Conti pubblici in pieno caos

17/06/2004

        17 giugno 2004

        Conti pubblici in pieno caos

        Tremonti vuole riattivare la Consip, che aveva bloccato.
        L’Ocse chiede la manovra

        Bianca Di Giovanni

        ROMA Dopo le elezioni arrivano al pettine tutti i nodi di Giulio Tremonti. «Siamo molto curiosi di sapere come il governo riuscirà a conciliare l’indispensabile manovra correttiva con i tanto sbandierati tagli alle tasse», dichiara Vincenzo Visco. In effetti che in arrivo ci sia una manovra-bis ormai non lo nega più nessuno: l’unico disaccordo è sulla consistenza precisa. I sindacati indicano una cifra tra i 7 e i 9 miliardi di euro, Bankitalia 6,5 miliardi, il Nens 13. Si va da mezzo punto a un punto intero di Pil. «La Finanziaria 2004 fa acqua da tutte le parti – osserva Enrico Morando, senatore Ds – Lo sfondamento è su tutta la linea e sento in giro che si starebbero preparando “cose da urlo”».

        Le cose «da urlo» indicate da Morando sono sostanzialmente due: una (falsa) revisione della Consip per abbassare le spese della pubblica amministrazione, e l’operazione vendita e riaffitto dei ministeri da realizzare attraverso il fondo immobiliare. La prima «fa davvero ridere – continua il senatore della Quercia – perché dopo un anno passato a distruccere la Consip, ora si tenta di tornare indietro». Pare che la riattivazione della Consip sia sul tavolo di Silvio berlusconi da parecchio trempo, ma che il premier non si sia deciso ad effettuarla. Fonti interne a Via Venti Settembre indicano nella paralisi del meccanismo di controllo della spesa (andato completamente in tilt) come il segnale del braccio di ferro interno tra il ministro e il Ragioniere dello Stato Vittorio Grilli. Insomma, Tremonti sarebbe vittima di trame interne, e non il «carnefice» come lo descriverebbero i suoi nemici. Ma secondo questa teoria non si capisce bene quale sarebbe il fine ultimo di un Ragioniere dello Stato impegnato a fare lo «sfascista».


        Passando all’operazione immobili, per Morando «è una follia, perché se l’affitto dei ministeri costerà di più di quanto costa il denaro sul mercato finanziario sarebbe stato meglio chiedere un prestito». Troppo elementare per Tremonti. E soprattutto troppo trasparente, vista la cortina fumogena che circonda tutte le operazioni immobiliari effettuate dal centro-destra. Senza contare che il fondo immobiliare frutterebbe circa 5 miliardi di euro, a fronte di 9 miliardi indicati nella legge di bilancio come incasso da operazioni immobiliari. Le altre voci sulle risorse da reperire sono tutte già note: più tasse sulla seconda casa, più canoni demaniali, solo prestiti e non incentivi alle imprese e l’attivazione del taglia-spese (che quest’anno però non renderà lo 0,2% del Pil prodotto nella prima edizione). Ma tutte queste operazioni richiedono tempo e molte mettono a rischio la ripresa in arrivo (per le imprese sarebbe una vera doccia fredda). Molto probabilmente non agiranno sui conti del 2004, già troppo minati dal quasi fallimento del condono edilizio (si attende la decisione della consulta) e del concordato preventivo, dal flop inquetante delle Scip (su cui si è dovuto chiedere un prestito), la discutibile esclusione dell’Anas dal bilancio dello Stato.


        In queste consizioni sarà difficile fornire a Bruxelles (e agli alleati di governo) indicazioni rassicuranti sui conti pubblici. E ancora più difficile sarà «imbastire» il Dpef, sulla cui presentazione i termini si rinviano sine die. Ieri a mostrare parecchi dubbi sulla tenuta del bilancio sarebbero stati anche i membri della delegazione Ocse in visita nel nostro Paese. «Dalle domande formulate dall’Ocse emerge un evidente scetticismo nei confronti della politica economica di questo governo», hanno commentato ieri i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil dopo un incontro con i commissari. «Affinché la riduzione delle imposte abbia un effetto ottimale, il governo dovrebbe preservare la sostenibilità di bilancio – osservano gli ispettori internazionali – Ciò richiederebbe tagli alle spese oltre a quelli necessari per la riduzione di debito e deficit. Poiché la spesa pubblica è di fatto aumentata, questa è forse la sfida principale per l’Italia». Per non dire il paradossi Italia. I delegati dell’istituto parigino non si spiegano, poi, come si possa annunciare un taglio fiscale da oltre 12 miliardi e prevedere coperture per 5-10 miliardi. Ci si chiede poi quali aliquote si vogliano abbassare per far ripartire l’economia. Infine per l’Ocse potrebbe essere desiderabile innalzare l’aliquota del 12,5% sulle rendite finanziarie al 23% (imposta minima Irpef) per eliminare un arbitrato fiscale. Ma l’ipotesi, avanazata giorni fa su un quotidiano, era stata già smentita dal Tesoro.