“Conti” Privatizzazioni al palo

11/09/2006
    luned� 11 settembre 2006

    Pagina 9 – Economia

    DISMISSIONI E CONTI PUBBLICI LA PRIORIT� DI PADOA-SCHIOPPA � RIPRISTINARE L’AVANZO PRIMARIO. AMATO: �NON C’� UNA RICETTA OVVIA, CON GLI IMMOBILI SI � STATI FACILONI�

      Privatizzazioni al palo

        Fuori dall’agenda del governo. Urgono fondi, ma ci sono troppi veti

          inchiesta
          PAOLO BARONI

            ROMA
            Un dossier Bancoposta non esiste. Gli sportelli bancari delle poste si privatizzano in Germania, mica in Italia. Altro da vendere? Non certo Alitalia, azienda che piuttosto andrebbe rottamata. Per il resto poco o nulla, visto che gli ultimi gioielli di famiglia Eni ed Enel sono di fatto intoccabili. E per questo al ministero dell’Economia hanno messo per ora tra parentesi la parola �privatizzazioni�. Non se ne parla, non ce n’� traccia n� nei documenti ufficiali (nel Dpef c’� solo il riassunto delle puntate precedenti e poco di pi�) n� nel dibattito. Non ne parlano i ministri e non ne parlano i partiti. Anche le banche d’affari restano fredde. Sembra insomma che una delle pratiche pi� in voga negli anni ‘90 sia diventata un vero e proprio tab�. �Assurdo� commenta qualcuno. Tanto pi� se si considera che il nostro debito pubblico quest’anno ha ripreso a salire e l’anno prossimo sfonder� la soglia del 108% del prodotto interno lordo. Non � un controsenso?

              I veti politici. �Non si vogliono fare�, spiega con la franchezza che lo contraddistingue Nicola Rossi, economista e parlamentare ds nonch� consigliere economico di Massimo D’Alema a palazzo Chigi. �Con questa maggioranza la parola privatizzazioni non si pu� nemmeno pronunciare�. Nei palazzi del Tesoro, dove fervono i lavori per il varo della Finanziaria, si ostenta tranquillit�: ogni cosa a suo tempo. Adesso � aperto il cantiere della manovra e tutte le attenzioni e le energie si concentrano qui. E poi il ministro Tommaso Padoa-Schioppa ha da subito messo in chiaro la sua strategia per ridurre il debito: come prima cosa bisogna ripristinare l’avanzo primario, rendere strutturale il risanamento dei conti. Vendere o svendere pezzi dello Stato o gioielli di famiglia servirebbe insomma a poco se in parallelo il deficit di bilancio continuasse a correre. Questione rinviata, dunque, almeno per via XX Settembre.

                Il fondo del barile. Eppure un po’ di dismissioni non sarebbero d’aiuto? �La domanda � pertinente – risponde Giuliano Amato, che da ministro del Tesoro e poi da presidente del Consiglio negli anni passati ha avuto un ruolo decisivo nel mettere sul mercato pezzi anche molto pregiati di economia pubblica. �Ma bisogna anche tener conto di quelle, tante, gi� avvenute e quello non � un pozzo senza fondo. Sono rimaste le grosse partecipazioni in Enel ed Eni (per quanto riguarda lo Stato) e non molto di pi�. Gli immobili, come abbiamo visto, sono un’avventura e i conti sulla consistenza patrimoniale dello Stato sono troppo faciloni. Insomma – conclude – non c’� una ricetta facile�.

                  Ma l’Europa fa cassa. Negli altri Paesi, come rivelano gli ultimi dati del �Privatisation barometer� curato dalla Fondazione Iri e dalla Fondazione Mattei (Eni), invece si suona tutta un’altra musica. Nei primi sei mesi dell’anno sono state effettuate dismissioni e collocamenti per un ammontare complessivo di 22 miliardi di euro dopo i 67,7 miliardi incassati nel 2005. E l’Italia? Certamente sfigura al confronto degli altri partner europei: appena 700 milioni incamerati lo scorso anno, frutto dello spin-off degli immobili Fintecna e del collocamento in Borsa di Ansaldo Sts. Briciole, al confronto dei tempi d’oro: 96,2 miliardi di euro incassati dal ‘94 al 2005, con picchi di 19,6 nel 1996, 18,6 nel ‘98 e 16,6 nel 2003.

                    Si pu� fare di pi�? Secondo alcuni economisti s�. Azzardiamo un’ipotesi: � obbligatorio che la Cassa depositi sia controllata al 70% dal Tesoro: non si trova qualcuno (come le fondazioni che hanno gi� il 30% del capitale) interessato a qualche quota? Oppure, non � possibile limare un po’ il suo ricco giardinetto di partecipazioni (Eni, Enel, Terna, Poste ed Stm)? �In effetti – spiega Bernardo Bortolotti, assistente al Dipartimento di economia dell’Universit� di Torino e fondatore del �Privatisation barometer� – l’atteggiamento del governo sul tema sembra paradossale, anche perch� gli asset da vendere ci sarebbero, come � ampiamente dimostrato dallo studio di Patrimonio dello Stato�. Cosa cedere? �Ovviamente non ci sono piu azioni Enel/Eni da mettere comodamente sul mercato evitando il rischio di scalata (anche se per me economista la scalata non � un rischio ma un’opportunit�). Bisognerebbe per� riprendere dossier pi� difficili (Poste, Ferrovie, immobili), pensare a nuove forme di coinvolgimento dei privati dell’investimento infrastrutturale, lanciare un’operazione straordinaria di outsourcing nella pubblica amministrazione (come � stato fatto in molti Stati negli Usa), ecc. ecc.�.

                      Sul settimanale �Economy�, nelle scorse settimane, il preside di Scienze politiche della Cattolica di Milano, Alberto Quadrio Curzio, ha parlato esplicitamente di �paura di privatizzare�. �Il governo – sostiene – dovrebbe mostrare maggiore coraggio nelle nuove cessioni. O almeno potrebbe elaborare un ”libro bianco” per indicare quelle che forse varer�.

                        Gioielli e rottami. Nell’ultimo Dpef sono appena quattro le pagine dedicate all’argomento ed una � occupata da un’intera tabella. Qualche indicazione sugli indirizzi del governo la si ricava nelle ultime dieci righe di testo dove tra l’altro si segnala che c’� un ricco portafoglio (30 miliardi di euro) di partecipazioni in societ� quotate ma �attestate ormai su soglie appena superiori a quelle necessarie ad assicurare una qualificata presenza pubblica in settori strategici� come energia e difesa, che ci sono partecipazioni che per entit�, tipologia di business e peculiarit� normative non possono essere cedute (come Grtn, Consap o Sogin), realt� caratterizzate da profonde crisi di natura finanziaria ed economica (Fs e Anas) per nulla appetibili per il mercato e, infine, societ� potenzialmente privatizzabili ma che tutt’ora sono oggetto di importanti processi di ristrutturazione (Poligrafico dello Stato) �o che comunque necessitano di non facili processi di razionalizzazione e di individuazione di un quadro regolamentare certo�.

                          Bortolotti concorda con Rossi: �Tutte queste politiche – spiega – necessitano di una maggioranza coesa che creda davvero nel mercato. Non � quindi paradossale che il tema sia oggi in Italia fuori moda…�. E lo Stato continua a farla da padrone.

                            paobar@lastampa.it