“Contratti” G.Epifani: «ora rivediamo le regole»

23/01/2006
    venerdì 20 gennaio 2006

    IN PRIMO PIANO – Pagina 2

      Intervista a Guglielmo Epifani (Cgil)

        «È finito l’isolamento
        ora rivediamo le regole»

          Alberto Orioli

            ROMA – «Un contratto finalmente "normale", firmato dalle parti, tutte insieme». Per Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, «è la novità più rilevante di questo rinnovo: gli ultimi due videro esclusa la Fiom, ci furono firme separate. E i due ancora precedenti richiesero giorni e giorni (una ventina) di confronto ininterrotto al ministero con Bassolino il primo e con Prodi e Micheli il secondo. le relazioni industriali dei metalmeccanici – continua – sono da sempre atipiche e delicate: il fatto che le parti siano arrivate da sole alla firma di un accordo che vede oggi la soddisfazione di tutti è un fatto di grande importanza».

            In generale si dice che il risultato si raggiunge perché cambiano gli altri. Ci dica invece cosa è cambiato da voi, nella Cgil.

              Se guardo al contesto esterno ha pesato positivamente il cambio di guida della Confindustria. Ho già detto altre volte che alcune delle aspettative non sono state soddisfatte, ma non c’è dubbio che la scelta del rispetto di tutte le posizioni in campo da parte dell’organizzazione delle imprese abbia rappresentato una delle condizioni cruciali per arrivare a questa firma. Poi qualcosa è cambiato anche all’interno del mondo dei metalmeccanici. Il tentativo di isolare la Fiom è fallito. le imprese l’hanno visto sulla propria pelle: marginalizzare il sindacato più forte non porta risultati se non quello di deteriorare il quadro della vita aziendale. E gli stessi sindacati del settore hanno saputo arrivare all’unità, prima sulle regole della democrazia sindacale, poi sulla piattaforma, infine sulle iniziative di lotta. È avvenuta una cosa importante: un accordo sulle regole democratiche ha liberato la determinazione unitaria di tutti i sindacati. È già successo anche nel pubblico impiego: prima le intese sull’applicazione delle riforme Bassanini, poi il voto delle Rsu. Qui il sindacato – anche spinto dalla soglia minima di rappresentatività del 51% – ha fortemente aumentato la cultura unitaria. Cosa che non c’è nei trasporti, dove l’iperframmentazione delle sigle rende difficile governare le relazioni industriali del settore.

              Come è cambiata la Fiom?

                Credo che abbia giustamente riflettuto sulla sua forza e sull’efficacia della sua rappresentanza. Per gli ultimi due rinnovi la Fiom è stata messa nell’angolo pregiudizialmente: si diceva "o firmi alle nostre condizioni o stai fuori". Ora che questo atteggiamento è caduto e la Fiom è un’interlocutrice senza se e senza ma, si è resa più responsabile anche nel controllo delle sue forze. È più facile cercare mediazioni anche perché Fim e Uilm non hanno più incentivi a giocare sull’esclusione.

                  Lei parla di «controllo della sua forza», ma sono stati organizzati scioperi e proteste al limite dell’illegalità

                    Si è trattato di una lotta non fisiologica, è vero. Però era il frutto dell’esasperazione di una intera categoria. Vedere che in questa Italia chi è ricco diventa sempre più ricco con speculazioni praticamente esentasse e che viene premiato chi è furbo non fa bene a una categoria cruciale da 13 mesi in attesa del contratto e dopo 50 ore di sciopero. In ogni caso anche queste forme di lotta anomala si sono svolte in modo contenuto grazie anche alla comprensione delle forze dell’ordine e dei cittadini cui hanno provocato disagi.

                    Quanto ha pesato l’orientamento che emerge nello svolgimento dei congressi interni all Cgil con l’85% a favore della sua lista? Come definirebbe la Cgil adesso?

                      È il profilo di una Cgil molto attenta alla situazione economica preoccupante, all’allarme sociale e alla deriva nell’etica pubblica. Non ci rassegnamo al declino industriale, istituzionale e morale. Puntiamo a un progetto alto per far uscire il Paese dalla crisi e il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si può inserire a buon diritto in questa strategia. Sono queste le parole d’ordine che hanno inciso nella vita democratica della confederazione e che hanno consentito di avere un plebiscito sul preambolo del nostro documento programmatico. Un fatto che non accadeva da più di dieci anni. La Cgil è forte e molto autonoma e con questa consapevolezza si confronta con il sistema delle imprese e con quello della politica.

                      Lontani dal caso Unipol?

                        Alla luce di quanto è emerso ormai tutti sono in grado di giudicare la linearità, la coerenza e la determinazione con cui, in tempi non sospetti, la Cgil ha espresso le sue considerazioni. Faccio notare che, per primi, abbiamo sostenuto ciò che ora sostiene la vigilanza della banca d’Italia per bloccare l’Opa. Non abbiamo mai voluto la difesa dell’italianità ma l’apertura al mercato. E questo rende giustizia di tante critiche sul presunto passatismo della Cgil.

                        Ora l’attesa è per un accordo sulla riforma della contrattazione. Arriverà anche qui l’intesa unitaria?

                          Torno al tema: è importante, anche quando affronteremo la riforma contrattuale, partire dal problema della democrazia sindacale. Come si è fatto per il contratto dei metalmeccanici. È un argomento fondamentale per costruire non un’unità fittizia o solo formale.

                          Dunque prima bisogna affrontare il tema delle regole della rappresentanza?

                            Dobbiamo stabilire forme di misurazione della rappresentatività democratica: le elezioni tra i lavoratori, il peso degli iscritti, il voto dei lavoratori sulle piattaforme e sugli accordi siglati. Da qui nasce la forza e la legittimità di quello che il sindacato fa unitariamente.

                            Ma allora: è più vicina l’intesa unitaria?

                              Noi della Cgil vogliamo consolidare il processo unitario a due condizioni: le regole della democrazia sindacale; il rafforzamento dell’autonomia del sindacato. Poi abbiamo un progetto programmatico che parte da un nuovo Patto fiscale. Il Patto sociale è generico, neutro. Con la leva fiscale si può invece riorientare la distribuzione del reddito. Al nuovo Governo chiederemo: niente più condoni, una nuova imposta di successione per i grandi patrimoni, il riequilibrio della tassazione tra rendita finanziaria e lavoro. Mi trovo molto d’accordo con quanto ha detto Montezemolo sulla necessità di tagliare il cuneo fiscale e contributivo: è l’unico modo per aiutare i redditi da lavoro, soprattutto i più bassi. E resto convinto che non
                              sia stato un caso che questo Governo abbia fatto
                              così poco su questo tema, quasi volesse puntare deliberatamente allo scontro tra impresa e lavoro.