“Consumi 3″ Pochi i prodotti nuovi e la domanda non decolla (M.Deaglio)

06/12/2004

    lunedì 6 dicembre 2004
    pagina 3

    analisi

      REDDITI POVERI, PAURA DEL FUTURO E PIGRIZIA INDUSTRIALE DIETRO IL RALLENTAMENTO DEI CONSUMI
      Pochi i prodotti nuovi
      e la domanda non decolla
      Il 5-10% degli italiani soffre per la perdita del potere d’acquisto
      ma le imprese non hanno saputo attirare la loro attenzione

        Mario Deaglio

          IMPOSSIBILITÀ di spendere per carenza di redditi o riluttanza a spendere per paura di quello che il futuro può riservare? Da questa domanda occorre partire per cercar le ragioni di una stagione natalizia che non si presenta certo come smagliante e carica di euforia. Non solo in Italia ma un po’ dappertutto nei paesi ricchi, essa pare svolgersi all’insegna della cautela anziché dell’allegria, della parsimonia anziché dell’entusiasmo. La risposta va probabilmente ricercata in una combinazione dei due fattori, sopra enunciati, che si presenta variabile a seconda dell’area di residenza, della professione e dell’età.
          Per una fascia di popolazione ristretta ma di dimensione non trascurabile – stimabile in un 5-10 per cento degli italiani – la cautela negli acquisti dipendente in maniera nettamente prevalente dalla perdita di potere d’acquisto. E questa perdita dipende da tre motivi chiaramente identificabili. Il primo motivo è una riduzione dei redditi di lavoro, dovuta alla minor domanda di straordinari e alla dolorosa esperienza di periodi, più o meno lunghi, di cassa integrazione; vi sono poi le conseguenze, dirette e indirette, dei tagli alla spesa sociale, in particolare nella sanità e nell’istruzione (soprattutto nei servizi accessori, come il trasporti dei malati ai luoghi in chi sono sottoposti a cure periodiche); il terzo motivo è legato a specifici, elevati aumenti di prezzo di beni che il consumatore non può fare a meno di acquistare, come a esempio la benzina per recarsi al lavoro.

            Senza, infatti, entrare nelle polemiche sulla bontà delle rilevazioni statistiche dei prezzi, è certo che il ventaglio dei prezzi stessi è diventato molto più ampio nel giro di pochi anni e il peso dell’inflazione, fino a poco tempo fa distribuito piuttosto uniformemente sugli italiani, ora tocca di più alcune fasce di popolazione e altre meno. Per i meno fortunati questo determina un’erosione, forse neppure tanto pronunciata, ma, sufficiente, specie nel caso di redditi modesti, a far scattare la decisione di limitare le spese superflue, come sono appunto la grande maggioranza dei regali di Natale.

              Quando invece gli aumenti di prezzo pesano poco, oppure sono controbilanciati da aumenti di reddito, la paura del futuro costituisce spesso un freno notevole ai consumi. Tale paura è massima per i lavoratori dipendenti sul 40-50 anni, ancora molto lontani dalla pensione, i quali sanno benissimo di essere molto vulnerabili in caso di ristrutturazioni aziendali e di avere probabilità relativamente basse di trovare occupazioni alternative adeguate. Interviene quindi un meccanismo di autolimitazione della spesa indipendente dal livello dei redditi: non si rifiuta l’acquisto ma lo si ridimensiona, si riduce la qualità, si rifugge dalle stravaganze e si va alla ricerca di beni più solidi, meno effimeri.

                Carenza di redditi e paura del futuro si combinano variamente ma congiuntamente determinano l’attuale atmosfera un po’ grigia che ci sta portando verso un Natale economicamente sottovoce, al quale forse contribuisce anche il venir meno del sentimento religioso per cui si perdono le ragioni del far festa. Tutto ciò ha indotto le imprese della distribuzione, già inquiete per l’andamento delle vendite nei mesi precedenti, a una massiccia offerta di dilazioni dei pagamenti, favorita dal basso costo del denaro.

                  Questa campagna probabilmente salverà la stagione ma è difficile che riesca a rilanciarla davvero. E qui interviene il terzo ingrediente di questo Natale riflessivo, e cioè l’incapacità delle imprese, complessivamente considerate, di contrastare il calo di domanda con l’offerta di prodotti nuovi. Chi fosse stato assente per qualche anno e tornasse ora nelle nostre città, troverebbe sostanzialmente gli stessi prodotti (con la notevole eccezione delle novità legate all’elettronica e alle telecomunicazioni) a prezzi un po’ superiori, mentre forse la gente è alla ricerca di prodotti diversi a prezzi che si può permettere, come lo furono, in decenni passati, le utilitarie, i primi frigoriferi moderni, i televisori a colori a buon mercato. Insomma, se la gente compra svogliatamente, le imprese dovrebbero recitare il mea culpa: manca una proposta veramente innovativa di fronte a bisogni e a modi di vita in pieno cambiamento. Da quest’ammissione occorrerebbe partire per costruire una strategia dell’industria e della distribuzione dei beni di consumo in grado di evitare una lunga stasi della domanda.