“Congresso Ds” In platea la sindrome da ultimo congresso

04/02/2005

    venerdì 4 febbraio 2005

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    retroscena
    Fabrizio Rondolino

      IL LUNGO PERCORSO DI CAMBIAMENTI, CHE HA PORTATO IL PCI A MODIFICARE PELLE, FORSE NON E’ ANCORA FINITO
      In platea la sindrome da ultimo congresso
      Preoccupati soprattutto quelli del Correntone: la Fed che garanzie ci darà?

        SE sarà l’ultimo congresso? Non lo so, non sono un mago…», svicola Achille Occhetto entrando al Palalottomatica. Il fondatore del Pds (o il liquidatore del Pci, come qualcuno ancora vorrebbe rimproverarlo) è stato invitato personalmente da Fassino, e non esclude affatto che questo possa essere l’ultimo congresso della Quercia: «E’ probabile», dice. Non sa, Occhetto, se dispiacersene o gioirne: certo, ha fondato il partito che pure non lo ha mai eletto presidente; tuttavia fu proprio lui a giudicare incompiuta la «svolta», e ad indicare, più di dieci anni fa, la necessità di «ricostruire la carovana» per rimettersi in marcia verso un nuovo soggetto politico.

        Occhetto non ha un pacchetto di tessere nel partito di oggi, e si potrebbe dire che non conta nulla: è però il barometro di un’inquietudine trasversale alle correnti e ai gruppi di potere, che nasce già prima del congresso di fondazione di Rimini, e che si nutre della difficoltà a definire, politicamente e ancor più culturalmente, il «soggetto politico» uscito dal Pci. Che è stato perennemente in bilico, come sospeso verso qualcosa d’altro: dai circoli della Costituente dell”89-’90, poi confluiti in parte in Alleanza democratica, ai Progressisti del ’94, dall’Ulivo del ’96 alla «Cosa 2» dell’anno successivo, che mutò il nome da Pds in Ds, fino alla Fed di oggi e al nuovo, antico miraggio del «partito riformista», riedizione per il ventunesimo secolo del «partito democratico» che frastornò il Pci e poi il Pds per tutti gli anni Novanta.

        Quando D’Alema – ieri sera non per caso applaudito a lungo dalla platea dei delegati – dice che «tutti devono capire che non si può abusare troppo a lungo della nostra pazienza e del nostro spirito unitario», non si limita ad una minaccia tattica (Nichi Vendola aveva appena vinto le primarie pugliesi), ma segnala una linea ideale quanto invalicabile, flessibile a seconda delle necessità e della stagione politica quanto indistruttibile: oltre quella linea insuperabile, infatti, non c’è soltanto lo scioglimento dei Ds e la nascita di un nuovo partito la cui leadership non proverrà certo dall’ex-Pci, ma ci sarebbe, soprattutto, la liquidazione definitiva di un’eredità politica, culturale e ideologica che da Gramsci arriva fino ad oggi.

        Proprio sulle «due sinistre» Bertinotti insiste da sempre, e ieri con particolare efficacia polemica: «O i Ds scelgono di essere un elemento dialettico rispetto alla componente moderata, come lo siamo noi, oppure scelgono di essere interni alla Federazione: ma in questo secondo caso non capirei la figura di un loro candidato vicepremier, sarebbe un doppione». Ragionamento impeccabile, quanto indigeribile per la Quercia, che non può non avere il proprio leader come candidato-vicepremier né può lasciare a Rifondazione la rappresentanza della sinistra.

        E’ proprio la polarizzazione Prodi-Bertinotti, che si facciano o no le primarie del centrosinistra, ad oscurare la presenza stessa dei Ds, e a rimetterne in crisi l’identità. Stretti fra la necessità di essere il motore dell’alleanza a costo di qualunque sacrificio, e il bisogno di difendere i propri confini elettorali e la propria stessa identità a sinistra, i diessini si riscoprono ogni volta «figlio di un dio minore», come proprio D’Alema disse quando sembrava sbarrata per sempre la sua strada per palazzo Chigi. D’Alema superò quell’ultimo intoppo, e per la prima volta un ex comunista diventava presidente del Consiglio: legittimazione piena, dunque, e alternanza compiuta. Senonché quell’esperienza fu minata e poi travolta proprio dalle forze «uliviste» della coalizione, che così vendicarono la caduta di Prodi. E Prodi – il cattolico, il Professore, l’ex democristiano dell’Iri – è oggi di nuovo alla guida della coalizione.

        «E’ tutta la nostra storia ad essere ispirata dalla ricerca dell’unità – ha sottolineato ieri Fassino nella relazione di apertura -: unità della sinistra, dei riformisti, dei democratici». E la Federazione dell’Ulivo «non può essere letta come semplice soluzione organizzativa, né solo come cartello elettorale», ma neppure, assicura Fassino, «è un partito unico, perché i partiti non si fondano né si sciolgono a tavolino». «Un discorso contraddittorio – osserva non senza ragione Diliberto – perché da un lato si delinea un forte partito riformista, e dall’altro lo si fa confluire in una federazione con la Margherita».

        L’opposizione interna, che ha raccolto all’incirca il 20% nei congressi provinciali, proprio della battaglia identitaria fa la propria bandiera: del resto il Correntone discende, nella sua ossatura, dalla «mozione 2» degli Ingrao e dei Tortorella, che si oppose fino alla fine allo scioglimento del Pci. Fabio Mussi, che pure appoggiò con entusiasmo la «svolta», oggi si schiera a difesa dell’identità del partito: «Bisognerebbe cambiare rotta – osserva a relazione conclusa – e interrogarsi seriamente sulla difficoltà del progetto riformista.

        Che cosa vogliamo fare con la Federazione? Quali passaggi, quali “cessioni di sovranità”, quali garanzie per le minoranze?». E Pietro Folena, secco: «Il problema è che con l’impostazione di Fassino, tutta acriticamente a favore della Fed, la sinistra rischia di trovarsi senza alcun punto di riferimento».

        I congressi servono prima di tutto a celebrarsi, e i delegati sono stati felici di trovare nel trolley nero offerto dall’organizzazione una copia fresca di stampa dell’«Almanacco 2005» del partito: per i meno giovani, un tuffo nostalgico nel passato, quando l’Almanacco del Pci, negli anni di Berlinguer, era un appuntamento cruciale nel percorso identitario del militante. «Bertinotti in fondo ha ragione – ammette un dirigente di mezza età vicino alla maggioranza -, noi non possiamo definirci soltanto per le nostre dimensioni, perché siamo grossi e dunque esistiamo. Ma se definiamo con nettezza la nostra identità, rischiamo di mandare all’aria l’alleanza. E se chiediamo un’adeguata rappresentanza – si sfoga il senatore diessino – ci accusano di arroganza. Poi però Rutelli può farsi le sue uscite da “riformista” e prendere per i fondelli la socialdemocrazia».

          E’ soltanto uno sfogo, naturalmente, così come lo scioglimento del partito è soltanto un incubo che ha ben poca probabilità di realizzarsi. E tuttavia è a questa strisciante «sindrome da ultimo congresso» che Fassino deve saper dare una risposta: per tranquillizzare i suoi senza spaventare gli altri.