Contratti collettivi a salari minimi

30/11/2001


VENERDÌ, 30 NOVEMBRE 2001
 
Pagina 32 – Economia
 
Sacconi: incentiveremo di più la negoziazione aziendale
 
Contratti collettivi a salari minimi
 
E in cambio del Tfr meno contributi sui neoassunti
 
IL PROGETTO
 
 
 
Maroni presenterà martedì la proposta di riforma del trattamento di fine rapporto
Per ministero del Welfare, il grosso della retribuzione va legata ai risultati d’impresa e agli indicatori economici del territorio
 
RICCARDO DE GENNARO

ROMA — Dopo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il governo va ora all’attacco del contratto nazionale di lavoro. L’obiettivo è di ridimensionarne la portata, assegnando alla contrattazione collettiva esclusivamente la definizione dei salari minimi e delle tutele essenziali dei lavoratori. Lo ha anticipato ieri il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, nella sua risposta a un’interpellanza dei Ds a Montecitorio sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Il contratto nazionale dovrebbe avere, ritiene il governo, una funzione di «cornice», riguardando soltanto i minimi retributivi e i diritti essenziali, mentre gli altri aspetti normativi e gli aumenti salariali, collegati all’aumento della produttività, andrebbero discussi in sede di contrattazione aziendale.
L’ipotesi, che susciterà senza dubbio una dura reazione della Cgil, è già stata definita come «molto grave» dal diessino Alfiero Grandi. Un intervento incisivo sul modello di contrattazione è invece da tempo nell’agenda di Cisl e Uil, che auspicano una valorizzazione del secondo livello di contrattazione, aziendale o territoriale che sia. La proposta del governo è in linea con l’orientamento della Confindustria, che sollecita — se non l’eliminazione tout court della contrattazione nazionale — perlomeno l’eliminazione di qualunque sovrapposizione tra i due livelli contrattuali.
Prosegue, nel frattempo, la storia infinita del Tfr. Si allunga, infatti, la lista delle proposte uscite dagli ambienti di governo — e poi tramontate per la reazione dei sindacati o per una mancanza di sintonia tra ministero dell’Economia e ministero del Welfare — circa l’uso delle quote future del «trattamento di fine rapporto». Superata l’ipotesi di trasferire una parte del Tfr in busta paga per sostenere i consumi e, successivamente, quella di utilizzare le stesse risorse per alimentare un fondo aziendale a favore dei lavoratori che perdono momentaneamente il posto di lavoro, il governo sta ora studiando una nuova soluzione.
L’ha dichiarato ieri il ministro del Welfare, Roberto Maroni, senza tuttavia precisarne i contorni. Maroni — che ieri a Vicenza ha evitato di recarsi alla Fiera, dov’era atteso, per la presenza di un migliaio di lavoratori in sciopero contro il tentativo di ridimensionamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori — è convinto che la proposta «metterà d’accordo tutti: la presenteremo martedì prossimo nel corso dell’incontro con i sindacati e gli imprenditori». Il ministro leghista ha poi confermato che «tutto quanto è stato detto, tutte le indiscrezioni espresse nei giorni scorsi sull’argomento non sono attendibili». Come dire: abbiamo scherzato.
A dispetto dell’opposizione della Confindustria, la nuova proposta dovrebbe anch’essa mantenere la «barra dritta» rispetto a un principio sul quale, in effetti, il governo non ha mai esitato: la parte del Tfr che confluirà nei fondi pensione per il decollo della previdenza integrativa sarà in ogni caso maggioritaria, dunque superiore al 50 per cento, rispetto a eventuali altre destinazioni delle liquidazioni. Nella proposta è contenuta anche la soluzione al problema della compensazione finanziaria per le imprese che con la riforma del Tfr perdono un’importante fonte di autofinanziamento. Una delle ipotesi che si sta facendo strada parla di una riduzione dei contributi sui nuovi assunti. Ad essa va però affiancata la soluzione di un taglio dell’Irap.