Contratti, così ci faremo male

25/04/2001

Il Sole 24 ORE.com




    Contratti, così ci faremo male
    Gianfranco Fabi
    Forse il momento non poteva essere peggiore. L’avvicinarsi delle elezioni da una parte e le ombre di una frenata dell’economia e di un’inflazione che rialza la testa dall’altra, rischiano infatti di rendere ancora più erta la strada già difficile del rinnovo dei contratti di lavoro. Per questo è da condividere la preoccupazione di Amato «perché c’è tanta gente che di soldi ne guadagna già pochi». Il problema è che, aprendo la porta su questa giusta preoccupazione, si rischia di ridare attualità alla definizione di William Simon: «Odiamo l’inflazione, ma amiamo tutto ciò che la provoca».
    E infatti dall’apertura di Amato («recuperiamo l’inflazione programmata») si è rapidamente passati all’apprensione del ministro del Lavoro, Cesare Salvi («adeguare totalmente i salari all’inflazione»), per arrivare alle rivendicazioni dei sindacati («chiudere i contratti sulla base delle nostre richieste»). In un crescendo di proposte tutte tese a redistribuire una ricchezza che non c’è.
    E in questo clima, il rischio di farsi del male è veramente molto forte.
    L’Italia non può più illudersi di curare la malattia dell’inflazione ridando fiato alla rincorsa prezzi-salari, una rincorsa che non solo sarebbe un fragile palliativo per il potere d’acquisto dei lavoratori, ma avrebbe solo il concreto effetto di ridurre la già sofferente competitività delle imprese e quindi di rendere più ardua la creazione di nuovi posti di lavoro.
    L’accordo del ’93, è bene ricordarlo, prevede dei limiti al recupero dell’inflazione: per esempio vanno separati gli aumenti dei prezzi derivanti da fattori esterni. È il caso del prezzo del petrolio che sta alla base di una buona parte dei rincari di questi ultimi mesi. Per questo, più che di aperture populiste, più che dall’esigenza morettiana di «dire qualcosa di sinistra», più che dalla ricerca di raggranellare qualche facile consenso elettorale, il dibattito sui contratti dovrebbe ispirarsi al pragmatismo della volontà e al buon senso della ragione.
    Un sano pragmatismo per avvicinarsi nei fatti all’Europa, tenendo conto delle indicazioni della stessa Banca centrale sui rischi di nuove spirali salariali e una dose di buon senso per realizzare una politica economica capace di tener conto dei profondi cambiamenti della società e del mondo del lavoro.
    È forse chiedere troppo? Forse sì, se si continua a ritenere che non esistano alternative al vecchio modo (tutto contratti e conflitti) di pensare al sindacato. Un modo che vede ancora come inaccettabile provocazione proposte come quella di un superamento dei contratti nazionali, anche se su questo c’è una non altrettanto condivisibile preoccupazione di Amato («significa che la figura del sindacalista è destinata a scomparire»). Il diritto di rappresentanza non può considerarsi un fatto acquisito: non lo si mantiene per rendita storica o burocratica.
    Il sindacato avrà un ruolo fondamentale se sarà capace di adeguarsi alla nuova realtà del lavoro, dell’economia globale, della dimensione europea. Oppure diventerà sempre più vero quello che autorevolmente sottolineava il Censis nel rapporto dello scorso anno: «La funzione della rappresentanza sociale non è in crisi. Più precisamente, non esiste quasi più».
    Mercoledì 25 Aprile 2001
 
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