Contratti a termine, perché la Cgil è da sola

19/04/2001

 











Giovedi 19 Aprile 2001



Contratti a termine, perché la Cgil è da sola
di Fabio Luppino


C’era un accordo precostituito sui contratti a termine. Lo ha detto Cofferati, nessuno lo ha smentito. La Cgil ha chiesto di discutere su alcuni punti nodali, prima dell’incontro in plenaria di viale dell’Astronomia,
previsto per domani. Silenzio. La Confindustria tace (e la Cgil senza
disponibilità al dialogo domani a quel tavolo non si siederà), preferendo
spostare su una responsabilità collettiva la decisione coltivata di forzare il braccio di ferro e rompere, portandosi dietro le varie “conf” (non la Confcommercio né la Lega delle cooperative), la Cisl e la Uil. La Confindustria tace. Ma intanto in questa settimana il giornale di Confindustria (quotidiano indipendente) si esercita nel mostrare esempi di gestione “globale” del lavoro. Lasciamo correre sull’idea di affittare a termine operai dall’Est (il presidente Antonio D’Amato una volta era
addirittura contrario all’apertura dell’Europa ad est, ora vorrebbe ipostarci una nuova stagione di relazioni industriali? È un po’ troppo). Ci sono escamotage più infidi. Ieri si poteva leggere un dotto articolo su come il sinistro Tony Blair fa flessibilità in Gran Bretagna. «Le rospettive occupazionali dei lavoratori a termine nel Regno Unito non sono certo
collegate a eventuali vincoli individuati dal legislatore», scrive Marco Biagi. Disquisendo sul fatto che in Gran Bretagna la possibilità di rinnovo di un contratto a termine arriva fino a quattro anni (nella bozza di accordo separato si parla di tre anni), Biagi aggiunge: «Basti ricordare che in Gran Bretagna non soltanto non esistono causali per l’assunzione a termine, ma
neppure limitazioni quantitative circa il numero di contratti stipulabili e in sostanza ben pochi limiti antiabuso». Linea autonoma del giornale, dicono a Confindustria. Peccato che lo stesso Marco Biagi, ordinario del diritto del Lavoro a Modena, sia l’estensore di un documento di 38 pagine, presentato ieri a porte chiuse ai vertici di Confindustria, D’Amato in
testa, in cui si determina una rivoluzione in tema di rapporti di lavoro. In sintesi si propone la deroga alla contrattazione collettiva, come in Olanda; il superamento del modello del luglio ‘93 (il modello che ha sin qui prodotto un milione e 400mila posti di lavoro); arrivare a contratti
aziendali e territoriali, lasciando al contratto nazionale solo una funzione
di definizione di diritti fondamentali; sospensione delle norme contro i licenziamenti per i giovani nei primi due anni di lavoro.
Le risposte sono queste. Nella lettera della scorsa settimana la Cgil chiedeva di riprendere la discussione, ma con tre punti fermi: la piena titolarità della contrattazione collettiva sia in materia di causali che sui limiti quantitativi in rapporto all’organico delle imprese; conferma del diritto di precedenza dei lavoratori stagionali nelle eventuali assunzioni; ripristino dell’attuale normativa di proroga. La Cgil non è un blocco di granito sulla materia in discussione. Anzi, in passato c’è stata molta più flessibilità. C’era anche un altro clima politico. Il documento Confindustria di Parma non è passato come l’acqua che scorre, né i baci e abbracci e il quanto siamo uguali tra Berlusconi e D’Amato.
Cofferati, con la sua forzatura, rischia forse di isolare la Cgil. La
partita è sindacale e politica, non solo politica. Gli industriali quando
parlano di flessibilità continuano a citare punti di partenza senza arrivare ai risultati (l’Olanda non è un paradiso di piena occupazione). Oppure si decontestualizza, isolando una questione rispetto a tutto il resto (non scopriamo noi le grandi tensioni sociali e le nuove povertà senza contrappesi prodotte dal cosiddetto modello britannico). La direttiva Ue sui contratti a termine dovrà essere recepita entro giugno. Allora, il quadro politico sarà chiarito. Confindustria non cela di tifare per un successo della destra. Un esito del genere chiarirebbe molte cose,

anche sui contratti a termine. Gli industriali potrebbero prendere tempo
fino a metà maggio, dunque, puntando ad un modello concertativo guidato da Berlusconi. Cofferati lo sa e lo dice. Lo sappiano i lavoratori.