Contratti, l’inflazione è sconfitta

23/04/2003

              Mercoledì, 23 Aprile 2003

              Contratti, l’inflazione è sconfitta
              Negli accordi finora conclusi battuta la politica di governo e Confindustria

              Felicia Masocco
              ROMA Vetro, pubblico impiego, poligrafici, attività ferroviarie, quattro contratti chiusi in poche settimane e in tutti la sigla dei sindacati e dei datori di lavoro è stata posta sotto aumenti salariali che vanno ben oltre
              l’inflazione programmata. Altro elemento comune è la difesa e il rafforzamento del contratto nazionale. Non è poco considerate
              le spinte (di governo e Confindustria) per depotenziarlo. Per quanto riguarda la flessibilità è stato impedito che se ne inserisse di
              nuova, gli accordi non hanno modificato gli istituti contrattuali in essere. Né il Patto per l’Italia né la legge 30 che riforma il mercato
              del lavoro, né altri accordi maturati sotto questo governo hanno fatto breccia nei nuovi contratti.
              Un esempio per tutti è quello dei ministeriali dove il governo è controparte diretta: ebbene, non c’è nulla di quanto fissato nell’avviso comune sul tempo determinato (il primo accordo separato senza la Cgil); non c’è nulla che riporti all’accordo sull’orario di lavoro, né alla famosa legge 30. «Ugualmente per le attività ferroviarie – fa notare Carla Cantone della segreteria confederale Cgil – sono stati fissati causali e tetti per quanto riguarda i contratti a termine e gli interinali. È stato cioè recuperato buona parte di quanto era stato negato alla Cgil
              con l’accordo separato sul tempo determinato». E per quanto riguarda la parte economica Cantone osserva: «Negli accordi fatti è stato rispettato lo spirito della politica dei redditi del ‘93, ovvero la difesa del potere di acquisto delle retribuzioni. È stato difeso, e si è andati anche oltre».
              Ai poligrafici, ad esempio, è stato corrisposto per intero il recupero dell’inflazione reale attesa con un incremento di 72,3 euro sul minimo tabellare (+ 4, 6%, escluso il riallineamento per il passato in quanto non dovuto) e a ciò si aggiunge l’1,4% destinato alla pensione complementare, con un costo del lavoro complessivo pari al 6%. Gli statali hanno avuto un aumento di 109 euro per il livello di riferimento (il sesto): l’80% dell’incremento va alla parte fissa della retribuzione:
              si tratta di 77,11 euro, pari al 6%. Nelle attività ferroviarie l’incremento è stato di 85 euro che salgono a 115 per i 96mila ferrovieri che hanno sottoscritto anche il contratto integrativo. Buoni contratti: «Le regole stanno in piedi nella misura in cui rispondono alle esigenze dei lavoratori, ovvero difesa reale del potere d’acquisto delle retribuzioni – continua Carla Cantone -. Questo dovrebbe valere anche per i contratti
              ancora aperti: meccanici, commercio, turismo, alimentaristi».
              Non solo: «Nella seconda metà dell’anno verranno presentate le
              piattaforme per le costruzioni, i tessili, i chimici: anche questi contratti – avverte Cantone – vanno rinnovati con le regole esistenti. Se il modello tracciato con il Patto del ‘93 va rivisto, non può avvenire che dopo la conclusione dell’intera stagione contrattuale».
              I contratti siglati sono stati unitari, hanno visto le categorie di Cgil, Cisl e Uil, ma anche alcune sigle autonome, fare scudo contro le resistenze delle controparti, a coinciare da Confindustria che, se da un lato ha commentato con parole di fuoco l’intesa siglata dalla propria associata Assovetro per il «troppo» concesso ai lavoratori e lo stesso ha fatto verso il governo per il contratto dei ministeriali, dall’altro ha posto
              la sua sigla nel contratto di settore delle attività ferroviarie. Contraddizioni che gli uomini di viale dell’Astronomia non mostrano
              di avere per il più difficile dei rinnovi, quello dei metalmeccanici.
              Qui Federmeccanica fin dalle prime battute ha tracciato un «perimetro» entro il quale vanno tenuti gli aumenti da accordare.
              È quello dell’inflazione programmata, appunto, cui si aggiunge il recupero tra lo scarto tra l’inflazione reale e quella fissata dal governo
              per il biennio precedente: il totale fa 4,3%, pari a 67 euro. Questo, secondo gli imprenditori, è quel che dice la politica dei redditi:
              ma la sua interpretazione come si è visto è stata smentita dai contratti rinnovati che segnano un punto a favore della Fiom che con la sua piattaforma rivendica aumenti pari all’inflazione reale oltre a una quota di produttività già nel contratto nazionale e il recupero di quanto negato nel biennio economico, cioè 18mila delle vecchie lire. Complessivamente la Fiom chiede 135 euro; Fim e Uilm chiedono 92 euro: indiscrezioni parlano di un rilancio di Federmeccanica fino a
              85 euro. Domani c’è l’ultimo incontro prima della scadenza della moratoria: sarà accordo separato? Fim e Uilm premono perché
              l’intesa si faccia, la Fiom parla di «gravissima lesione» della democrazia un contratto che escluda il sindacato più rappresentativo.
              Le imprese tuttavia hanno mostrato di frenare: una parte di loro infatti non ci sta a fare un contratto che si tirerebbe dietro uno strascico di ricorsi e conflitto. Inoltre, superare il «perimetro» del 4,3% significherebbe smentire la loro interpretazione del Patto del ‘93: di qui un’ipotesi di aspettare che il governo riveda il Dpef aggiustando di qualche decimale l’inflazione programmata, quel che manca per arrivare in prossimità dei 90 euro e chiudere con Fim e Uilm.