Conti pubblici: Siniscalco promette la verità

17/05/2005
    martedì 17 maggio 2005

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    Conti pubblici: Siniscalco promette la verità
    Manovra correttiva con tasse sulle rendite. Coop, Coldiretti, Confesercenti escluse dall’incontro del 19

      Laura Matteucci

        MILANO A quanto ammonta l’operazione verità sui conti pubblici promessa dal ministro Siniscalco? Più precisamente: il titolare dell’Economia che oggi va a riferire in Parlamento sullo stato dell’arte, davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, alzerà il velo sul buco da 20 miliardi delle casse pubbliche, calcolato dalle forze dell’opposizione e riportato dall’Unità?

          Siniscalco, dopo quattro anni di governo Berlusconi che hanno portato l’Italia alla recessione economica, unico caso in Europa, sembra rassegnato alla verità. Questa volta non si scherza, dice (sottinteso, fino ad oggi invece sì, abbiamo scherzato), l’Europa e i mercati sono pronti a giudicarci con severità. È vero, continua, con questi dati sul pil, in calo per il secondo trimestre consecutivo, siamo un caso unico, occorre un’azione di rilancio.

            Berlusconi, in compenso, non si smentisce: «Il buco da 20 miliardi? Non lo so, bisogna chiederlo all’Unità, a me non risulta – dice – Chiamerò Siniscalco e gli dirò di rispondere». Sull’entità del debito pubblico: «Noi non abbiamo aumentato il peso del debito pubblico sul pil. Credo non si potesse fare meglio di così». Come dire: per l’ennesima volta, l’operazione verità non sembra partire con il piede giusto.

              Il presidente del Consiglio e il suo ministro all’Economia non sono d’accordo neanche sull’ipotesi di un taglio sull’Irap di 12 miliardi tutti in un colpo, ipotesi firmata Berlusconi-Montezemolo, il leader di Confindustria che, proprio grazie all’intesa sull’Irap, ultimamente sembra aver dichiarato tregua al governo. Siniscalco non vuole fare strappi con Bruxelles e con l’Ecofin.

                La decisione sull’Irap potrebbe arrivare anche per decreto, e sembra avanzare la proposta di intervenire in tre anni, partendo con circa 4 miliardi. Berlusconi però insiste per il taglio in un solo anno. Ma persino lui ammette l’azzardo: «Ci porterebbe al di là del 3,5% di deficit – dice – poi si dovrebbe prevedere un periodo di rientro in tre anni».

                  Per tentare di salvare il salvabile, si fa strada nella maggioranza l’idea di aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie (titoli di Stato esclusi), destinata appunto a coprire il taglio Irap. Ma, anche in questo caso, nessun accordo.

                    L’idea è stata rilanciata dal ministro An per le politiche agricole Gianni Alemanno, ben accolta (con alcuni distinguo) da Lega e Udc, ma già bocciata dal viceministro all’Economia Giuseppe Vegas: «Argomento suggestivo ma pericoloso», dice. E il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei, pensando ad una sorta di patrimoniale, brucia tutti in partenza: «Difficile – ricorda – che con questo governo la questione diventi una priorità», ovviamente dopo aver definito la proposta «non condivisibile».

                      Altolà anche da parte del leader dell’Ulivo Romano Prodi: «Non mettiamo insieme l’Irap e le rendite finanziarie», dice. «C’è un problema generale di reperimento di risorse e c’è un grande problema di politica fiscale coerente». «Non so quale sarà la decisione del governo – continua Prodi – ma certamente il discorso di armonizzare il peso fiscale, il costo del lavoro e le rendite finanziarie è un problema che ho posto all’ordine del giorno già da molti mesi».

                        Sull’abolizione dell’Irap, l’ex ministro del Tesoro Vincenzo Visco ricorda che «se ci fossero i soldi non avrei niente in contrario, ma nel contesto in cui è stata creata, l’Irap era una soluzione valida». Di sicuro, «il governo non avrebbe dovuto tagliare l’Irpef».

                          Per ricapitolare: nonostante gli annunci di Siniscalco, si preannuncia ancora nebbia fitta sui conti, se possibile ancora più fitta sulle misure per uscire dal disastro.

                            «Siniscalco non poteva non sapere come stavano le cose. E ora – dice Pierluigi Bersani, responsabile del Programma 2006 per i Ds – non può limitarsi a dire “io suggerisco una gamma di ipotesi poi il governo decide”. Lui è il governo». Per chiarire: «Il governo deve fare il suo dovere ma se valuta di non poter procedere secondo i programmi definiti, sosterremmo l’idea di una Finanziaria di tamponamento, di gittata limitata, per poi andare al voto. Non si può pensare di andare avanti per 10 mesi così», dice Bersani. Ma questo non significa «pensare a una qualche corresponsabilità del centrosinistra nelle scelte di politica economica. Quello che chiediamo è un confronto in Parlamento».

                              Quanto allo stato dei conti pubblici: «Uno dei guai di questi anni è stata la scarsa trasparenza – continua Bersani – Ma per quel che ci risulta stiamo viaggiando da un bel po’ di tempo sopra il 4% nel rapporto deficit-pil, al netto delle una tantum che sono venute a scadenza. Siamo sulla strada per raggiungere il 5% nel 2006. Molto dipenderà da come Eurostat giudicherà alcune norme fantasiose dell’ultima Finanziaria. Come la vendita di 4mila chilometri di strade a una società pubblica o i trasferimenti alle Ferrovie». Visco è dello stesso avviso: «Il disavanzo reale è superiore al 4% del pil, ma se si tiene conto del fabbisogno di cassa siamo al 6%». «Uscire da questa situazione sarà più difficile che nel ‘96».

                                Da Bruxelles, intanto, il Commissario Joachim Almunia, attraverso le pagine del Financial Times avverte: al prossimo Consiglio Ecofin di luglio raccomanderà ai paesi Ue di approvare la procedura per deficit eccessivo contro l’Italia. Il governo italiano «non deve cadere nella tentazione di un taglio delle tasse, poichè il suo deficit pubblico supera già il 3% del pil», continua Almunia. E «deve smetterla di incolpare gli altri paesi per i suoi problemi».

                                  Parte col piede sbagliato anche l’incontro governo-parti sociali di giovedì, riservata (al momento) solo a Cgil, Cisl, Uil, Confindustria e Confcommercio. Piovono le proteste degli esclusi. Confesercenti, Coldiretti e Legacoop in primis. «Una decisione incomprensibile e sorprendente, se ancora ci si può sorprendere degli atti di questo governo», la definisce il presidente di Legacoop, Giuliano Poletti.