“Conti” Il ritorno della concertazione (B.Ugolini)

15/09/2006
    venerd� 15 settembre 2006

    Pagina 2 – Economia/Oggi

    L’analisi

      RICORSI – La nuova sfida 13 anni dopo quella lanciata da Ciampi, Trentin, Larizza, D’Antoni e Abete

        Il ritorno della concertazione

          Bruno Ugolini

          Torna dunque alla ribalta l’accordo siglato nel lontano 1993, tredici anni or sono. Il governo di centrosinistra intende riscriverlo, insieme ai sindacati, per dar vita ad una nuova politica dei redditi, ad un nuovo patto sociale. E’ esattamente il contrario di quanto ha fatto il governo di centrodestra che, in sostanza, nel corso della legislatura uscente, ha ignorato ogni ipotesi di seria concertazione con le parti sociali.

          Non sar� un tragitto facile. C’�, infatti, da sciogliere definitivamente il nodo della legge Finanziaria. I sindacati, questa volta uniti, hanno le loro idee e le sottoporranno attraverso un documento, al vaglio dei lavoratori. Una decisione importante. Il patto, la riscrittura dell’accordo del ’93, verranno dopo.

          Che cosa ci si pu� aspettare? La discussione sul che fare di quella lontana intesa impegna da tempo le segreterie di Cgil, Cisl e Uil nonch� studiosi di varie scuole. Con per� ricette diverse. La Cgil, con Guglielmo Epifani, ad esempio, ha sempre parlato di “manutenzione intelligente”. Cisl e Uil invece vorrebbero interventi pi� risolutivi. La stessa Confindustria appare divisa tra chi vorrebbe usare il bisturi e chi teme danni peggiori.

          Torniamo a quel luglio di tredici anni fa. Non fu una passeggiata. L’anno prima, nel 1992, era stata cancellata la scala mobile. Ora bisognava ricostruire, tra l’altro, uno scudo per i salari. Al tavolo delle trattative c’era Carlo Azeglio Ciampi (presidente del Consiglio), Trentin, D’Antoni e Larizza per i sindacati, Luigi Abete per la Confindustria. Una lunghissima discussione port� ad una nutrita intesa, poi sottoposta al vaglio e all’approvazione del mondo del lavoro. Era un documento complesso che comprendeva misure ed obiettivi spesso poi lasciati sulla carta. Indicava, ad esempio, la messa in atto di una “Sessione di maggio-giugno” tra governo e parti sociali, prima della presentazione del Dpef. E per la sessione di settembre era prevista la definizione di “strumenti d’attuazione della politica dei redditi”. Una massiccia iniezione di concertazione.

          Erano inoltre stabiliti criteri di comportamenti per gli imprenditori, per il governo, per i sindacati. Il nuovo assetto contrattuale prevedeva, accanto al contratto nazionale, “un secondo livello di contrattazione, aziendale o alternativamente territoriale” (nessuna esclusione al territorio, dunque). Con una durata quadriennale per la materia normativa del contratto nazionale e biennale per quella retributiva. E una dinamica salariale affidata ai tassi d’inflazione programmata “assunti come obiettivo comune” (in altre parole bisognava discuterli insieme: cosa mai avvenuta). Anche sulla spinosa questione relativa a quale livello erogare aumenti salariali legati ad incrementi produttivi la regola prescelta riconosceva come una parte si dovesse utilizzare per gli aumenti nel contratto nazionale e una parte nelle imprese. Mentre ora molti (nella Cisl e nella Uil spingono per privilegiare incrementi salariali, collegati alla produttivit�, nelle imprese).

          Altri aspetti dell’accordo del 1993 andrebbero non tanto rivisti quanto applicati. Come quelli relativi alle rappresentanze sindacali aziendali. Oppure quelli inerenti “l’obiettivo di una modernizzazione e riqualificazione dell’istruzione e dei sistemi formativi, finalizzati all’arricchimento delle competenze di base e professionali e al miglioramento della competitivit� del sistema produttivo e della qualit� dei servizi”.

          Tutti nodi che verranno al pettine, dopo il varo della legge Finanziaria. Non so se saranno ascoltate anche le impetuose campagne del “Corriere della Sera” lanciato nella proposta di “liberalizzare i sindacati”, dopo che si � toccato avvocati, taxisti e farmacisti. I quali sindacati potrebbero certo essere spinti ad un auto-rinnovamento in molti campi, ad esempio in materia di rappresentanza. Ma i loro presunti “privilegi” non possono certo essere paragonati a quelli di determinati ordini professionali. Le confederazioni rappresentano, con tutti i loro possibili difetti, un perno della democrazia, anche in questi frangenti. E il governo con la sua proposta di patto lo ha riconosciuto.