“Contratti (3)” Statali: chi ha tradito la concertazione (M.Riva)

12/05/2005

    giovedì 12 maggio 2005

    pagina 1-32

    Statali, chi ha tradito la concertazione

      Massimo Riva

        Sulla vertenza degli statali il governo Berlusconi si è mosso col piede sbagliato fin dal principio. Perciò non c´è da stupirsi che la vicenda continui a procedere lungo una pessima china che si concluderà – è previsione fin troppo scontata – con riflessi pesanti sui saldi del bilancio dello Stato.

        Non è serio, non è giusto, soprattutto non è saggio trascinare stancamente – per quasi un anno e mezzo – la trattativa per il rinnovo del contratto di oltre tre milioni di lavoratori pubblici.

        E´ vero che, in questo modo, si ottiene di procrastinare nel tempo il momento nel quale i maggiori oneri contrattuali diventano un´uscita di cassa effettiva per l´Erario. Ma si tratta di un vantaggio effimero, che offre un sollievo temporaneo al bilancio e però al prezzo di rendere ancora più pesante la stangata quando si arriva alla chiusura della vertenza. Anche perché questa tattica temporeggiatrice non fiacca la controparte, anzi ottiene il risultato opposto di esacerbare i lavoratori e di rendere così più aggressive le loro rappresentanze sindacali. Le quali, più il tempo passa, meno sono disposte a moderare le loro richieste iniziali o, peggio ancora, trovano nei ritardi del governo una ragione in più per dichiararsi inflessibili. Come quel che è accaduto in queste ore ha dimostrato.

        Al già grave errore di aver lasciato incancrenire la vertenza per mesi e mesi, il governo del Cavaliere ne ha poi sommato un altro dagli effetti non meno micidiali. Quello di aver offerto in materia l´immagine di una compagine divisa sugli aumenti da concedere tra ministri inclini al bastone ed altri alla carota.

        Contrasto amplificato al massimo, anche fuori del Consiglio dei ministri, dai rappresentanti dei partiti della maggioranza in concorrenza fra loro nella caccia ai consensi elettorali dei lavoratori pubblici e delle rispettive famiglie. Come si è visto, alla vigilia del voto delle regionali, con la sceneggiata della rincorsa a promettere di tutto e di più. Naturalmente, a parole.

        Ha un bel protestare la Confindustria quando si appella al senso di responsabilità del governo, ammonendolo che gli aumenti concessi al pubblico impiego non solo possono compromettere la già fragile tenuta dei conti pubblici, ma rischiano anche di innescare una spirale imitativa nei negoziati per il rinnovo dei contratti collettivi del lavoro privato. La lamentela nascerà anche da giuste preoccupazioni, ma appare destinata a restare lettera morta perché non coglie il nodo politico centrale della questione. A questo pericoloso marasma di trattative salariali non si è arrivati per caso e nemmeno in forza di qualche cattivo scherzo del destino.

        Il fatto è che, fin dai suoi primi passi, il governo Berlusconi – per esplicita scelta del presidente del Consiglio e del suo ministro del Lavoro, il leghista Maroni – ha voluto gettare alle ortiche quel clima di buone e fruttuose relazioni sindacali che i governi di Giuliano Amato e di Carlo Azeglio Ciampi avevano favorito una dozzina di anni or sono, inaugurando una politica dei redditi dalla quale sono arrivati frutti copiosi. Tanto in termini di risanamento dei conti pubblici quanto di controllo dell´inflazione e, dunque, di vantaggi per il potere d´acquisto di salari e stipendi.

        Nossignori, l´accoppiata Berlusconi-Maroni (con il pieno appoggio di Giulio Tremonti al ministero dell´Economia) ha voluto disinvoltamente sottrarsi alla disciplina della politica dei redditi ed ha scelto la strada del conflitto frontale con il mondo sindacale nella furbesca speranza di riuscire a dividere il fronte Cgil-Cisl-Uil per poi procedere nello scontro con una tattica da duello fra Orazi e Curiazi. Il risultato di questa patetica illusione è ora sotto gli occhi di tutti. Non solo il fronte delle confederazioni sindacali, pur dopo non lievi scossoni, ha tenuto, ma oggi siamo al paradosso che è proprio la forza unita dei sindacati ad aprire contrasti, tensioni e polemiche dentro la compagine governativa e tra i partiti della maggioranza.

        Vittima principale di questa dissennata strategia è e rimane, comunque, la concertazione fra governo e parti sociali, cioè precisamente quella politica dei redditi che sola può consentire una gestione unitaria ed efficace tanto dei conti dello Stato quanto della pur controversa questione salariale, sul versante pubblico come su quello privato.

        Attenzione, dunque, a giudicare la vertenza degli statali soltanto con il metro, pur importante, dei maggiori oneri per l´Erario. Ciò che più conta è che questa vertenza dimostra in quali guai si finisce per cacciarsi, abbandonando la strada delle intese complessive con le parti sociali per avventurarsi in disfide frontali tanto rozze quanto controproducenti. Resta, purtroppo, il rammarico che il costo di questa lezione – grazie alla luminosa strategia del governo Berlusconi – finirà inesorabilmente per essere spesato dal bilancio dello Stato. Ovvero a carico delle tasche dei cittadini contribuenti che, in quanto elettori, stanno già mandando inequivocabili segnali di averne abbastanza di una gestione politica così improvvisata e dilettantesca.