Contratti a termine un decreto-trappola

12/10/2001






IL CASO

Contratti a termine un decreto-trappola


di PIETRO ICHINO

      Tutti ricordano lo scontro titanico che nella primavera scorsa ha visto la Cgil rifiutarsi di firmare l’accordo con la Confindustria per la liberalizzazione dei contratti di lavoro a termine, sottoscritto invece da Cisl e Uil. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato di dare seguito a quell’accordo con un decreto legislativo, approvato in agosto, che è entrato in vigore proprio ieri e che viene presentato come un importante passo iniziale verso la maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Chi lo ha letto con attenzione, però, si è subito reso conto che il nuovo decreto rischia di rivelarsi una trappola per le imprese. La vecchia legge del 1962 stabiliva tassativamente una serie di casi nei quali era consentito il contratto a termine, ponendo un divieto generale al di fuori di essi. Il nuovo decreto ora la sostituisce ponendo una regola molto generica, per cui il contratto a termine deve essere giustificato da adeguate «ragioni tecniche o produttive», senza precisare quali esse siano e lasciando di fatto al giudice una amplissima discrezionalità nella valutazione caso per caso. Si introduce, così, una sorta di «giustificato motivo» di contratto a termine, in analogia con la disciplina del licenziamento individuale.
      Tutto induce a prevedere che questa tecnica legislativa, così come ha reso aleatorio e quindi difficile il licenziamento, allo stesso modo renderà aleatorio e quindi difficile il contratto a termine.
      Fino a oggi i casi in cui lo si poteva stipulare erano pochi, ma in quei pochi lo si poteva fare con una certa sicurezza: ora, invece, si dovrà procedere «al buio», senza sapere se il motivo per cui si stipula verrà considerato valido dal giudice, in un’eventuale futura controversia. Col rischio per l’imprenditore che, se il giudice non considererà valido il contratto a termine, il lavoratore verrà «reintegrato» in azienda, magari a tre o quattro anni di distanza da un contratto della durata di tre o quattro mesi: è lo stesso rischio che ha fatto fallire la prima edizione del «Patto di Milano» del sindaco Albertini.
      E non è tutto: nella fretta di abrogare l’intera legislazione precedente sul contratto a termine, l’incauto legislatore estivo ha eliminato anche tutte le norme che erano state emanate dal 1977 in poi per attenuare la rigidità della norma del 1962. Ne risulta soppressa ogni possibilità di autorizzare il contratto a termine derogando alla regola generale mediante la contrattazione collettiva o provvedimenti dell’ispettorato del lavoro. Vengono meno, così, anche queste due importanti «valvole di sfogo», che nell’ultimo quarto di secolo avevano consentito di adattare la legge alle esigenze concrete via via emergenti nei vari settori e nelle singole aziende.
      Come ha potuto essere commesso un errore tecnico così clamoroso? È presto detto. Il testo originariamente predisposto dal governo prevedeva una liberalizzazione pressoché totale dei contratti a termine; era dunque logico che prevedesse anche l’abrogazione di tutte le norme che in precedenza erano servite a temperare il rigore del divieto.
      Senonché questa liberalizzazione è parsa eccessiva, oltre che alla Cgil, anche a Cisl e Uil, le quali hanno protestato. Il governo si è lasciato dunque indurre a introdurre nel decreto una norma limitativa apparentemente blanda, perché formulata in modo molto generico, senza accorgersi che in questo modo produceva l’effetto di rendere estremamente incerta la validità o no del contratto stipulato: incertezza che, in questo campo, è peggio di una regolamentazione rigida; e si è dimenticato di correggere la norma sulle abrogazioni, per lasciare in vita le «valvole di sfogo» che temperavano il vecchio divieto.
      La Confindustria deve rinviare i festeggiamenti e la Cgil può stare tranquilla: la liberalizzazione del mercato del lavoro per ora è rinviata.
Pietro Ichino


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