Conti pubblici: sul tavolo un piano da 14 mld

09/07/2003




mercoledì 9 luglio 2003

Conti pubblici, sul tavolo un piano
da 14 miliardi
Tagli alla spesa, riforma delle pensioni: le alternative di Tremonti. Interventi su Regioni, Comuni e imprese
      ROMA – Tra la riforma delle pensioni e una manovra 2004 di lacrime e sangue, la scelta sarà per forza di cose dolorosa. Ma è esattamente questa l’opzione che la nuova «cabina di regia» guidata da Gianfranco Fini si troverà di fronte oggi quando metterà mano al Documento di programmazione. Il quadro che sarà prospettato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non lascia spazio a soluzioni alternative. Per centrare l’obiettivo di deficit che la Ue ha chiesto all’Italia nel 2004, servirebbe una manovra da 1,2 punti di pil, circa 14 miliardi di euro. Di questi, per giunta, almeno 5 dovranno derivare da misure di carattere strutturale, per rispettare l’impegno a rimpiazzare come minimo un terzo delle una tantum del bilancio 2003 (sempre 1,2 punti di pil). Resterebbero quindi da trovare 9 miliardi di euro, sempre ricorrendo alle una tantum o nuovi tagli alla spesa corrente.
      Potrebbero essere di meno, e questo è il nocciolo della questione, solo se tra le misure strutturali il governo inserirà la riforma previdenziale. Non tanto per l’effetto di cassa sul 2004 (che potrebbe anche essere trascurabile), ma perché quello è il segnale che la Ue è pronta a raccogliere, per offrire un margine più ampio sul deficit del prossimo anno. Lo spazio, quindi, per la prosecuzione della riforma fiscale, per le misure a favore della famiglia, della scuola, della ricerca.
      Nella proposta che Tremonti presenterà alla «cabina di regia», la riforma delle pensioni è prevista. Da lì dovrebbe derivare una piccola parte dei cinque miliardi di misure strutturali. Quanto dipenderà dalle formule tecniche che saranno scelte ma, come detto, l’importante oggi non sembra essere la dimensione, quanto la volontà. Il resto della manovra strutturale, secondo le ipotesi del Tesoro, deriverebbe da una nuova stretta sul Patto di stabilità interno (e quindi anche da sanità e farmaceutica) e dalla trasformazione in prestiti dei contributi a fondo perduto alle imprese, modificando la loro contabilizzazione nel bilancio pubblico. L’operazione, già prevista nel 2002 ma fallita per la durissima opposizione della Confindustria, porterebbe un risparmio di 1,4 miliardi di euro.
      Il vero problema per l’esecutivo, senza la riforma delle pensioni e lo «scambio» con Bruxelles, è quello di sostituire il resto delle una tantum. Il gettito del condono tranquillizza il commissario europeo agli Affari monetari, Pedro Solbes, sul deficit 2003, che se non sarà al 2,3% come promesso dall’Italia, potrà attestarsi senza problemi intorno al 2,5%, scontando l’effetto della congiuntura peggiore del previsto. Ma Solbes è convinto che, senza correzioni, il deficit del 2004 supererà il 3% del pil (la stima è il 3,1%) e ha chiesto a Tremonti di puntare a un obiettivo di deficit «sotto al 2%». L’1,9% basterebbe, ma non è per niente facile arrivarci. Tolti i 5 miliardi di interventi strutturali, ne restano circa 9 per arrivare al traguardo. Una parte potrà scaturire dagli incassi rateizzati del condono: per il 2004 erano attesi 2,5 miliardi di euro, ma saranno quasi 5, perché il gettito è stato praticamente il doppio del previsto. Altri 3 miliardi di euro arriveranno dal programma di cartolarizzazioni immobiliari di Scip3. Erano previsti per quest’anno, ma dopo la bocciatura del decreto in Parlamento, l’operazione slitterà al 2004, lasciando sempre all’extragettito del condono il compito di coprire il relativo ammanco nei conti 2003. Un altro effetto una tantum deriverà dall’uscita dell’Anas dal perimetro della pubblica amministrazione, operazione dalla quale dovrebbe derivare un abbattimento del deficit pari a 0,2 punti di pil.
      E qui la lista delle misure possibili si chiude, con un deficit tendenziale che resta ancora lontano dal 2%, e comunque senza risorse da spendere per finanziare il rilancio dell’economia. Per avere più spazio, ribadirà domani il ministro del Tesoro alla «cabina di regia», serve la riforma delle pensioni. Altrimenti, bisognerà raschiare il fondo del barile con i tagli alla spesa, e il rischio di strangolare l’economia alle soglie della ripresa. A meno di non pensare al condono edilizio, l’ultima spiaggia per la «cabina di regia» di Gianfranco Fini. Che deve pure fare in fretta: Silvio Berlusconi ha detto che la data di presentazione del Dpef non è ancora fissata, ma dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, è giunto un secco sollecito.
Mario Sensini





INCENTIVI – 1
Stipendio più alto del 9% se si posticipa il ritiro
      Un tentativo di incentivo era già stato fatto nella Finanziaria 2001, stabilendo che il dipendente che resta in attività pur avendo maturato i requisiti minimi per la pensione di anzianità, combinando i 35 anni di contributi con i 57 di età, oppure accumulando 37 anni di versamenti, può rinunciare all’ulteriore accredito utile per la pensione, evitando di far versare al datore di lavoro la dovuta contribuzione. Tutto ciò si traduce in un aumento dello stipendio del 9%, in misura pari alla quota di contributo a carico del lavoratore. Lo sgravio contributivo è legato però all’instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro a tempo determinato della durata di almeno due anni



INCENTIVI – 2
Con un rinvio di due anni retribuzione su del 16%

      Nei nuovi incentivi sarebbe mantenuta la condizione della stipula di un nuovo contratto di almeno due anni, ma l’esenzione contributiva sarebbe più consistente: il 50% dell’intero contributo (sia la quota a carico dell’azienda, che quella a carico del lavoratore), ossia il 16,35%. Questo significa che chi rinvierà il pensionamento di anzianità continuerà a lavorare intascando uno stipendio maggiorato del 16,35%. Un lavoratore di 57 anni e 35 di contributi, con stipendio di 25 mila euro annui, per i due anni di rinvio ricava 8.175 euro (il 16,35% per due anni). Ma la rinuncia all’accredito farà diminuire la rendita di un importo pari al 4% della retribuzione



DISINCENTIVI – 1
Assegno ridotto del 9% a chi lascia a 57 anni

      Sul fronte dei disincentivi si tratta solo di ipotesi. Proviamo a vedere che cosa accadrebbe con una penalizzazione dell’1% annuo applicata alla rendita previdenziale e legata
      alla differenza di età tra la data del pensionamento e un’età prestabilita, per esempio 63 anni. Con la riduzione dell’1% per ogni anno di anticipo un dipendente
      di 57 anni, con 23.000 euro di pensione, ne incasserebbe 21.620. Se l’aliquota fosse dell’1,5%,
      la riduzione sarebbe del 9%



DISINCENTIVI – 2
Uno «sconto» di sei anni potrebbe costare 750 euro

      Un’altra forma di disincentivo potrebbe prevedere una riduzione percentuale secca (0,50%) da applicare ogni anno all’importo della rendita previdenziale a partire dalla data del pensionamento e sino ai 63 anni. In questo caso il dipendente cui viene liquidata all’età di 57 anni una pensione di anzianità di 25.000 euro pagherebbe per i successivi 6 anni una «tassa» di 125 euro l’anno.

      ( A cura di Domenico Comegna )





CONTRIBUTIVO
& PRO RATA

      RIFORMA DINI
      Il metodo contributivo
      Con il metodo contributivo, introdotto dalla riforma Dini nel 1995, l’importo della pensione è calcolato sui versamenti effettuati durante la vita lavorativa. E’ stato applicato dal primo gennaio del ’96 a tutti i neoassunti.
      METODO MISTO
      Il sistema «Pro rata»
      Con l’entrata in vigore della riforma Dini, ai lavoratori con meno di 18 anni di servizio viene applicato il metodo «contributivo pro rata» che calcola la pensione sui versamenti effettuati da quel momento in poi