Contratti in ritardo, salari in caduta libera

05/09/2007
    mercoledì 5 settembre 2007

    Pagina 17 – Economia & Lavoro

    Contratti in ritardo, salari in caduta libera

      Dai metalmeccanici ai bancari, il mondo del lavoro soffre gli effetti dei tempi lunghi

        di Giampiero Rossi / Milano

          DIVERSIVI. Il contratto ritarda. L’aumento alla busta paga non arriva, ma al supermarket pane, pasta, zucchine e carta igienica costano di più spesso ai lavoratori dipendenti. I tempi cambiano. Perché succede? Perché gli adeguamenti salariali slittano sempre più in là nel tempo – con ritardi che sfiorano i due anni – mentre i listini prezzi lievitano inesorabilmente? Risposta dei sindacati: perché rinnovare i conratti, ormai, più che un diritto riconosciuto sembra essere diventata una liberalità concessa. Risposta degli imprenditori:perché i modelli contrattuali sono superati e vanno cambiati.

          Certi slogan restano. Solo che cambiano voce: un tempo erano i "ribelli" di sinistra a dire che era sempre «colpa del sistema». Oggi, invece, sono più spesso i "padroni" (tanto per mantenere una terminologia d’epoca) a invocare riforme perché «il modello non funziona». Sarà. Ma resta il fatto che i datori di lavoro – compreso lo Stato – sembrano ormai considerare le scadenze contrattuali alla stessa stregua di certe festività soppresse dai calendari. E così, mentre l’Istat registra incrementi dei prezzi al consumo che non possono lasciare invariata la vita di tante famiglie, sono circa sei milioni i lavoratori in attesa di contratto. Dai metalmeccanici ai bancari, dagli addetti ai trasporti (compresi gli assistenti di volo Alitalia, ma la spesa la devono fare anche loro) ai telefonici, dagli addetti alle pulizie agli statali. E in certi casi il ritardo nel rinnovo del biennio 2006-2007 sta per sovrapporsi all’appuntamento per il biennio successivo. Il fatto è che alle controparti conviene ritardare i contratti. «Nell’ultimo Dpef – fa notare Carlo Podda, segretario generale della Cgil Funzione pubblica – ci sono due righe che spiegano che grazie alla "gestione" dei rinnovi sono stati risparmiati 1.7 miliardi di euro». Più chiaro di così…«Qusto succede – insiste Podda – perché in assenza di idee chiare sulla gestione della spesa pubblica si agisce sulla leva più comoda: il tempo dei rinnovi. Poi però ci si chiede come mai, con l’Istat che indica l’inflazione poco sotto al 2% e gli incrementi degli alimentari addirittura al 16%, la metà di quel 60% dei dipendenti pubblici che ha dichiarato di aver votato centro-sinistra ora dichiara intenzioni di voto diverse…Il mancato rinnovo dei contratti è la causa principale di questo scostamento tra crescita dei salari e dell’inflazione».

          Il punto è che, al di là della singola categoria, quello che era stato comcepito come un automatismo – la scadenza contrattuale – in grado di adeguare le buste paga dei lavoratori dipendenti alle evoluzioni dei prezzi non offre più certezze a milioni di lavoratori. Colpa del modello, è da rifare, insiste Confindustria. Basterebbe cambiare la formula e tutto si risolverebbe? «La soluzione è molto più semplice: rinnovare i contratti – taglia corto il leader della Funzione pubblica Cgil – perché se aprire la discussione sui modelli è un modo per tenere i soldi in cassaforte non si risolve proprio niente. Quindi io dico va bene, discutiamo della formula, ma prima mettiamo sul tavolo i soldi per le buste paga».

          Anche Ivano Corraini, segretario generale della Filcams Cgil, che rappresenta i lavoratori del terziario, commercio, imprese di pulizie, barbieri e tanti altri dispersi in mille rivoli, è convinto che con i ritardi nei rinnovi dei contratti ci sia erosione del potere d’acquisto di lavoratori che, soprattutto nel caso degli addetti alle pulizie, non navigano certo nell’oro. Proprio al suo sindacato è toccato, in occasione dell’ultimo rinnovo contrattuale per il settore del turismo, "inventare", una complicata formula che ha consentito il recupero di potere d’acquisto. «In realtà anche alle controparti interessa avere certezze sui costi per il lavoro – spiega – ma con 20 mesi di ritardo diventa tutto più difficile, soprattutto per i lavoratori. Così, nel terziario, adesso ci ritroviamo con la controparte che fa "melina" su un rinnovo che riguarda quasi due milioni di persone». tempo di rinnovare i modelli contrattuali? «ma se vogliamo parlarne parliamone – replica Corraini – ma comunque si tratta di discutere delle modalità per arrivare a un risultato imprescindibile: l’adeguamento salariale. E poi – conclude – di quali modelli vogliamo parlare per persone che lavorano in bar, ristoranti, portinerie e farmacie? Di contrattazione di secondo livello? E con chi la facciamo? No, per queste persone, e sono tante, è fondamentale un riferimento salariale certo».