Contratti, il governo insiste e convoca le parti

26/04/2001



 





Giovedi 26 Aprile 2001
ECONOMIE
Contratti, il governo insiste e convoca le parti

di Bianca Di Giovanni


ROMA – Duello sul rinnovo dei contratti ancora aperti, atto secondo. «Sarei contento se anche Berlusconi dicesse a Confindustria che i contratti vanno firmati. Ci sono lavoratori che aspettano da quattro anni». Così Amato torna a puntare il dito sulla «piaga-rinnovi», ed annuncia che il governo sta pensando a giocare la mossa decisiva sulla scacchiera delle relazioni sindcali: convocare le parti a Palazzo Chigi, forse il 2 maggio. A rivelare la notizia (ancora non definitiva) è stato ieri Cesare Salvi, sottolinenado l’obiettivo dell’iniziativa: sconfiggere l’attendismo dei datori di lavoro, che comporta una perdita secca nelle tasche di circa sei milioni di lavoratori. Ma i segnali che giungono da Confindustria restano tutt’altro che rassicuranti. «Iniziativa fuori luogo», dichiara secco il numero uno di Viale dell’Astronomia Antonio D’Amato, il quale comunque assicura che a Palazzo Chigi ci andrà. E’ lì che il duello passerà dagli slogan di oggi ai veri propositi, che non riguardano solo il punto importante del recupero salariale dell’inflazione (come oggi D’Amato tende a far credere), ma anche molti altri aspetti tecnici.
L’intenzione del governo è richiamare le parti allo spirito del ‘93. «Noi non possiamo assistere passivamente al fatto che il rifiuto dei rinnovi contrattuali comporti perdite di salario reale dei lavoratori – dichiara Salvi – E’ evidente che c’è un’offensiva in alcuni settori da parte delle associazioni datoriali che punta puramente e semplicemente a non fare i contratti. Non è accettabile ed è evidente che se davvero così continuerà ad essere, una delle prime iniziative nella prossima legislatura dovrà essere quella di trovare strumenti legislativi perché i salari dei lavoratori non siano nelle mani di chi si rifiuta di fare i contratti».
Quanto basta per provocare la reazione di D’Amato. Il quale, dal suo viaggio in Russia, alza il tiro contro la maggioranza. «È vero che siamo in campagna elettorale – dichiara – però non si deve esagerare. Le parti sociali hanno la loro autonomia. Anche noi riteniamo che i contratti debbano essere conclusi al più presto possibile, ma rispettando il limite dell’inflazione programmata, come del resto prevede l’accordo del ’93 cui Amato si richiama».
Insomma, la questione sarebbe propaganda, secondo il numero uno di Viale dell’Astronomia. Eppure in campagna elettorale non ci voleva arrivare proprio nessuno, men che meno i lavoratori. Se alla vigilia del 13 maggio milioni di famiglie aspettano nuove condizioni di lavoro «la responsabilità non è del sindacato», ha detto chiaro e tondo il premier l’altro ieri.
Su quegli «strumenti legislativi» necessari a togliere gli aumenti salariali dalle mani dei datori di lavoro, a cui accenna Salvi, D’Amato mette le mani avanti. «Quella di Salvi -afferma – è una nostalgia irresponsabile. Sono sconcertato che si possano fare interventi come questi nel terzo millennio». D’Amato ricorda che ci sono voluti anni per eliminare il meccanismo di indicizzazione che aveva quasi messo in ginocchio l’Italia, riferendosi alla scala mobile richiamata l’altro ieri dal segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti. «Non mi sembra il caso -ribadisce il presidente degli industriali – di riproporre vecchi miti del passato». Insomma, di indicizzazione dei salari neanche a parlarne, soprattutto alla luce della nuova fiammata inflazionistica che, secondo D’Amato sarebbe stata provocata in parte dallo stesso esecutivo, con la «manovra espansiva della finanziaria 2001 e nel bonus di fine anno».
Sul fronte sindacale reazioni sostanzialmente positive alla notizia della convocazione, anche se in casa Cisl non si nascondono i dubbi sulla possibilità di riaprire il confronto a pochi giorni dalle elezioni. «Ciascuno ha sotto gli occhi che la Confindustria ha adottato una strategia di chiusura e di scontro con il sindacato», dichiara Giuseppe Casadio (Cgil), mentre Luigi Angeletti (Uil) considera la mossa del governo «una scelta di buon senso, quasi doverosa».