“Consumi 1″ S.Billè: «L’ortofrutta è più cara? Colpa anche della mafia»

06/12/2004

    lunedì 6 dicembre 2004
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    LA DENUNCIA DEI COMMERCIANTI: DOBBIAMO AGIRE SULLA TRASPARENZA
    «L’ortofrutta è più cara?
    Colpa anche della mafia»
    Billè: «La criminalità organizzata influenza la formazione dei listini
    Ogni prodotto prima di arrivare sul banco o a tavola paga il casello
    Per il consumatore finale questo comporta aumenti del 20-40%»

      PROPRIO mentre fervono le dispute sui rincari di Natale specialmente per il settore ortofrutticolo, Sergio Billè, il presidente di Confcommercio – la massima organizzazione imprenditoriale italiana per numero di iscritti – ha sollecitato il governo a riaprire prontamente un tavolo per lo sviluppo del Mezzogiorno. Le cose sembrano slegate, invece un nesso ce l’hanno. Infatti, discutendo proprio delle dinamiche dei prezzi e dell’inflazione, Sergio Billè denuncia che nella lunga filiera che porta un prodotto ortofrutticolo dalla coltivazione alla tavola degli italiani, si è inserita la malavita e che quindi, se certi generi costano di più, una parte di responsabilità – almeno una parte, sia chiaro, non tutta – è della criminalità organizzata. Con un cortocircuito logico, potremmo affermare che se c’è inflazione in Italia la colpa è «anche» dalla mafia. La questione, ovviamente, è più complessa, ma non sostanzialmente diversa.

        Proviamo però a capire, presidente Billè, perché l’affrontare la questione Sud – secondo quanto lei ha proposto di fare appena due giorni fa – può anche risanare le pecche di una filiera distributiva e quindi agevolare una vera economia di mercato nei generi alimentari.

        «Mi consenta di non entrare nella disputa se i prezzi di Natale sono aumentati o no. Su questo argomento abbiamo già detto tutto il 2 dicembre e il suo giornale ne ha dato conto. Le posso invece dire che sui prezzi dell’ortofrutta e di altri prodotto freschi pesa non solo la mancanza di una vera liberalizzazione dell’economia del Mezzogiorno – da cui gran parte di questa merce proviene – ma anche un diretto zampino della criminalità organizzata che controlla la filiera distributiva».

          Prendiamo allora la questione dall’inizio: l’ortofrutta italiano viene tutto dal Sud?

            «Quello che lei trova al mercato per due terzi viene dall’estero. Il terzo italiano arriva però dal Sud almeno in ragione del 40-60%, a volte anche di più, dipende dai generi. Il prodotto è buono e il dettagliante è onesto: voglio essere chiaro su questo. In mezzo però ci sono troppi passaggi, che non riguardano solo il prodotto italiano, ed è in questi passaggi che si inserisce la criminalità. Se lei ha un ristorante non può prendere la carne o il pesce o i pomodori da chi vuole lei: o si affida ad una certa linea di distribuzione, al prezzo che le impongono, oppure lei i prodotti non li ha. Lo stesso vale se vende pomodori o arance o quello che sia. E i prodotti che arrivano sul suo banco di vendita o nella sua cucina di ristorazione, devono pagare il “casello”, sennò non entrano. Va da sé poi che il loro prezzo è partito come palla di neve e le arriva addosso come valanga. Il tutto ricade poi sul consumatore, inevitabilmente».

              Quanto ci costa questa “filiera mafiosa”?

                «Per il consumatore finale può comportare aumenti dal 20 al 40%».

                  Le sembra una denuncia da poco?

                    «Non è una denuncia solo perché la Dia (direzione investigativa antimafia – ndr) queste cose le conosce bene. Però guardi che il problema non è solo giudiziario. Noi non possiamo risolvere la questione della trasparenza del mercato ortofrutticolo solo con le manette. Bisogna mettere il Sud in condizioni di agire in un contesto economico sano».

                      E come ne veniamo a capo?

                        «Mettendo il sistema economico in condizione di svilupparsi e di competere in una condizione di normalità. E’ per questo che noi, insieme alle altre organizzazioni dell’imprenditoria e del lavoro, abbiamo presentato un documento al governo, per affrontare la questione seriamente. Se-ria-men-te! A nessuno salti in mente che un tavolo sul Sud possa essere uno dei tanti ludi pre-elettorali».

                          Lei sta dicendo che per salvare i prezzi bisogna prima risolvere la questione meridionale. Mi pare troppo, francamente.

                            «Non è troppo, perché io non voglio “salvare i prezzi” come dice lei. Voglio mettere in Sud semplicemente nelle condizioni di svilupparsi e competere. Il resto – prezzi compresi – viene da sé. Le cose che chiediamo ormai sono note: una pubblica amministrazione che sia un servizio e non un balzello, una rete di infrastrutture efficiente, altrimenti mi dica lei quale imprenditore viene a investire qui. E poi una politica del credito che capisca che il Sud non è la Brianza, e se noi continuiamo a trattarlo come tale, alimentiamo solo i canali del credito gestiti dalla criminalità. Ultima cosa: non facciamo conto sull’Europa a 25, che ha da pensare ad altre aree».