Consumi in crisi e caro affitti: tanti i negozi a rischio chiusura

07/06/2004

 
 
    Pagina 12 – Economia
 
 
    I commercianti
    Si salvano outlet e megastore ma i piccoli affondano
    Consumi in crisi e caro affitti
    tanti i negozi a rischio chiusura

    Ogni anno scompaiono 90 mila esercizi e ne aprono 80 mila. Vestiti e scarpe al palo
    Imputati di rincari ingiustificati e furberie, i negozianti contrattaccano
    Promozioni, saldi, rate e bancarelle le nuove parole d´ordine. Nel mirino bar e ristoranti

    GIULIO ANSELMI

    MILANO – I nemici giurati delle casalinghe, quelli che – nella valutazione di gran parte dell´opinione pubblica – approfittano del generale impoverimento per diventare sempre più ricchi, sono i commercianti. Da una parte, in questa Italia disegnata con l´accetta un po´ dai media un po´ dalla politica, ci stanno le vittime dei prezzi crescenti, una moltitudine di poveri o presunti tali; dall´altra i ricchi, che cavalcano l´inflazione per fare sempre più soldi: quelli, appunto, che tengono bottega. «I ladri del minuto», scherza Roberto Helg, presidente della Federazione commercio e turismo di Palermo.

    Naturalmente, a sentire loro, non è affatto così. «Certo, chi poteva fare un prezzo l´ha fatto», ammettono alla Confcommercio, l´organizzazione che raggruppa i due terzi dei 670 mila esercenti e i grandi distributori. «Ma nel nostro arcipelago c´è un po´ di tutto», puntualizza Carlo Mochi, capo dell´ufficio studi e cervello dell´associazione. «Megastore e grandi imprese, con almeno sei dipendenti, stanno bene e sono in sviluppo. Però rappresentano una minoranza». Gli altri, quelli che lavorano da soli, con la moglie o col figlio, ma anche quelli che arrivano a un totale di cinque addetti compreso il titolare, piangono miseria. Le statistiche dicono che a stare peggio sono i venditori di vestiti e calzature: cresce il numero delle persone che usano gli abiti fino al consumo, si tornano a fare risuolare le scarpe. «Le priorità nella qualità della vita cambiano. Ma non perché manchino i soldi in assoluto. Più che di impoverimento si tratta di una paura del futuro che comprime i consumi», dice Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. Magari perché il figlio non trova lavoro, colpa anche di percorsi di studio sbagliati, perché il welfare ormai costa, perché si avverte che noi annaspiamo sul mercato mondiale, mentre la Cina bracca il futuro. «Da due anni e mezzo viviamo una sostanziale stagnazione. La verità è che l´Italia ha risentito dell´ingresso in Europa più degli altri membri dell´Ue», spiega il sociologo Enrico Finzi, presidente di Astra e Demoskopea. Dalle parole di coloro che si vedono sfilare davanti persone di ogni età e di ogni condizione, titolari di supermercati e padroni di negozietti di alimentari, gestori di show-room di Hermès, Dior, Armani e titolari di mercerie, emergono più Italie: quella dei consumatori senza problemi (il settore dei beni di lusso va benissimo, le Tod´s di Diego Della Valle invadono le città coi loro negozi in franchising, i negozi di Fendi o Cenci a Roma e di Bardelli a Milano diventano palazzi) e gli altri. Tra questi ultimi la differenza è marcata, oltre che dall´ansia (Roberto Polidori, presidente di Federabbigliamento, sintetizza: «L´Iraq rimbalza nelle famiglie italiane») e dai livelli di reddito, dal cambiamento degli stili di vita. Così ci sono quelli che devono tirare la cinghia, quelli che, piuttosto che abbassare la qualità dei propri golf, rimandano l´acquisto. E quelli che fanno scelte diverse dal passato. «Telefonini, computer, play station, paraboliche sono vissuti come necessari», dice Polidori. «E poiché il potere di acquisto degli stipendi si è ridotto è inevitabile che si rinunci alle scarpe nuove». «Dieci anni fa rappresentavamo il 35% dei consumi delle famiglie italiane, ora siamo al 24», concorda Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Federazione imprese di distribuzione, che raccoglie Pam, Gs, Auchan, Carrefour, e poi Rinascente, Coin, Upim. «La nostra fetta di torta si è ridotta. Sono cresciuti gli affitti, le tariffe, i servizi. E i soldi che ci sono vanno verso viaggi, weekend sempre più cari per il costo della benzina, cellulari».

    Non ci sono sostanziali differenze tra Catania e Bologna, tra il Trentino, e la Puglia, ha dimostrato un recentissimo convegno sull´omogeneizzazione delle abitudini in 65 province. E´ l´immagine di un paese dove, alle differenze tra i consumatori, corrisponde la divisione tra i commercianti: i grandi distributori accusano i negozietti, responsabili secondo loro di aver fatto crescere troppo i prezzi con comportamenti poco virtuosi; i piccoli ce l´hanno con i grandi che li strangolano e con gli ambulanti; tutti con gli abusivi. Quasi nessuno difende bar e ristoranti, responsabili di aver tirato troppo la corda, con aumenti fino al 100%. Chi vende prodotti non alimentari lamenta la contrazione dei consumi, mentre «mangiare bisogna mangiare».

    «Ma sarei contento», dice Lanfranco Morganti, leader di verdurai e pizzicagnoli, «che i miei iscritti, al lavoro per dieci-dodici ore al giorno, prendessero stipendi medi da impiegato: noi ai mercati generali ci andiamo alle quattro del mattino con ricarichi che sono del 20-25% per la frutta e del 35-40 per la verdura». Anche qui molte cose sono cambiate: c´è stata la guerra delle zucchine («Bah, sembrava che in Italia non avessimo altro da mangiare»), chi vende di tutto fa fatica a tirare avanti, ma vanno benissimo rosticcerie, formaggerie, negozi di pesce già preparato, tutti consumi medio-alti.
    Promozioni (un terzo di ciò che si vende è in promozione), saldi, rate sono le parole d´ordine con cui domanda e offerta si fronteggiano sulla soglia dei mercato rionali, calmierati spesso dai Comuni. E infatti Walter Veltroni, uno dei sindaci più attenti all´impatto del caro-vita, ha varato l´operazione «Roma spende bene» per il contenimento dei prezzi, con buoni risultati.
    Improbabili parole come outlet e discount vengono pronunciate con le più diverse cadenze dialettali. Paesotti finto-agreste nati dal nulla, come l´outlet, appunto, di Serravalle Scrivia, a uguale distanza da Milano, Torino e Genova diventano le Porto Rotondo di mezzi week end dedicati al risparmio. «Ma se vuoi fare scoppiare la rivoluzione delle massaie, chiudi i mercatini», dicono concordi i negozianti. Un po´ tradizione, un po´ risparmio, l´abitudine a frequentare le bancarelle è interclassista: dai 20 ai 23 milioni di italiani le visitano almeno una volta alla settimana. A Milano ci sono 97 mercati settimanali. Non c´è cittadina padana o pugliese senza il suo giorno di mercato, dove il prezzo può variare a seconda delle ore della giornata, con tendenza al ribasso col passare delle ore.

    A fianco degli ambulanti raccolti dalle due sigle di categoria, Fiva Confcommercio e Anva Confesercenti, che pagano le tasse (almeno nella misura degli altri commercianti), ci sono poi gli abusivi. Cinesi a Firenze a ponte Vecchio, nigeriani a Roma a ponte Sant´Angelo, le etnie di mezzo globo un po´ dappertutto (tra poco un esercito di senegalesi, indiani, marocchini caleranno sulle spiagge italiane) vendono prodotti contraffatti. «Arrivano nei container a Voltri, Napoli, Gioia Tauro e i controlli sono pochi», dice Polidori.
    D´altra parte l´Italia ha pochi motivi per lamentarsi: è il terzo produttore al mondo di prodotti falsi. E poi c´è l´usato, una volta frequentato dalle signore della media borghesia per scambiare abiti da matrimonio o da cocktail magari indossati una volta sola, e oggi trasformatosi in un nuovo prezioso alleato del portafoglio.

    Infine le rate: il cosiddetto «credito al consumo» ha americanizzato le nostre abitudini soprattutto per auto, telefoni, hi fi. «E le famiglie», chiosa Helg, «sono sempre più indebitate». Parecchi commercianti vivono specularmente le difficoltà dei loro clienti. Questi devono risparmiare, quelli si arrabattano improvvisando «supermercati» di quartiere aperti fino a mezzanotte, allargandosi, dopo la liberalizzazione della legge Bersani, alle mille voci della merceologia «dalle lamette alle portaerei», promettendo sconti ininterrotti. Tra venditori e consumatori c´è un altro tipo di interscambio: spesso si inventano commercianti prepensionati e giovani in cerca d´impiego che magari rilevano l´avviamento di un bar usando la liquidazione di papà. Persone prive di qualificazione e d´esperienza che soffrono per prime la situazione critica e vanno ad aumentare le statistiche della mortalità dei negozi: ogni anno aprono 80 mila imprese e chiudono in 90 mila.
    «Siamo l´ultimo anello della catena, la parte finale di una filiera di aumenti di costi, affitti, tariffe pubbliche, benzina, pedaggi», borbotta Mauro Bussoni, uno dei capi di Confesercenti, l´organizzazione dei «piccoli» che raggruppa decine di migliaia di salumieri, panettieri, argentieri e scarpai. «E´ comodo prendersela con noi se tutto finisce nella tazzina di caffè o nel paio di scarpe. Che siamo colpevoli è una leggenda metropolitana». Si concluderebbe tutto così in una generale autoassoluzione dove i colpevoli degli abusi non sono mai identificati, malgrado ci siano, ci siano stati e le associazioni dei consumatori li abbiano denunciati. Ma su una cosa il commerciante medio ha ragione: i consumi ristagnano. La prova? Il governo, che li ama, gli ha fatto un colossale regalo col condono, consentendo loro di passare la spugna su anni di evasione fiscale. Quando però, dopo aver intascato 19 miliardi di euro, è tornato alla carica col concordato preventivo, ha incassato una mezza sconfitta: pochi se la sono sentita di fissare preventivamente il loro reddito per i prossimi due anni. Prova inconfutabile che, per quanto non possano lamentarsi troppo, non vedono il futuro con le lenti colorate di rosa.

    (4 – continua)