Consumi: gli italiani risparmiano sulla moda

09/09/2005
    venerdì 9 settembre 2005

    ECONOMIA ITALIANA – pagina 17

    LA SPESA DELLE FAMIGLIE • Indagine dell’Università San Raffaele: il 48% dei consumatori sacrificherà l’abbigliamento

      Gli italiani risparmiano sulla moda

        La fiducia rallenta ma tecnologia, comunicazione, salute e cultura guidano la corsa dei settori in controtendenza

          MICHELA DELL’AMICO

          MILANO • L’abbigliamento sarà la prima vittima della crisi di consumi. Crisi che porta un cambiamento strutturale nel nostro modo di spendere e, si spera, di produrre.

          Le conclusioni arrivano da uno studio dell’Università San Raffaele di Milano, Corso di laurea in Consumi, pubblicità e relazioni pubbliche, che ha elaborato ricerche della Gpf degli ultimi decenni, su 2.500 campioni rappresentativi. Una situazione drastica che ha una chiave di lettura: diminuisce la spesa alimentare ma tutta la tecnologia vive un boom eccezionale.

          «Da trent’anni non si era mai registrata una situazione simile» spiega Giampaolo Fabris, esperto nello studio dei consumi e della pubblicità, che ha curato direttamente la ricerca. Dal 2002 al 2005 i consumatori che giudicano peggiorata la propria situazione economica sono passati dal 21 al 31 per cento. Il 42% degli intervistati è insoddisfatto della propria condizione, il valore più elevato registrato negli ultimi 15 anni. L’insoddisfazione è più alta negli ambienti tradizionali (51%), ma non è molto lontana dalla percentuale registrata tra i segmenti culturalmente più avanzati: 47 per cento. Quelli che venivano indicati come happy few, i "pochi felici", sono sempre meno e sempre meno felici.

          Il mercato del lusso ha risentito di questo stillicidio ma, soprattutto, della perdita del cliente "di complemento", quello che comprava un solo prodotto e sosteneva il settore per due terzi. Provando a chiedere se si pensa di spendere meno nei prossimi mesi, ci si accorge che non stiamo uscendo dalla crisi: se nel 2001 rispondeva sì il 27%, oggi siamo al 42 per cento. Nella contrazione della spesa, l’abbigliamento è il settore in cui si concentrano le scelte alla domanda: «in cosa prevede di risparmiare?» . Seguono, tra gli sfavoriti, svaghi e tempo libero, rinnovo della casa, vacanze, automobile, elettrodomestici, svaghi in casa, abbigliamento intimo e spesa alimentare. Il 74,4% degli intervistati teme che i propri risparmi perderanno rapidamente valore (era il 62,5% nel 2003). La fiducia nel Paese e nelle sue capacità di ripresa sono scese al 53,2% dal 69,5% del 2002. Ha paura del futuro il 66,2% del campione (58% nel 2002). Sono convinti che « la festa è finita, dobbiamo abituarci a spendere meno » in 85,6 su cento, contro il 70,6% nel 2002: un incremento pari al 15%.

          «É qualcosa in più del picco più basso — spiega Fabris —. Si interrompe una delle più radicate convinzioni degli ultimi decenni, quella che il futuro porti benessere crescente: farò carriera, potrò comprare la seconda casa, mio figlio farà il dottore». Le prossime generazioni avranno minori disponibilità economiche e prospettive di carriera per il 66,7% degli interpellati. La strategia adottata negli acquisti diventa allora quella del « nomadismo sui punti vendita » che porta a peregrinare tra shopping center, outlet e bancarelle, alla ricerca del risparmio o di marche minori.

          Non mancano però settori che registrano boom di vendita eccezionali, come la tecnologia, la comunicazione, la salute, la cultura. «A Natale — aggiunge Fabris — se ci fosse stata disponibilità si sarebbe venduto il doppio di televisori al plasma » . La gente compra desideri e cerca un mercato che produca desideri. Sembra essere in atto, secondo gli esperti, uno spostamento. Sottolinea Fabris: «Ritornano le sartorie e i calzolai, che nascono da esigenze di risparmio, ma rappresentano pur sempre un mercato» . É necessario seguire e adeguarsi al nuovo assetto, mentre l’ambulantato dimostra di non essere un fenomeno preindustriale. «Il mercato cambia. Perchè ci sono meno soldi, ma anche per la mancata sintonia tra prodotti e clienti. Basta guardare la pubblicità— prosegue Fabris —: siamo tanto creativi ma le pubblicità italiane sono le più noiose, banali, volgari. Si rivolgono a un consumatore che, per fortuna, non esiste più. Si limita alla televisione, non si orienta nella diversificazione dei media».

          Ancora, se l’italiano acquista meno prodotti alimentari non è perchè tira la cinghia, ma perchè evita di buttare quel 20% che prima finiva nell’immondizia. E se ha poca fiducia nella trasparenza delle grandi marche e preferisce il discount è anche perchè «lo scandalo Cirio e Parmalat non è stato solo finanziario» . Si pensa che il lusso stia morendo ma ha solo cambiato faccia: «Non sta più nel Rolex, ma nella tecnologia».