“Contratti” L.Gallino: Sistema indispensabile

23/01/2006
    sabato 21 gennaio 2006

    Pagina 16 – Economia & Lavoro

    Intervista a Luciano Gallino

      Il sociologo: sindacati e contratto nazionale svolgono un ruolo di riequilibrio dei poteri

        Sistema indispensabile per difendere il lavoro davanti all’impresa

          di Giampiero Rossi / Milano

          «I sindacati e il contratto nazionale hanno una funzione molto precisa e importante: convertire l’estrema debolezza del lavoratore rispetto all’azienda in una posizione di maggiore equilibrio». Il professor Luciano Gallino, docente di sociologia dell’industria a Torino, è un accademico con il dono della chiarezza. E alla provocazione “a che cosa serve il contratto nazionale?” risponde ricordando l’origine della contrattazione collettiva, memoria spesso affogata dai dibattiti sulla competitività, la revisione dei modelli e tecnicalità varie.

            Professore, dunque quando parla di revisione dei modelli contrattuali è in gioco quel rapporto di equilibrio?

              «In un certo senso sì, perché va da sé che quanto più si frazionano i lavoratori – su base territoriale, per categorie o per aziende – tanto meno si realizza l’obiettivo di riequilibro tra le due forze. Se, per esempio, i metalmeccanici fossero stati divisi a livello regionale, la trattativa per il rinnovo del contratto sarebbe durata molto di più e avrebbe raggiunto ben altri risultati».

                Dunque la contrattazione nazionale è ancora necessaria?

                  «È indispensabile perché risponde alla funzione fondamentale di ridistribuzione del reddito. E non è un tema da poco, perché l’Italia da questo punto di vista si presenta come uno dei peggiori paesi del mondo sviluppato».

                    Significa che da noi la ricchezza è distribuita in modo squilibrato?

                      «Altro che. Uno studio della Banca d’Italia dimostra che nel nostro paese il decimo di popolazione con reddito più alto guadagna dodici volte di più del decimo di popolazione a reddito più basso. Un rapporto di 12 a 1 che ci allontana Francia e Germania, dove il rapporto è di 5 o 6 a 1, o dalla Scandinavia dove si sfiora l’equilibrio con un 3 a 1, 4 a 1 al massimo. Altre misurazioni dimostrano che in Italia il decimo più ricco delle famiglie controlla il 50% del totale delle ricchezze, mentre il 50% meno abbiente può disporre soltanto del 10%. Mi sembrano dai più sudamericani che europei. E non si può certo pensare di demandare tutta la funzione di equilibrio alla fiscalità, i contratti invece offrono più agilità di manovra perché vengono rinnovati ogni due o tre anni».

                        Quindi serve una contrattazione forte…

                          «Certo, senza il pilastro della politica salariale questi dati possono soltanto peggiorare. Ma vedo che di fronte questi temi la politica, anche a sinistra, si frena in un’affannosa ricerca di termini come “asimmetria” o “disparità” mentre l’unica parola che a mio giudizio dovrebbe essere utilizzata è “disuguaglianza”».

                            Però, dicono gli imprenditori, le cose sono cambiate dal 1993.

                              «Certo, gli aspetti organizzativi del tessuto produttivo complicano le cose, in particolare per quanto riguarda il secondo livello di contrattazione. Tanto per cominciare perché i processi di esternalizzazione e internalizzazione hanno fatto sì che oggi non è affatto raro trovare nell stessa azienda, nello stesso palazzo di uffici tanti lavoratori con tanti contratti diversi. E ciò pone un nuovo problema di equità. Occorrere un contratto in grado di tenere conto di questo, ma non vedo tentativi seri di ricompattamento».

                                E cosa pensa della richiesta di agganciare i salari alla produttività?

                                  «Non è un principio sbagliato, si tratterebbe di un incentivo a lavorare meglio, ma anche in questo caso sarà bene valutare bene come funzionano adesso le filiere produttive. Su che base si valuta, infatti, la produttività, in un sistema di produzione “giusto in tempo”? Vale solo per gli assemblatori finali o anche per i fornitori di semilavorati? E poi la qualità, spesso, può essere misurata soltanto alla fine, mentre a monte del processo ci sono 100, 1000 aziende, anche molto piccole, di subfornitura. Se l’Italia tornasse ad avere una politica industriale fondata sui poli tecnologici, e non più sui distretti, allora si potrebbe riaprire questa prospettiva».

                                    Ma cosa pensa del dibattito sulla revisione degli accordi del ‘93?

                                      «Penso che sia una discussione che rischia di esaurirsi in una caccia alle colpe per quel che non ha funzionato. Ragionerei piuttosto sulla necessità di investire di più e meglio sul prodotto, perché è questa la strada che ha permesso alle aziende tedesche, per esempio, di pagare i loro operai quasi il doppio dei nostri. Nel settore auto, un operaio tedesco prende 2.500 euro al mese contro i 1.100 del suo collega italiano. Perché, grazie agli investimenti, per la fabrica d’auto tedesca il rapporto tra costo del lavoro e unità prodotta è persino diminuito».