“Conti” Non si risana tagliando il welfare (P.P.Baretta)

20/07/2006
    gioved� 20 luglio 2006

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      INVOLUZIONI. DOPO LE LIBERALIZZAZIONI

        Non si risana tagliando il welfare
        Meglio tassare le rendite finanziarie

          Pier Paolo Baretta
          Segretario generale aggiunto della Cisl

            L’avvio del confronto tra sindacati e governo si � rivelato accidentato. Abbiamo registrato momenti di utile scambio di affidamenti, culminati nell’incontro del 29 giugno e nel giudizio positivo, da parte del sindacato, sulla manovrina e sul decreto sulle liberalizzazioni. Al contempo, abbiamo constatato una incertezza, definiamola generosamente cos�, sulla concertazione: sulla sua qualit� e sui contenuti di merito. Lo si � visto nel modo con il quale � stato preparato il Dpef, a cominciare dalla mancata convocazione della sessione di politica dei redditi prevista dall’accordo del 23 luglio ’93. La definizione condivisa del tasso di inflazione e di crescita va ben oltre il dato quantitativo, ma rappresenta l’occasione per discutere preventivamente le vere scelte da compiere.

            Da un lato si lancia un segnale forte di rimessa in moto del paese attraverso le liberalizzazioni, proponendo, in tal modo e giustamente, una politica di riforme; dall’altro, quando si parla di deficit, si evoca lo stato sociale, le riforme scompaiono e si ripete la monotona litania dei tagli come strada quasi unica del risanamento. Le ragioni di questa delicata situazione vanno ricercate, certamente, nel merito dei problemi economici, molto seri, che dobbiamo affrontare, rispetto ai quali � davvero inscindibile il trinomio: equit�, sviluppo, e risanamento. Una politica fiscale, innanzi tutto, che ripristini la progressivit� e assuma il reddito medio basso e il patrimonio, e non le professioni o le corporazioni, come i criteri per una redistribuzione dei vantaggi fiscali. Il coraggio di tassare le rendite finanziarie, di combattere davvero elusione ed evasione, il che dar� risultati qualitativi, ma anche quantitativi. Una politica sociale che assuma la fragilit� individuale e famigliare come il cuore di politiche di sostegno e tutela. Si pensi, solo, a titolo di esempio, al finanziamento del fondo per la non autosufficienza o alla riduzione del cuneo fiscale orientato a favorire occupazione stabile. Non si pu� dire che alcune di queste opzioni non siano presenti nelle dichiarazioni, ma restano nello sfondo, mentre in primo piano compare la politica dei tagli. Serve, dunque, e presto un chiarimento politico col presidente del Consiglio e l’avvio dei tavoli di confronto.

            Ma, per poter discutere seriamente e fuori dalle polemiche della debole qualit� della concertazione e dei contraddittori contenuti della politica di governo, bisogna fare i conti con due problemi squisitamente politici. Il primo riguarda lo squilibrio di poteri interno all’esecutivo. Non parlo di pesi elettorali, ma della concentrazione di responsabilit� della politica economica in mano ad un solo dicastero. Non si tratta, ovviamente, di una questione di persone (il ministro Padoa-Schioppa � una personalit� autorevole e stimata sul piano professionale). Non si tratta, neppure, del fatto che l’approccio dell’attuale ministro sia estremamente rigoroso. Mi stupirei di un ministro del Tesoro disattento ai conti pubblici, ai vincoli europei, ai mercati. Ma, caricare tutto il peso di una intera politica di governo su un solo dicastero � un errore politico, indipendentemente dalla qualit� delle politiche adottate e dalle persone che le interpretano.

            Tra i vincoli di bilancio e le politiche di risanamento bisogna anche rispondere alla domanda: quale modello sociale si ha in mente? Il significato della concertazione, indispensabile fatica democratica, sta tutto qui. Qualche esempio? Il lancio, a freddo, del taglio di 100 mila persone per risanare la pubblica amministrazione, al di fuori, peraltro, di qualsiasi piano; la proposta, sempre a freddo, dell’aumento dell’et� pensionabile per le donne, al di fuori di una discussione sul mercato del lavoro e sul valore sociale della maternit� e sulle pensioni; l’annuncio nel Dpef di rivedere i coefficienti di trasformazione della pensione calcolata con il metodo contributivo, senza discutere se, al di l� dello scalone, il problema sia o no l’et� pensionabile.

              Questo primo problema � accentuato dal secondo. Col trasloco di quasi tutti i leader al governo, si � determinato uno svuotamento (anche fisico) dei partiti, gi� deboli, trasformando l’esecutivo nell’unico luogo non solo della decisione, ma, anche, della politica. Non c’�, come qualcuno dice, l’invadenza dei partiti nel governo; c’�, ed � ben diverso, l’esaurirsi dei partiti nel governo. Il che pone una ulteriore cruciale domanda: chi fa la mediazione sociale? Se il luogo della strategia, dell’elaborazione, delle mediazioni, delle decisioni � solo il governo, il parlamento, anche per debolezza numerica, rischia di diventare il luogo del voto di fiducia. Il risultato � che, per debolezza numerica, ma anche per concezione, il parlamento diventi il luogo del voto di fiducia. Tutto ci�, si dir�, aumenta il peso e il ruolo delle parti sociali. Pu� essere vero, ma non sfugge l’altra faccia della medaglia. Nel ’93, in piena Tangentopoli, con un governo “tecnico”, le parti sociali operarono una effettiva supplenza a una politica che era fuori gioco. Ma oggi non � tempo di supplenze, non � tempo di governi tecnici, di pan sindacalismo. Oggi � tempo di riforme, di crescita, di coesione sociale, di concertazione.