“Contratti” G.Guidi: Riforma urgente

23/01/2006
    sabato 21 gennaio 2006

    Pagina 16 – Economia & Lavoro

    Intervista a Guidalberto Guidi

      L’industriale della Ducati energia: dobbiamo cambiare, altrimenti tra cinque anni non ci sarà più nulla da salvare

        Riforma urgente
        ma l’accordo del ’93 rimane sempre valido

          di Oreste Pivetta / Milano


            Il contratto dei metalmeccanici? Un risultato positivo e una forte responsabilità per il futuro. Una scommessa… È l’opinione di Guidalberto Guidi, imprenditore e sindacalista, presidente e amministratore delegato di Ducati Energia e membro della giunta di Confindustria.

              Presidente, perchè una scommessa?

                «Confermo: risultato positivo. Devo però allo stesso tempo considerare la situazione dell’industria italiana di quella metalmeccanica in particolare. Lo sappiamo noi e lo sa benissimo il sindacato: ci troviamo in una situazione di dura competizione internazionale assolutamente nuova e siamo in mare aperto, dobbiamo nuotare e ci mancano le ciambelle di salvataggio, la svalutazione e l’inflazione. L’introduzione dell’euro, una cosa straordinaria, ha messo a nudo i nostri ritardi. Leggo le pagine sindacali dell’Unità e vi trovo un elenco che si aggiorna quotidianamente di piccole inmprese in difficoltà che chiudono. Notizie che non risalgono alle prime pagine dei quotidiani, ma che segnano il termometro della crisi. Di questo passo corriamo il rischio, nel giro di cinque anni, di perdere il cinquantacinque sessanta per cento della nostra industria manifatturiera… Se non si fa qualcosa, con pazienza e con piena consapevolezza della situazione… Competono con noi paesi che hanno raggiunto livelli accettabili di qualità nella produzione, dove il lavoro costa un euro all’ora, dove si lavorano molte ore in più…».

                  Ma allora la questione è la solita: l’operaio italiano costa troppo…

                    «Non credo che si debbano ridurre le retribuzioni. Non si può pensare di abbassare i nostri livelli di vita. L’obiettivo invece dovrebbe essere tagliare il costo del lavoro per unità di prodotto. È certo che si dovrebbe lavorare tutti di più, che così tante ferie sono insostenibili, che bisogna superare l’idea dello straordinario. Ovviamente si dovrebbe dire anche di oneri fiscali che dovrebbero pesare meno. In generale ci dovremmo dare una strategia industriale, senza timore di spostare parti della catena della produzione in altri paesi, mantenendo però il cuore e la testa in Italia… Meno braccia e più cervelli, insomma».

                      Non abbiamo parlato ancora di innovazione, che dovrebbe essere il primo strumento per ridurre il costo del lavoro…

                        «Certo. Bisognerrebe infatti che le aziende investissero tutto quanto hanno da investire nell’innovazione. Il guaio è che in Italia non vedo più un grande polo capace di creare domanda tecnologica, facendo da traino. O meglio, vedo un solo investitore in tecnologia, le Ferrovie dello Stato, che quando rinnovano una linea creano domanda tecnologica…».

                          Avremmo dovuto scegliere decisamente il consorzio per l’airbus europeo?

                            «Sicuramente. Aggiungerei un campo prioritario, vitale, d’innovazione: l’ambiente. Siamo inquinati e per rimediare si devono anche progettare motori, si devono sperimentare nuove forme d’energia… Un paese fa politica industriale promuovendo domanda d’alto livello tecnologico».

                              Ma anche, come si diceva, agendo sulle leve fiscali?

                                «Con una politica fiscale, che è possibile solo con una profonda riforma della macchina statale…».

                                  Torniamo da capo. Torniamo ai contratti. Anche Epifani dice che bisogna rivedere le regole. Che ne pensa? Sono le regole vecchie ad aver dettato le difficoltà di questo contratto dei metalmeccanici?

                                    «Credo che prime difficoltà siano venute, come si diceva, da condizioni economiche generali e poi dalla stessa varietà e frammentazione della categoria, dove si ritrova chi fa elettronica e chi sta in fonderia, chi è grande e chi è piccolo».

                                      Ma la forma contrattuale in sè non conta nulla?

                                        «Credo che un modello contrattuale dovrebbe riflettere questa disomogeneità. L’ossatura dell’accordo sui contratti raggiunto nel ‘93 è ancora valido, concedendo però alcune uscite per aree geografiche. Nessuno discute un contratto nazionale forte, che fissi la cornice, il livello salariale minimo, determinate garanzie, determinati diritti. Ma si deve dare la possibilità di una contrattazione locale o aziendale».

                                          Lei diceva: «aree geografiche»…

                                            «Aree geografiche o distretti o imprese vicine come dimensioni, comunque un momento in cui si proceda per realtà omogenee, per una contrattazione naturalmente gestite e controllate dalle parti sociali, nazionali, il sindacato e Confindustria. Nella logica della concertazione che è una cosa straordinaria».