“Contratti (4)” Perché Confindustria frena i contratti (B.Ugolini)

11/05/2005
    mercoledì 11 maggio 2005

    nuove alleanze

      Perché Confindustria frena i contratti

      Bruno Ugolini

        Una triade è sorta, nelle ultime ore, attorno ai lavoratori del pubblico impiego. Il loro contratto non s’ha da fare, hanno detto fino all’ultimo indignati, invocando i destini in pericolo del Paese. Tale triade era composta da tre personaggi molti diversi. L’uno è il ministro dell’economia Domenico Siniscalco, il secondo è Roberto Maroni preteso ministro al Welfare, il terzo è Luca di Montezemolo presidente della Confindustria. Il primo, con l’appoggio del secondo, ha scoperto all’improvviso che occorre guardare alla stabilità dei conti, bisogna risparmiare e quindi era necessario bloccare le pretese del pubblico impiego colpevole di voler rinnovare un contratto scaduto ormai da un’eternità.
        Il personaggio più singolare è però il terzo, Luca di Montezemolo, una specie di dottor Jekyll, diviso in due parti opposte. Nelle sue prime vesti Luca va a Trieste, raggiunge i confini italici, parla di «economia a terra». Esclama: «Se guardiamo la produttività, la bilancia dei pagamenti, gli investimenti pubblici e privati, l’andamento dell’industria, i gravami fiscali sulle nostre imprese, vediamo che siamo all’ultimo posto in Europa… Io in questo Paese non ho mai sentito parlare d’industria, se non dopo le elezioni, non ho mai sentito parlare di scelte importanti su innovazione e ricerca». Un’analisi ineccepibile, un discorso di verità, impegnato, ripreso perfino dal Financial Times.
        Subito dopo (o poco prima) appare Luca Secondo, attraverso le precise parole del suo Vicepresidente Alberto Bombassei. Il problema dei problemi appare, in questa diversa lettura, non quello macroscopico dell’economia a terra, bensì quello meno elevato, più domestico, del rinnovo dei contratti di lavoro per i quali occorre, ammonisce Bombassei, «essere parsimoniosi». Un aggettivo che immaginiamo possa rallegrare coloro che lavorano per lo Stato e anche quelli che lavorano per l’industria privata, tutti noti scialacquatori d’euro. Non era tanto, però, il contratto del pubblico impiego a tormentare la Confindustria. Il timore era quello del contagio, del gioco a domino, per cui se la fatidica quota cento euro fosse stata raggiunta dai lavoratori pubblici anche i metalmeccanici avrebbero potuto sentirsi invogliati a raggiungere una tale vetta. Il vice di Montezemolo, infatti, non ha invocato l’ansia dei conti dello Stato che angoscia Domenico Siniscalco. Le cui preoccupazioni, diciamolo subito, sono, comunque, quanto mai da condividere. La sinistra, il centrosinistra è da tempo che gliele canta e gliele suona. Prodi ha chiesto più volte: «Perchè non dite la verità al Paese? Perchè non dite che la casa va a catafascio?».
        Loro, incuranti di crisi aziendali, inflazione e contratti scaduti, hanno continuato a sostenere che l’economia andava a gonfie vele, attraverso le modernissime riforme del centrodestra. E perchè il prode Siniscalco non ha invocato l’anima rigorista quando si trattava di discutere il tormentone berlusconiano sul taglio delle tasse? Dove era? Di che cosa si occupava? La verità è che c’è sempre qualcuno che scopre «l’economia fino all’osso» cara a Quintino Sella, quando si tratta di tentare di limitare le richieste di chi lavora.