proprio il contratto appena firmato dimostra che è meglio farle le cose anziché rinviarle. Perché perdere quattro o cinque mesi?».

              Certo il ruolo del prossimo governo sarà fondamentale, anche per abbattere il cuneo fiscale. Le risorse per gli investimenti delle imprese e per retribuire meglio i lavoratori, infatti, possono arrivare anche dal taglio degli oneri contributivi e fiscali che pesano sul costo del lavoro. La riduzione di un punto percentuale decisa con l´ultima Finanziaria è un primo segnale importante per gli industriali, ma non basta. Si deve insistere: un punto all´anno per i prossimi cinque anni. Perché, per ogni 100 euro di retribuzione netta, un´impresa italiana ne paga, al netto dell´Irap, 185 contro i 159 della Spagna o i 133 della Gran Bretagna. E ancora: negli ultimi dieci anni il costo del lavoro nell´industria è cresciuto del 23 per cento in Italia, mentre è sceso del 9 per cento in Francia ed è rimasto stabile in Germania.

              L´obiettivo allora è ambizioso: rifondare le relazioni industriali all´interno di una sorta di patto per lo sviluppo. In sostanza si tratta di ripetere l´esperienza del ´93, mutando gli obiettivi. Allora bisognava imbrigliare l´inflazione e la strada fu quella della moderazione salariale mentre si puntava a Maastricht; ora si deve rilanciare la crescita e ridare ossigeno alle buste paga. Bisogna fare ordine in quella fitta foresta che solo nell´industria registra 70 contratti nazionali di lavoro, semplificare le procedure e legare sempre più gli incrementi retributivi ai risultati. All´insegna del dialogo perché per questa Confindustria «il sindacato è un interlocutore molto importante».