“Congedi” In bilico tra figli e carriera

05/06/2006
    luned� 5 giugno 2006

      Pagina 14 – Cronaca

      Inchiesta

        IL CASO

          Il gap con l�Europa prodotto dal deficit normativo e dalle aspettative sociali nelle aziende

            In bilico tra figli e carriera
            il mammo italiano resta indietro

              Ma tra abitudini e pochi aiuti il fenomeno � in crescita

                MARIA STELLA CONTE

                  ROMA – Non � pi� come prima, quando sembrava ridicolo che un uomo potesse anche solo pensare di rinunciare al lavoro per restare a casa con il figlio piccino. Suonava male. Era scandaloso, e persino un po� squallido. I nuovi padri invece lo pensano. E qualche volta lo fanno, bench� in misura minore rispetto ad altri paesi europei. Dove per� non si respira quel clima di "ostilit� aziendale", quell�aria da "non se ne parla neppure", che da noi fa di chi sceglie di mettersi in permesso, una sorta di strano eroe della scrivania accanto. Nonostante questo, i numeri italiani crescono: erano, i nostri, il 17,5 per cento un anno dopo la legge sui congedi parentali protocollata nel 2000; ora sfiorano il 20 per cento di chi utilizza l�astensione facoltativa dal lavoro, per un totale di 4.185 lavoratori contro 16.373 lavoratrici. � un lungo e sofferto decollo, quello dei pap� italiani alle prese con la pari opportunit� maschile di accudire i figli durante l�infanzia. I dati pi� recenti dell�"Osservatorio nazionale sulle famiglie" ci parlano di una certa ritrosia maschile ad approfittare di questa possibilit�, cosa che, almeno nel settore pubblico (quello privato non � stato analizzato per "irreperibilit� dei dati"), fa s� che sul totale dei dipendenti maschi, coloro che ricorrono all�astensione facoltativa siano circa il 2 per cento (contro il 6 delle donne): dato pressoch� stabile, come quello che vede la maggior parte dei padri orientarsi al massimo su un mese di permesso, cio� sul periodo retribuito all�80 o al 100 per cento dello stipendio.

                  Basta un minimo di buon senso per non fare un processo alle intenzioni e capire che si tratta di una scelta quasi obbligata: solitamente, infatti, in una famiglia � l�uomo a percepire lo stipendio pi� alto, e dunque quando arriva il momento di dover rinunciare al 70 per cento della retribuzione per i mesi successivi al primo, � evidente che in casa si punti a fare il taglio sull�introito minore. Quello della donna, appunto. Ma non � solo questo a tenere inchiodati al loro posto di lavoro i pap�. C��, sotto sotto, (ma neanche tanto) una questione di dissuasione occulta, �un fortissimo tentativo di scoraggiamento da parte dei datori di lavoro che va dal nascondere ai dipendenti i propri diritti a minacce pi� o meno dirette�, spiega Chiara Saraceno, una delle pi� accreditate studiose della famiglia. �Durante le nostre ricerche abbiamo verificato che amministratori delegati, capi del personale, direttori d�azienda hanno una pericolosa tendenza a cancellare professionalmente le donne che si mettono in permesso oltre il periodo di astensione obbligatorio. Tuttavia l�assenza della madre ancorch� irritante e subdolamente punita, rientra nel quadro delle aspettative sociali. Quella dell�uomo, no. Egli paga tutti i prezzi di una donna pi� quelli di un uomo che si mette a fare la donna. Ad una madre in fin dei conti la si pu� anche perdonare. Ma un uomo! Un uomo che sceglie di stare a casa "senza motivo", delude le aspettative sociali e aziendali; la sua decisione di usufruire del congedo viene percepita dai capi segno di scarso attaccamento alla professione: su uno cos� – pensano – non vale la pena investire�.

                  Ci sono tanti modi per trasmettere questa disapprovazione. Basta uno sguardo, una battuta, un silenzio. Basta quell�"adesso non si metter� mica in permesso, vero?", a far capire che non � aria. Chiara Saraceno sostiene che la differenza con gli altri Paesi si fa marcata l� dove ai padri in congedo � garantito circa il 100 per cento della retribuzione, come accade nel Nord Europa. Cosa che forza la mano ad un cambio di prospettiva, di mentalit�. Da noi, gli uomini si sentono professionalmente pi� vulnerabili perch� nella mentalit� aziendale "autocongedarsi" per un figlio significa in qualche modo tradire la causa, spostare il centro della propria vita che � e deve rimanere l�azienda, perdere prestigio e denaro. �� una questione di clima di incertezza – spiega la sociologa – che riguarda tanto il dirigente quanto l�operaio; la sensazione di poter essere i primi a saltare, di vedersi passare avanti il collega, di venire tagliati fuori. Del resto, non si deve dimenticare che l�altro aspetto importante dell�essere padri riguarda la propria capacit� di mantenere i propri figli�.

                    Diciamolo: quest�uomo disposto a rinunciare per un certo periodo a carriera e denaro, non � visto come un esempio da nessuno, checch� raccontino film, rotocalchi e cronache rosa. Certo, le cose stanno cambiando: i giovani padri sono di gran lunga pi� presenti nella vita dei figli. Tuttavia, questo maggiore tempo per la famiglia non lo sottraggono al lavoro ma a se stessi, tanto pi� che in Italia si diventa padri sempre pi� tardi – abbiamo il primato dei pap� pi� anziani d�Europa – e dunque in una fase critica per la carriera. Come per le donne. Solo che la loro scelta di astenersi dal lavoro oltre il periodo obbligatorio, per quanto disapprovata dai capi, viene almeno vissuta �come un modello di continuit�, un comportamento che appartiene all�ordine naturale delle cose�. Che � come dire: per sbloccare il risultato, forse ci vorr� ben pi� di una manciata d�anni.