“Conti” Il macigno del debito (M.Riva)

04/09/2006
    luned� 4 settembre 2006

    Pagina 1 e 20 – Commenti

      Il macigno del debito

      Massimo Riva

        IL PRESIDENTE del Consiglio dice che non chieder� sconti sugli impegni di Maastricht perch� sul risanamento della finanza non intende transigere. Ma il suo ministro dell�Economia ammette che, soprattutto sui tagli alla spesa, il consenso politico al momento non c��. Lo negano i sindacati, ma anche forze della maggioranza il cui voto � indispensabile per mandare in porto la manovra finanziaria sul bilancio 2007. N� � pensabile che possano esserci soccorsi da un�opposizione che ? per bocca dell�ex-responsabile dei conti, Giulio Tremonti ? un giorno stende la mano mendicante un accordo di potere per una grande coalizione di governo e il successivo si abbandona al sabotaggio.

        Con il grido del si salvi chi pu� per spingere la corsa alla pensione anticipata.

        Scenario malcerto e allarmante che spiega e giustifica in abbondanza i preoccupati richiami giunti quasi simultanei dalla Commissione di Bruxelles, dalla Banca centrale europea, dal Fondo monetario. E, ancor pi� minacciosamente, dalle agenzie di rating nelle cui mani stanno le sorti di quell�imponente costo del debito che � la servit� pi� onerosa sui conti pubblici domestici. S�, certo si pu� anche sostenere che tutti costoro avrebbero potuto e dovuto fare la faccia feroce anche ben prima, ai tempi dell�immaginifica finanza creativa del duo Berlusconi-Tremonti. Ma non � un grande argomento. Il fatto che a Bruxelles e a Francoforte abbiano sbagliato una volta, non � una buona ragione per chiedere loro di perseverare nell�errore.

        Il punto � che i nostri conti sono oggi in forte difficolt� e perfino l�inatteso aumento delle entrate fiscali altro non sarebbe che una temporanea boccata d�ossigeno se non ci si decide a rivedere sia quantit� sia criteri di una spesa corrente da anni in crescita costante. C�� miopia politica in quegli esponenti sindacali e i quei membri della maggioranza di governo che si trincerano dietro questi cinque miliardi di maggior gettito per reclamare una manovra pi� leggera e diluita nel tempo. Ma c�� soprattutto un colmo di irresponsabilit� nel dileggiare il governo Prodi quale prigioniero delle agenzie di rating.

        In quale mondo vivono costoro? Prendersela con chi ha il potere di decidere l�affidabilit� creditizia di uno Stato � il tipico abbaglio di coloro che guardano non la luna, ma il dito che la indica. E la luna, nel caso specifico, � quell�enorme montagna di debito pubblico, che non � uno dei tanti problemi ma il problema fondamentale della finanza domestica. Hanno presente questi renitenti al risanamento che cosa significa avere un debito oggi non lontano dal 110 per cento del Pil contro una media europea che, in gran parte per colpa nostra, � di poco superiore a quota 60? E� o non � un pieno diritto dei nostri soci dell�Unione monetaria chiederci di porre rapidamente riparo a questa abnorme divaricazione dai criteri di buona condotta contabile? Uno dei primi atti compiuti dal governo bolscevico, all�indomani della presa di potere in Russia, fu il disconoscimento unilaterale del debito sull�estero. Dopo di che l�autore di questa brillante trovata (Leone Trotzkj) fu rapidamente silurato a fronte delle reazioni dei mercati internazionali e l�Unione sovietica si dimostr� nei decenni successivi uno dei pi� puntuali pagatori del pianeta. Possibile che queste lezioni della storia non abbiano lasciato traccia in chi dice di ispirarsi tuttora agli ideali di quella rivoluzione? Possibile poi che chi vuole leggere le vicende politiche attraverso le lenti del materialismo storico non riesca a cogliere quale atroce conflitto di classe si nasconde dietro il debito pubblico accumulato nei decenni di malgoverno della finanza nazionale? Certo, non si tratta del classico conflitto fra capitalisti e lavoratori che taglia la societ� in senso orizzontale. Sul debito lo spartiacque � verticale, ma lo schema caro al vecchio Marx si ripete: con le classi anagrafiche dominanti dei padri-padroni che alimentano il loro tenore di vita presente attraverso crescenti requisizioni del reddito futuro dei figli-sfruttati. In simile situazione opporsi a una riforma della previdenza, a tagli nel pubblico impiego, a pi� seri controlli della spesa sanitaria significa difendere un�impostazione del bilancio destinata ad aggravare il conflitto redistributivo fra generazioni. In termini pi� crudamente politici � fare s� una scelta di classe, ma contro coloro che gi� fanno non poca fatica a trovare una fonte di reddito e in avvenire si troveranno a vederlo decurtato per saldare il conto delle spese che padri e nonni non vogliono ridurre.

          Altro, dunque, che indicare Bruxelles o Francoforte come nemici della pace sociale in Italia. Al contrario: i loro richiami a un maggior rigore finanziario, centrati segnatamente sul nodo del debito, dovrebbero far rinsavire in primo luogo proprio coloro che dicono di battersi per le ragioni dei pi� deboli. In questa chiave quale migliore occasione per risanare i conti di una congiuntura con maggiori entrate fiscali e crescita in ripresa? Oppure quello che non si ha il coraggio di dire ma si vuol fare � che l�amaro calice passi alle prossime generazioni e magari in una fase di economia declinante? Il presidente del Consiglio e il ministro dell�Economia dovrebbero sollecitare chiare risposte su questi punti ai loro pi� riottosi soci di governo. I mercati – ovvero il mondo in cui viviamo – ci guardano.