Contratti a termine: storia di un decreto «mancato»

12/03/2001
Domenica 11 Marzo 2001





Corriere Della Sera

ECONOMIA     
Contratti a termine
La storia di un decreto «mancato»
      IL NO DI COFFERATI
      Un accordo senza la Cgil non è valido: è questa la posizione alla quale si è ancorato il segretario generale Sergio Cofferati, fin da quando la trattativa sulla riforma dei contratti a termine è entrata in crisi. Martedì sera 6 marzo, la Cgil ha abbandonato polemicamente il tavolo del negoziato con la Confindustria e con altre 16 associazioni imprenditoriali per la definizione dell’«avviso comune», cioè dell’intesa propedeutica al recepimento della direttiva europea.


      I MOTIVI

      Lo ha fatto perché le imprese hanno risposto di no alla richiesta di attribuire ai contratti di lavoro il potere di fissare il massimo di assunzioni a termine possibile in ogni azienda. Cofferati ha scritto una lettera diffidando Salvi dal recepire la direttiva europea secondo gli indirizzi confindustriali. Il segretario Cgil ha anche ribadito che considera concluso il confronto con la Confindustria.

      IL RINVIO DI SALVI

      Il ministro del Lavoro Cesare Salvi ha deciso di non recepire per il momento la direttiva europea sui contratti a termine, rinviando di fatto la patata bollente al prossimo governo. I motivi di questa scelta, ha spiegato il ministro in una lettera ai sindacati e alle associazioni imprenditoriali, sono numerosi. Manca l’«avviso comune» fra tutte le parti sociali: la Cgil è in contrasto con la Confindustria e anche Cisl e Uil non hanno trovato ancora l’intesa con le imprese su tutti i punti. Ma anche se la trovassero, non potrebbe essere definita «avviso comune».

      LA DIRETTIVA UE

      Il governo potrebbe ugualmente procedere di sua iniziativa al recepimento della direttiva, ma non è opportuno ora, visto che il Parlamento è stato sciolto. Del resto, conclude Salvi, non c’è fretta. La direttiva scade a luglio, con la possibilità di chiedere un anno di proroga. Nel frattempo, conclude il ministro, si continuerà ad applicare la normativa in vigore che è già stata giudicata dalla Corte costituzionale in linea con la direttiva europea.



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