CONSUMO CRITICO Indovina che mangio a cena, L’Epresso 9 ottobre 2000

L’Epresso 9 ottobre 2000

http://www.espressoedit.kataweb.it/online/ribelli/ribelli_000809.shtml



CONSUMO CRITICO
Indovina che mangio a cena

No all’acqua minerale. No alla Coca Cola. No alle merendine e ai biscotti di marca, meglio quelli fatti in casa… Guida alla cucina antagonista. Più sana. E spesso anche più economica

di Andrea Benvenuti

A Seattle contro l’accordo multilaterale sugli investimenti. A Genova contro le multinazionali delle biotecnologie. E in cucina, contro la società dei consumi. Già, perché i ribelli della new economy, oltre a combattere la globalizzazione su Internet e nelle piazze, ora lottano anche nel piatto in cui mangiano. Lo chiamano ”consumo critico”: è un vero e proprio codice di comportamento studiato per cambiare le abitudini alimentari, tenersi lontano da supermarket e megastore e ridurre i consumi superflui. Si basa su un misto di autoproduzione, alimentazione biologica e botteghe del commercio alternativo che rosicchia spazio al mercato della grande distribuzione, con l’obiettivo di risparmiare risorse da investire nella solidarietà e nella cooperazione internazionale.

Ma guai a chiamarla “dieta del ribelle”. Per i promotori, «è una nuova etica del consumo, per salvare il pianeta dalla distruzione e distribuire in modo più giusto le risorse». Ed è un modello che comincia a convincere. In Italia 370 famiglie stanno sperimentando questa forma di consumo lanciato dai “Beati costruttori di pace” di don Albino Bizzotto e dal “Centro nuovo modello di sviluppo” di Francesco Gesualdi. Nel 1999 il giro d’affari è stato di 1,4 miliardi di lire su una spesa complessiva di 6,5 miliardi e ogni famiglia ha dichiarato di aver risparmiato circa 2 milioni di lire rispetto a una famiglia media italiana.

Esistono anche alcuni libri (“Bilanci di giustizia” e “Guida al consumo critico”, Emi editrice) che, per i ribelli dell’alimentazione, rappresentano un punto di riferimento indispensabile: aiutano il consumatore critico a rinunciare alle tentazioni della gola e della pubblicità, gli indicano dove trovare la più vicina rete di negozi biologici e alternativi al circuito della grande distribuzione alimentare. Anche su Internet si possono trovare siti confortanti. Tra i più gettonati, www.mondosolidale.it/pellicano, www.legambiente.it. e web.tiscalinet.it/epippus/paso, che presenta il decalogo dell’ecologia casalinga.

In sostanza, la dieta del ribelle si basa sul rifiuto di tutto ciò che viene prodotto dalle multinazionali del settore alimentare che sfruttano le risorse e la manodopera dei paesi del Sud del mondo e che inducono a consumare oltre il necessario. No allora all’acqua minerale che in Italia viene prodotta da 179 aziende per un totale di 249 etichette e un fatturato di 4 mila miliardi di lire. Contro la “mineralmoda” e l’uso di bottiglie in Pvc, i ribelli consigliano l’acqua del rubinetto e bottiglie di vetro perché più facilmente riciclabili. E se siete figli di un ribelle incallito fatevene una ragione: Coca cola, aranciate e gazzose sono classificate come “bibite superflue”. Al limite vi potete bere un bel succo di frutta.

Per non parlare delle merendine: quelle al cioccolato e alla marmellata. Ogni anno gli italiani si mangiano 12 chili di biscotti a testa e siamo il paese europeo che ne mangia di più ma, se fosse per i consumatori critici, bisognerebbe bandirle: meglio una fetta di pane, burro e marmellata fatta in casa oppure un bicchiere di latte, uno yogurt o una fetta di formaggio. E niente piatti e bicchieri usa e getta. Dalla carta igienica ai tovaglioli, infatti, deve essere tutto strettamente recuperabile. E allora per incartare e conservare i cibi i ribelli consigliano solo le carte con il marchio Ecolabel mentre per piatti, posate, bicchieri e vasetti vanno bene i prodotti confezionati con Mater-Bi, un materiale simile alla plastica ottenuto dall’amido di mais, frumento e patate e completamente biodegradabile.

Ma com’è la giornata alimentare di un consumatore ribelle? Vista dall’interno di un supermercato o di un McDonald’s può sembrare triste. Ma a sentire chi la pratica è, invece, «molto più sana, equa e riduce al minimo gli sprechi». Nel frigorifero e nella dispensa, potete trovare caffè “Miscela Bio”, cacao magro “El Ceibo”, tè nero Earl gray in bustine, tre pacchi assortiti di pasta da 500 grammi, un chilo di riso bianco “Fino Ribe”, un chilo di farina tipo “0”, la passata di pomodoro, il Conditutto vegetale, un litro di latte intero e uno di parzialmente scremato, una confezione di minestra a base d’orzo, corn flakes per la colazione e succhi di frutta. Tutto rigorosamente biologico. «A colazione – dice Francesca che vive a Trento – non mangio più i biscotti di marca e nel caffelatte inzuppo solo dolci fatti in casa, anche se il caffè della bottega è ancora troppo caro».

«Noi a colazione – sostiene Davide da Bergamo – usiamo il miele al posto dello zucchero. La frutta e la verdura, invece, la compriamo direttamente dai contadini senza imballaggi di polistirolo». Chiara a Bologna fa il pane e le ciambelle e prepara «la frutta sciroppata per l’inverno insieme a sottaceti e sottolio. Quest’anno faremo anche il vino e abbiamo comprato una yoghurtiera gigante». A Viareggio, Marco ha ridotto gli acquisti di verdura perché dispone di un piccolo orto dei genitori e il pane se lo fa in casa con farina biologica integrale. Ed Enrico a Livorno, oltre ad aver ripreso la bicicletta per tutti gli spostamenti, mangia solo legumi al posto della carne: «e poi – aggiunge – non compro più il sapone per la lavatrice ma quello di Marsiglia grattato a pezzi, messo in acqua e poi bollito. I vestiti vengono puliti come con il detersivo».

Ma la nuova tendenza tra gli antagonisti della new economy non è diffusa soltanto in Italia. In verità, i ribelli nostrani sono in buona compagnia. In Germania i consumatori ribelli sarebbero il 20 per cento della popolazione. Predicano la partecipazione sociale e la responsabilità ambientale e condannano chi vive per il possesso di beni materiali e chi pensa solo al lavoro e al successo economico. In Gran Bretagna va molto di moda la cooperativa "Out of this world": gli attivisti condannano la società dei consumi che «porta allo sfruttamento e all’inquinamento del pianeta». I ribelli inglesi hanno addirittura aperto una catena di negozi biologici e vendono prodotti cosmetici non testati sugli animali: oggi i clienti sono oltre 15 mila per un fatturato di circa 3 miliardi di lire. Iniziative simili ci sono anche in Austria, in Danimarca e in Olanda dove 5 mila famiglie aderiscono al movimento dei Parsimoniosi.

(09.08.2000)