Contratti capestro, la rivolta delle commesse

01/12/2011

Record dei «rapporti di partecipazione». Raffica di tagli sulle paghe a causa di perdite e debiti

Commessi che si ritrovano a fine mese con buste paga (già misere) dimezzate. O peggio con debiti o con auto e beni pignorati. Paradossi del cosiddetto contratto di associazione in partecipazione previsto, è chiaro, dal codice civile (articolo 2549) e molto usato negli ultimi mesi negli esercizi commerciali. Il perché è chiarissimo: è un contratto con il quale una parte (l`associante) attribuisce ad un`altra (l`associato) il diritto ad una partecipazione agli utili della sua impresa, dietro il corrispettivo di un apporto da parte dell`associato. Niente contratto di lavoro subordinato (e quindi abbattimento di tasse e contributi che toccano per la metà al socio di minoranza) per il dipendente ma alla fine, nella maggior parte dei casi, invece degli utili semplici commessi si trovano a dover partecipare alle perdite. In teoria sei il socio di un`impresa, nei fatti un semplice dipendente subordinato. Con tanto di orario: otto ore se va bene, spesso anche le domeniche. Molte ragazze parlano con terrore del periodo di Natale e di quello dei saldi. Dovresti essere un imprenditore. Ma figurarsi. Un caso, quest`ultimo, diffuso, manco a dirlo, nel napoletano. Per questo proprio da qui è partita la campagna promossa dal sindacato guidato da Susanna Camusso (si chiama «Dissociati!» ed è organizzata dalla Nidil Cgil e Filcams Cgil) contro l`utilizzo di questo tipo di contratto. Un fenomeno che in città e in provincia è in costante crescita e secondo i dati diffusi dalla confederazione nel 2010 risultavano iscritti all`Inps di Napoli 16511avoratori di questa tipologia.
Almeno 3mila, si stima, in Campania. «Ma se consideriamo che ce ne sono tantissimi non registrati
all`Istituto – sottolinea il segretario della Cgil di Napoli, Giovanni Nughes – siamo di fronte ad una vera
e propria emergenza». Allarme perché il commesso assunto come associato in partecipazione, rispetto a un dipendente, ha uno stipendio e una pensione più bassa. Ma, soprattutto, partecipa anche ad eventuali problemi finanziari dell`impresa. E tutto questo avviene spesso nella totale inconsapevolezza del lavoratore che accetta di firmare il rapporto consensuale convinto di partecipare a eventuali utili. Epperò difficilmente arrivano. Anzi.
Per questo la Cgil sta attivando presso i suoi uffici legali tutti i possibili percorsi di tutela per fare in modo che il fenomeno emerga e che i giovani vadano a denunciare la loro situazione. Ma serve sensibilizzare e far capire che spesso accettare questo tipo di contratto, anche se il mercato del lavoro è asfittico, non è sempre conveniente: perché ci si può ritrovare responsabili di una cattiva gestione. E ieri pomeriggio è stato allestito un gazebo informativo in piazza Dante. L`obiettivo è quello di raccogliere dati utili alla composizione di un primo elenco di aziende territoriali che fanno uso di questa tipologia di contratto. Le organizzazioni puntano all`apertura di un tavolo di confronto con l`Ispettorato del lavoro della provincia di Napoli con la costituzione di un nucleo ispettivo misto che faciliti l` emersione e denunci le criticità legate all`uso smodato del contratto. «Il fenomeno è in aumento – spiega Giovanni Nughes della segreteria della Camera del lavoro di Napoli – e non c`è un dato preciso perché non tutti questi lavoratori si iscrivono all`Inps». La tipologia di contratto però non ha nulla di illegale ed è previsto nel codice. «Certo, tutto regolare sulla carta – continua il sindacalista – ma ovviamente in un mercato dove l`offerta di lavoro è bassissima molti giovani accettano di tutto. E ci si ritrova in un`impresa senza aver alcuna responsabilità, anzi dipendenza, ma si corre il rischio di incappare in perdite causate da una cattiva gestione. Con situazioni gravi: da richieste di fallimento a creditori che vantano quattrini. E si va dalla decurtazione di 500-600 euro di stipendio sino all`accollo di una parte del fallimento».