“Conti” Tre domande ai sindacati (P.Ichino)

05/09/2006
    marted� 5 settembre 2006

    Pagina 1 e 36 – Opinioni

    Lavoratori nullafacenti, mobilit�, incentivi

      Tre domande ai sindacati

        di Pietro Ichino

          Il dibattito sui dipendenti pubblici nullafacenti, che nei giorni scorsi ha ampiamente coinvolto addetti ai lavori e no (1.500 interventi in un giorno e mezzo solo nel forum aperto sul sito del Corriere ), almeno a una cosa � servito: cio� a chiarire che la scelta di incominciare da l�, invece che da altre parti, i tagli alla spesa pubblica � tecnicamente praticabile, con una norma abbastanza semplice che attivi e regoli la relativa procedura collettiva. Se non lo si fa e si decide di tagliare altrove, non � perch� manchino gli strumenti istituzionali per farlo, ma per ragioni esclusivamente politiche.

          Michele Salvati (Corriere del 3 settembre) e Paolo Leon (l’Unit� del 2 settembre) hanno pienamente ragione quando osservano che il licenziamento per scarso rendimento dei nullafacenti non � la cura dell’inefficienza della pubblica amministrazione: per questa occorre un discorso assai pi� complesso e articolato. Ma, nella stretta finanziaria che oggi attanaglia il Paese, quella � pur sempre un’opzione possibile in alternativa al prepensionamento dei cinquantenni, al mantenimento dei giovani precari nella inammissibile posizione di �figli di un dio minore�, ai tagli sugli investimenti necessari allo sviluppo del Paese. Salvati sottolinea condivisibilmente le cause strutturali dell’inerzia dei dirigenti pubblici (e quale inerzia! A quanto risulta dai repertori, negli ultimi dieci anni non vi � stato neppure un solo caso di licenziamento per scarso rendimento su tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici); ma proprio per questo l’opzione del rigore oggi � praticabile solo con una procedura di riduzione dell’organico attivata per legge, centrata sui criteri della massima inefficienza e improduttivit�, e una disciplina processuale che garantisca l’effettivit� dell’operazione, non meno che la sua correttezza e il sacrosanto diritto di difesa di ciascun lavoratore coinvolto.

          In molti hanno messo in rilievo il problema etico-politico cruciale sotteso a una scelta di questo genere: il fatto che l’improduttivit� del lavoratore pu� non essere dovuta a sua inefficienza personale (scarso impegno o inettitudine professionale), bens� a carenze organizzative o strumentali. Ma � facile rendersi conto che questo problema non si pone nei casi in cui � pari o vicino allo zero non solo l’indice della produttivit�, ma anche quello dell’attitudine e dell’impegno personale. E oggi abbiamo strumenti sofisticati per valutare sia l’un dato, sia l’altro. Certo, a chi perde il posto deve essere assicurata tutta l’assistenza possibile; ma si tratter�, appunto, di assistenza e non di stipendio. Chiamare le cose col loro nome � un primo passo importante sulla via del risanamento.

          Il dibattito di questi giorni ha infine reso evidente il favore dell’opinione pubblica prevalente verso questa opzione, confermato dall’indagine di Renato Mannheimer. E il presidente del Consiglio ha avuto il grande merito di rispondere positivamente senza esitazione, ribadendo l’impegno di combattere le posizioni di rendita dovunque si annidino, anche nell’impiego pubblico. Questo per� non ha impedito che su di un �no� secco si sia invece registrata la pi� monolitica e salda unit� d’azione dei sindacati, dai Cobas alla Ugl: tutti compatti nell’affermare che la questione va affrontata soltanto con i miglioramenti organizzativi, la mobilit� interna all’amministrazione e gli incentivi alla produttivit�; mai con i licenziamenti.

          Con questa chiusura ermetica i sindacati del settore pubblico perdono un’occasione importante per togliersi di dosso l’immagine di difensori dei nullafacenti.

          Sarebbe per� gi� un passo avanti importante se nei giorni prossimi, quando si apriranno i negoziati per il rinnovo di alcuni tra i pi� importanti contratti collettivi nazionali del settore, essi non faranno il �gioco delle tre carte�, ma confermeranno le aperture della settimana scorsa almeno sulla politica della mobilit� e degli incentivi. I negoziatori pubblici farebbero bene a verificarlo, chiedendo subito una risposta concreta e precisa a questi interrogativi, cui l’intera collettivit� � interessata:

          - quali sindacati del settore sono davvero pronti ad accettare un meccanismo di mobilit� vincolante, in base al quale i dipendenti possano essere trasferiti dagli uffici e funzioni dove c’� sovrabbondanza di organico a quelli dove c’� invece carenza, entro un raggio ragionevole?

          - quali sindacati del settore sono pronti ad accettare che una componente importante della retribuzione sia ancorata ai risultati raggiunti, in riferimento a obiettivi prestabiliti comparto per comparto, ufficio per ufficio (per esempio, una componente del 40% del totale per i dirigenti e i funzionari di livello pi� alto, una componente vicina all’intero aumento contrattuale per gli impiegati medi e bassi)?

          - per evitare l’ennesima distribuzione a pioggia di questo incentivo, quali sindacati sono pronti a concordare che esso possa essere erogato nella misura massima solo a una certa quota dei lavoratori interessati (ad esempio: a non pi� del 20% dell’organico) e nelle misure inferiori via via per altre quote, restandone esclusa una fascia bassa pari ad almeno un quarto o un quinto della categoria?

            I sindacati che, dopo aver escluso il licenziamento dei nullafacenti invocando mobilit� e incentivi come valide alternative, non fossero disposti a impegnarsi seriamente su questi tre punti, non sarebbero pi� credibili: essi si prenderebbero gioco del governo e dell’opinione pubblica.