«Contratti di formazione illegittimi»

08/03/2002


1) «Contratti di formazione illegittimi»
2) ll contenzioso


Mercato del lavoro – La Corte di Giustizia europea ha respinto il ricorso del Governo contro la decisione della Ue
«Contratti di formazione illegittimi»
Il meccanismo degli aiuti è in parte incompatibile con il mercato unico – Sarà possibile opporsi alla richiesta di rimborso
(DAL NOSTRO INVIATO)

BRUXELLES – Sui contratti di formazione e lavoro l’Italia non ha trovato una via d’uscita sul fronte legale e dovrà perciò escogitare qualche sistema per farsi rimborsare da uno a due miliardi di euro di aiuti erogati illegalmente alle imprese da fine ’95 in poi. L’ultima doccia fredda è arrivata ieri dalla Corte di Giustizia europea che ha respinto il ricorso italiano contro la decisione della Commissione del maggio ’99, che aveva considerato incompatibili con il mercato unico una parte delle agevolazioni offerte alle aziende per le assunzioni. All’origine del contenzioso ci sono i contratti di formazione e lavoro istituiti in Italia nell’84, che davano diritto all’impresa di ottenere sgravi degli oneri sociali per l’assunzione di disoccupati di età non superiore a 29 anni. Nel maggio ’99 Bruxelles ha approvato la maggior parte delle agevolazioni erogate dal novembre ’95, data di inizio dell’esame comunitario, dal valore complessivo di circa quattro miliardi di euro. Ma ha posto una griglia di condizioni per stabilire l’ammissibilità degli incentivi. E ha stabilito che fossero autorizzate solo le agevolazioni a favore di categorie con difficoltà specifiche a inserirsi nel mercato del lavoro, ovvero giovani di meno di 25 anni, laureati disoccupati fino a 29 anni e senza lavoro da almeno un anno; o, ancora, che fossero ammissibili in caso di interventi destinati alla creazione di nuovi posti di lavoro. In base alle norme comunitarie, Roma doveva però a quel punto chiedere alle imprese la restituzione della parte di sgravi che non rientravano nelle categorie ammesse. Una fetta di agevolazioni non indifferente che, a suo tempo, fu stimata in un miliardo di euro dal ministero del Lavoro del Governo D’Alema e in due miliardi di euro da Confapi. Anche perché i lavoratori "fuori quota" assunti non furono pochi in quanto, nella realtà, il limite di 29 anni fu aumentato dalle autorità regionali a 35 anni in Lazio, 38 anni in Calabria, 40 anni in Campania, Abruzzo e Sardegna e 45 anni in Basilicata, Molise, Puglia e Sicilia. Dal momento che la "dolorosa" operazione di riscossione non era cominciata la Commissione europea nel novembre 2000 ha deferito il nostro Paese alla Corte Ue, mentre l’Italia ha presentato il ricorso, ora respinto. Il Governo italiano aveva impugnato la decisione, sostenendo che era stata presa da Bruxelles sulla base di considerazioni esclusivamente economiche, senza tenere contro del valore dei Contratti di formazione e lavoro come strumenti di intervento sul mercato del lavoro. L’Italia aveva presentato otto motivi specifici a sostegno delle proprie ragioni, riguardanti presunti difetti di motivazione e di applicazione delle leggi comunitarie da parte della Commissione. Tutti respinti dalla Corte di Giustizia che ha riconosciuto la correttezza della valutazione fatta a suo tempo dalla Commissione e ha ricordato che il carattere sociale degli interventi non basta a esimerli dalla qualifica di aiuti di Stato. Netto anche il giudizio sul maxi-rimborso che il Governo dovrà richiedere alle imprese beneficiarie. «La soppressione di un aiuto di Stato illegittimamente concesso, mediante recupero – hanno ricordato gli eurogiudici – è la logica conseguenza dell’accertamento della sua illegittimità». Unico spiraglio: la Corte non ha escluso che i beneficiari possano invocare circostanze eccezionali per giustificare l’impossibilità di restituirlo. In quel caso, però, – chiarisce la sentenza – spetterà al giudice nazionale valutare il caso «dopo aver proposto alla Corte, se necessario, questioni pregiudiziali di interpretazione». Non facile uscire da una situazione che mantiene la spada di Damocle del rimborso su imprese, soprattutto meridionali, che hanno agito in conformità alle leggi in vigore. La restituzione degli aiuti diventa, inoltre, particolarmente complessa nel caso di incentivi così diffusi capillarmente. Un sistema adottato in passato in casi di agevolazioni industriali di questo tipo fu quello di agire "per sottrazione" ed escludere i beneficiari degli aiuti illeciti da nuovi sistemi generalizzato di benefici. Ma anche questo metodo appare arduo da applicare al mercato del lavoro. In ogni caso, l’Italia dovrà dimostrare a Bruxelles di cercare una strada per esigere il rimborso, per non incorrere in altre condanne.
Enrico Brivio

Venerdí 08 Marzo 2002



IL CONTENZIOSO
- Nel mirino sono i contratti di formazione e lavoro istituiti in Italia nell’84, che davano diritto all’impresa di ottenere sgravi degli oneri sociali per l’assunzione di disoccupati di età non superiore a 29 anni. – Nel maggio ’99 la Commissione europea ha approvato solo una parte delle agevolazioni, dal valore complessivo di circa quattro miliardi di euro, erogate dal novembre ’95, data di inizio dell’esame comunitario. Furono autorizzate solo le agevolazioni a favore di categorie con difficoltà specifiche a inserirsi nel mercato del lavoro: giovani di meno di 25 anni, laureati disoccupati fino a 29 anni e senza lavoro da almeno un anno; o gli interventi destinati alla creazione di nuovi posti di lavoro. – Bruxelles ha considerato aiuti di Stato illeciti gli sgravi dei contratti concessi ad altri beneficiari, stimati tra uno e due miliardi di euro, e ne ha chiesto la restituzione. – Il Governo italiano ha impugnato la decisione con un ricorso, ieri respinto dalla Corte di Giustizia Ue. Nel novembre 2000 anche la Commissione europea si è rivolta alla Corte Ue affinché imponga all’Italia di eseguire l’operazione di riscossione dalle imprese degli aiuti illegali erogati in passato.