Contratti: dieci milioni di lavoratori in attesa del rinnovo

13/01/2003



  Sindacale




13.01.2003
Contratti: dieci milioni di lavoratori in attesa del rinnovo
di 
Angerlo Faccinetto


 Metalmeccanici, chimici tessili, edili, poligrafici, giornalisti. E poi, ancora, pubblico impiego, trasporti, commercio. Tra contratti in scadenza e contratti che si trascinano, sono quasi dieci milioni i lavoratori dipendenti – dell’industria, del terziario e dei servizi – che entro il 2003 attendono il rinnovo. In un clima che non è dei migliori.

Sui rapporti tra governo, sindacato e imprenditori tira aria gelida. E non solo per gli aumenti richiesti in busta paga. Se infatti da un lato, con la stagione dei rinnovi contrattuali, lavoratori ed organizzazioni sindacali puntano ad un pieno recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni, erosi da un’inflazione che è tornata a correre ben oltre le previsioni del governo, dall’altro la partita economico-salariale si intreccia strettamente con quella politica. Ancora più complicata. Perché in questo 2003, insieme al peso delle buste paga, è in gioco tutto. Il modello contrattuale, i diritti e le stesse prospettive dell’economia nazionale, cioè la tenuta occupazionale.

Mentre i lavoratori dei trasporti e del pubblico impiego sono costretti da mesi ad intraprendere iniziative di lotta per sbloccare le loro vertenze. E mentre gli oltre due milioni di tute blu si apprestano – il primo faccia a faccia con gli imprenditori di Federmeccanica è in calendario per lunedì 20 – a fare i conti con una controparte che ha già manifestato l’intenzione di mostrare i muscoli e con un’unità interna ancora tutta da costruire (Fiom, Fim e Uilm hanno messo a punto tre differenti piattaforme rivendicative, con tre diverse richieste di aumenti salariali), il declino economico ed industriale del Paese appare sempre più evidente. Tanto che la Cgil parla di sciopero. Giusto per reclamare nuove politiche industriali.

C’è, tuttora apertissima, la crisi della Fiat. Con le sue ricadute sull’indotto e i suoi oltre 30mila posti (indotto compreso) ad altissimo rischio. Quella della Fiat, però, non è l’unica crisi in atto. Ha soltanto maggiore visibilità. Ci sono altri grandi gruppi in difficoltà – dalla Marconi alla Cirio alla Marzotto – e, soprattutto, ci sono, sparsi, tantissimi punti di crisi dimenticati. Che si vanno allargando. Dalla Sicilia al Lazio, dalla Sardegna al profondo Nord. In tutto, secondo le stime della Cgil, nei prossimi mesi saranno oltre 300mila i posti di lavoro a rischio. Mentre la crescita dell’occupazione, dati alla mano, è sempre più lenta.

La sfida, dunque, è coniugare difesa del salario e tutela dei diritti con una politica industriale in grado di stimolare la ripresa economica e produttiva del Paese. E non sarà facile. Se il governo continua a fare professione di ottimismo e, dunque, non muove un dito, D’Amato e Confindustria, riconoscono questo declino. La ricetta proposta da viale dell’Astronomia, però, diverge da quella che il sindacato, e in particolare la Cgil, ha in mente. Gli imprenditori, per recuperare in competitività, puntano sulla flessibilità. E premono perché vengano portate a compimento le scelte contenute nelle deleghe su mercato del lavoro e diritti. Passo che ritengono propedeutico all’apertura del confronto sulla contrattazione, cioè sulla revisione dell’attuale modello contrattuale. Con l’obiettivo di ridurre la portata del contratto nazionale. Quello che invece, secondo il sindacato, e in particolare la Cgil, andrebbe ulteriormente rafforzato. Soprattutto in questa difficile fase.

È il contratto nazionale di categoria, infatti, a garantire una tutela di base a tutti i lavoratori dipendenti. Sul piano salariale come su quello delle tutele e dei diritti. Tutte e tre le confederazioni sindacali chiedono il recupero del differenziale fra l’inflazione programmata nel Dpef (1,3 per cento per il 2002 e 1,4 per il 2003) e il tasso di inflazione reale (1,7 per cento per il 2002 e 2,5 per il 2003) come previsto dalle regole del 23 luglio. Ma anche su questo la strada è in salita. E di tavoli aperti, oggi, eccezion fatta per quello sulla scuola, non ce ne sono.