“Conti” Il risparmio tassato al 20% porta fra 1,5 e 4 miliardi

11/09/2006
    domenica 10 settembre 2006

    Pagina 5 – Primo Piano

    FISCO – DAI CONTI CORRENTI 600 MILIONI IN MENO. DISCUSSIONE APERTA SU BOT E CCT

      Il risparmio tassato al 20%
      porta fra 1,5 e 4 miliardi
      E si salvano i fondi esteri

        analisi
        Marco Sodano

          Seicento milioni di riduzione del gettito fiscale dai conti correnti (per i quali l’aliquota scende dal 27 al 20%). E un aumento delle entrate compreso tra 1,5 e 4 miliardi grazie alle imposte su plusvalenze azionarie, obbligazioni e titoli di Stato (l’aliquota crescer� dal 12,5 al 20%): da soli Bot, Cct e Btp varrebbero un incremento del gettito di un miliardo. Cos� dicono le stime sugli effetti del nuovo regime fiscale delle rendite finanziarie che circolano al Tesoro. Nelle quali un solo valore � indicato con certezza: ad oggi, il risparmio paga imposte per 8,5 miliardi.

            Diverse ragioni impediscono di quantificare con precisione l’aumento del gettito: a cominciare dal fatto che la rendita dei titoli dipende dall’andamento dalle plusvalenze e quindi dall’andamento delle borse, che varia di minuto in minuto. In secondo luogo bisogna aspettare che il governo abbia messo a punto il sistema – cos� era nelle promesse – che dovrebbe proteggere i piccoli risparmiatori, pensionati e capifamiglia che hanno investito in titoli di Stato e buoni postali. S’� parlato di escludere dall’aumento quelli gi� in circolazione, oppure di introdurre una franchigia, una specie di esenzione dal nuovo regime legata al reddito. Senza contare l’ipotesi di restituire alle fasce deboli l’incasso delle imposte attraverso il welfare o – addirittura – di escludere del tutto Bot, Cct e Btp, lasciando l’aliquota al 12,5%.

              Ai tecnici del governo non sar� sfuggito – basta consultare i documenti dedicati al risparmio dalla Banca d’Italia – che i titoli del debito pubblico sono in maggioranza nei portafogli di risparmiatori esteri (rappresentano il 55% del totale) e che un altro 20% � posseduto da banche e imprese (categorie per le quali il nuovo regime fiscale non avrebbe effetto), e il 9% � posseduto dai fondi comuni: alla faccia di chi pensava che l’aliquota al 12,5% avrebbe convinto le famiglie italiane a sostenere il debito pubblico. I �risparmiatori� di cui si parla in questi giorni – dal punto di vista tecnico le persone fisiche residenti in Italia – insomma, hanno in portafoglio meno del 16 per cento dei titoli pubblici. Insomma: il governo lavora prudentemente su un aumento del gettito di 2,5-3 miliardi.

                C’� chi ha osservato che escludere dalla nuova aliquota i titoli emessi prima della legge metterebbe in moto un meccanismo troppo complicato. Oggi il fisco distingue i titoli per durata (meno di 18 mesi aliquota al 27%, sopra al 20), domani dovrebbe farlo per data di emissione: si verrebbe a creare un periodo di transizione destinato a durare circa un trentennio e, a cascata, si creerebbe una segmentazione dei mercati secondari. Inoltre, diventerebbe decisamente pi� complessa la tassazione dei fondi comuni: � calcolata sul risultato di gestione. Tra l’altro, i fondi godono ancora di grossi crediti imposta maturati con le plusvalenze patite in Borsa negli anni scorsi.

                  Il Tesoro � anche consapevole che gli investitori professionisti sono in grado di rendere minimo l’effetto del nuovo regime sui loro bilanci mettendo in piedi operazioni lampo sul mercato: basta vendere e ricomprare subito prima dell’entrata in vigore della legge per fare in modo che la plusvalenza sia tassata al 12,5%. In quel caso, il differenziale tra vecchia e nuova imposta � tutto guadagnato, e si riparte da zero.

                    In compenso l’aumento del prelievo sulle rendite si centrerebbe l’obiettivo di redistribuire il carico fiscale: il 10 per cento delle famiglie pi� ricche possiede il 40 per cento dello stock di attivit� finanziarie (nel calcolo non entrano le riserve assicurative e i fondi pensione) mentre al contrario, il 10% delle famiglie pi� povere ne possiede appena l’1,2%. Anche qui il discorso cambia sul fronte delle imprese: la doppia imposizione (gi� in vigore con l’aliquota del 12,5%) potrebbe penalizzare le societ� che si finanziano di tasca propria sul mercato dei capitali. � chiaro che si render� necessaria una riforma pi� organica, che coinvolga anche la tassazione del reddito delle societ�.

                      Da un punto di vista pi� politico, l’aliquota al 20%, a met� strada tra le due in vigore dovrebbe servire da un lato a razionalizzare il prelievo sulle rendite, dall’altro a ridurre la distanza fra prelievo sui redditi finanziari, e prelievo sui redditi di lavoro (le aliquote Irpef variano dal 23 al 43 per cento): cos� diceva il programma elettorale dell’Unione. Il nuovo regime avvicinerebbe l’Italia all’Europa, dove l’aliquota non scende mai al di sotto del 15% con punte del 27% in Francia, del 31,65% in Germania (ma c’� una soglia di reddito esente). In Inghilterra la tassazione varia tra il 20 e il 40% per cento.