Consumi di lusso, lo strano boom

24/11/2003



24 novembre 2003

Consumi di lusso, lo strano boom
La crisi c’è ma crescono i ricchi


Fanno affari immobiliaristi, grossisti di frutta e avvocati Comprano campi da calcetto per i figli, city car e gioielli

di Dario Di Vico
      Diego Armando Molinari è il direttore commerciale della World Soccer Balls di Roma, che costruisce campi di calcetto in erba sintetica. Fino al 2001 aveva come clienti quasi esclusivamente centri sportivi, da due anni a questa parte si rivolgono a lui anche singoli privati. «In genere arrivano ragazzi accompagnati dalle mamme, chiedono di realizzare un campetto di calcio per organizzare tornei con gli amici. I nostri clienti sono notai, presidenti di enti, top manager, commercianti». Realizzare un campo costa 40-45 mila euro ma se si vuole l’erba alta e una miscela di sabbia-gomma si arriva a 50 mila euro. È una mania, un nuovo status symbol. Come le city car.
      Le vendite di Smart crescono da tre anni e nel 2002 hanno superato quota 31 mila. A Roma se ne piazza un terzo del totale immatricolato in Italia, ma anche Catania e Palermo fanno scintille. Una vettura da città costa 10-11 mila euro, la versione cabriolet però arriva a circa 22 mila. Lo Smart Center romano è il più grande del mondo e «i nostri clienti – racconta il responsabile vendite Massimiliano Carli – sono giovani benestanti, liberi professionisti e avvocati, che comprano la seconda o la terza auto». Altro boom è quello delle Ligier, city car che si possono guidare senza patente. Costano circa 10 mila euro. Chi perde tutti i punti della patente può comprarsene una senza temere controlli e possono condurla anche i ragazzi dai 14 anni in su. È diventato il regalo di compleanno dei papà ricchi per i loro rampolli ginnasiali.

      VOLVO E JACUZZI - L’Italia che declina non si comporta come una livella. Aumenta la vulnerabilità dei ceti medi e sale il numero dei nuovi ricchi. Si sta formando un’Italia dove le disuguaglianze aumentano. Disegnandola come un palazzo a dieci piani, le famiglie dei fortunati che abitano al nono e al decimo hanno una quota di reddito pari al 42,3% del totale del condominio. I sei milioni di famiglie meno agiate che abitano al secondo, terzo e quarto – e che sono comunque al di sopra della linea della povertà – hanno una quota del reddito pari solo al 15% del totale- Italia (dati Bankitalia gennaio 2002). «È una dinamica all’americana» commenta Luigi Campiglio, docente della Cattolica di Milano. Impiegati, piccoli commercianti, artigiani faticano a tenere in piedi le loro attività o ad arrivare a fine mese, ma intanto immobiliaristi, grossisti di frutta e verdura, professionisti della consulenza legale fanno soldi più di prima. Lo testimonia il trend dei consumi di lusso. Le Volvo da 40-50 mila euro vanno a ruba nel Nord-Est ma anche le grosse cilindrate di Audi, Bmw e Mercedes trovano premurosi acquirenti tra Treviso, Padova e Verona. Per affittare casa nelle località della villeggiatura à la page , nonostante i prezzi esorbitanti, bisogna muoversi con mesi d’anticipo. I golf club più esclusivi vedono salire gli iscritti. Nei negozi Cartier in Italia americani e giapponesi comprano meno a causa dell’euro forte, gli italiani invece ordinano gioielli di alta gamma.
      Anche le vendite di vasche e idromassaggi Jacuzzi aumentano (17 mila pezzi l’anno scorso) e nel 2003 gli acquisti di televisori al plasma – da 8 mila euro – si sono quadruplicate. L’ultimo grido è il cinema privato, proiettori da 25 mila euro apprezzatissimi tra i nuovi ricchi del Nord. Ma come si riesce a far soldi in un’economia che ristagna? Quali sono i ceti che pur nel disastro nazionale accumulano nuova ricchezza? Non ci sono piccoli Bill Gates, la nostra «new economy» ha le ossa rotte.
      A Roma al posto del centro congressi di Kataweb è stato aperto di recente un supermercato Sma. Anche i top manager, figura vincente del capitalismo Usa grazie alle stock option, da noi non hanno rafforzato le posizioni. A vincere, dicono gli economisti, è stato chi opera nei settori protetti dalla concorrenza globalizzata. Gli immobiliaristi, i grossisti di frutta e verdura, i professionisti del diritto e i commercialisti.
      Tracciarne l’identikit non è facile, da noi si studiano più i poveri che i ricchi. I dati spesso segnalano le novità con ritardo, ci si deve affidare dunque a rilevazioni incrociate o a singole segnalazioni. Con gli immobiliaristi non si sbaglia. Le cronache segnalano l’emergere di nuovi protagonisti come Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Pierluigi Toti, Giuseppe Statuto, che nel giro di qualche mese hanno comprato pacchetti azionari di Capitalia o della Bnl. Per il grande pubblico sono uomini venuti dal nulla, ma i Coppola e gli Statuto sono solo la punta dell’iceberg.


      IL CARTELLO VENDESI – Racconta chi vive quotidianamente sul mercato che basta mettere in un cantiere il cartello «vendesi» per fare il pieno. Il caso tipo è quello di chi ha costruito 500-600 appartamenti, magari su terreni comprati a suo tempo a prezzi storici, e li ha venduti in media a 2.000-2.500 euro al metro quadro. Il costo per fabbricare è stimato attorno ai 500 mila euro al metro quadro, di conseguenza ha guadagnato almeno 1.500 euro sempre al metro quadro. Calcolando una pezzatura media per ciascun appartamento di 100 metri quadri il nostro piccolo conto della serva ci porta a dire che il costruttore si è messo in tasca, di solo guadagno, 75 milioni di euro.
      Mentre gli industriali faticano a remunerare il capitale investito, gli immobiliaristi fanno faville. Soprattutto chi ha saputo comprare, frazionare e rivendere, chi ha sapientemente mescolato finanza e mattone. A favorire il loro gioco sono state condizioni esterne. La fame di case e un risparmio che non sa più dove andare e così torna al vecchio amore. Per quanto alti siano i prezzi c’è la convinzione che comunque saliranno e quindi comprare conviene sempre.
      In questa corsa alla casa anche i grandi intermediari, alcuni quotati in Borsa e altri no, stanno vivendo giorni felici. Le loro provvigioni non sono cresciute ma lavorando su grandi volumi i guadagni sono consistenti.

      FRUTTA, VERDURA E DIRITTO – Altra storia quella dei grossisti alimentari. La vox populi – ma anche le rilevazioni ufficiali – li indica tra coloro che sono stati capaci di trarre profitto dal cambio euro-lira. Gli operatori di una certa consistenza sono in Italia 5 mila e operano nei 10 mercati generali che rappresentano il 70% delle transazioni di frutta e ortaggi dell’intero Belpaese. I grossisti non si limitano più a fare intermediazione, i più abili vendono all’estero, parlano le lingue, hanno i computer in azienda. Per lo più operano nel quadrilatero Padova, Verona, Milano, Bologna con una propaggine a Torino e si tratta quasi sempre di imprese ad azionista unico. Chi ha avuto coraggio e ha investito in strutture e automezzi oggi fa bilanci d’oro. Il mercato è pazzo: un giorno a Genova le zucchine si buttano, il giorno dopo non ci sono. Il margine di guadagno, dunque, non è fisso ma il gioco dei prezzi è giornaliero e l’abilità del grossista è decisiva. È un po’ come se giocassero quotidianamente in Borsa. In Emilia, poi, comprano dalla Sicilia grandissimi contenitori di frutta mista. Poi la separano, la classificano, la mettono nelle cassette e solo facendo queste operazioni ottengono plusvalenze da capogiro.
      Infine i professionisti. In difficoltà la consulenza industriale a causa dei tagli al bilancio delle grandi imprese, vanno a vele spiegate gli affari dei grandi studi legali e tributari. La riforma delle professioni è da anni al palo e la temuta invasione degli stranieri non c’è stata, anche perché fare i conti con il diritto italiano per gli anglosassoni è un rebus. In compenso grandi e medi avvocati si sono riorganizzati, hanno fatto alleanze e in qualche caso hanno aperto anche studi nelle grandi capitali. È difficile fare loro i conti in tasca. Qualche tempo fa l’Antitrust aveva stimato in una quota tra il 6 e il 9% l’extracosto che i clienti pagavano per la ridotta concorrenza del settore. Anche per i commercialisti – circa 120 mila – gli anni del declino sono anni buoni. Qualcuno la definisce «una professione anti-ciclica», ovvero anche quando l’economia va male il commercialista gode. Qual è il suo margine di guadagno? Per i grandi studi si stima tra il 30 e il 50% dell’incasso, per i piccoli e i medi il guadagno lordo può essere anche del 60%. Ma al netto quanto fa? «Dipende se pagano le tasse o no» è la maliziosa risposta che il cronista ottiene da uno dei maggiori commercialisti italiani.

(hanno collaborato Daniela De Rosa
ed Emiliano Fittipaldi)
2. continua
La precedente puntata è stata
pubblicata il 20 novembre


Economia