Confindustria torna alla concertazione

28/05/2004


  Economia


28.05.2004

Confindustria torna alla concertazione

di Bianca Di Giovanni


Luca Cordero di Montezemolo sale sul podio e centro-destra e governo finiscono fuori gioco. In un’ora e mezza di intervento il neopresidente di Confindustria smonta punto per punto la propaganda berlusconiana. Incassando tra l’altro parecchi applausi dall’affollatissimo Auditorium di Viale dell’Astronomia proprio quando critica i cardini dell’asse Berlusconi-Tremonti-Lega su tasse e devolution (parola mai usata). Le prime vanno abbassate, ma solo «in un quadro positivo della finanza pubblica».

Sugli incentivi alle imprese si può discutere, ma per rendere più efficiente l’intervento a Sud, non per altro. Quanto al federalismo, «rischia di far affondare il nostro Paese, altro che liberarlo. Stanno aumentando i costi, c’è confusione di competenze, c’è la rincorsa ad occupare potere. Lasciatemelo dire, dobbiamo uscire dalla logica localistica che porta a creare aeroporti “condominiali” in ogni provincia». Per il Carroccio è un de profundis.

Ma l’affondo è a 360 gradi: concertazione con i sindacati, export e made in Italy, banche e risparmio, formazione e ricerca, concorrenza e mercati, Europa e politica industriale, per finire con il Mezzogiorno, che la politica sembra aver cancellato circondandolo di un «imbarazzante silenzio», ma che deve diventare «la nostra nuova frontiera».

Montezemolo chiede di eliminare l’Irap dagli investimenti in ricerca, chiede una nuova scuola, chiede più mercato, chiede più trasparenza, chiede una finanza moderna, chiede una vera politica industriale che non segua «gli umori di qualcuno». La prolusione non è addomesticabile agli scopi del populismo: nessuno slogan da spot Tv tipo «meno-costi-meno-tasse-meno-vincoli», nessun pugno sbattuto sul tavolo, nessun tono da Masaniello della passata gestione. Le parole d’ordine suonano semanticamente opposte a quelle della maggioranza imperante, a cominciare da quell’«innovazione» indicata come priorità assoluta. E senza dubbio più in linea con il Quirinale (che invia un lungo messaggio di auguri) che con Palazzo Chigi, a partire dalla «parola magica»: concertazione tra le parti sociali.

Le 19 cartelle del discorso d’investitura offrono un’analisi complessa e articolata sullo stato di salute (o di malattia) del Paese. La diagnosi è impietosa in primo luogo nei confronti delle stesse imprese. Eccola. «Non esiste alcun male oscuro né alcuna maledizione che ci impedisce di crescere – dichiara – La verità è che siamo meno competitivi, come tipo di prodotto, come mercati di sbocco, come sistemi di distribuzione, come finanza che ci aiuti a conquistare mercati, come costi di produzione, come costo ed efficienza della Pubblica Amministrazione».

Più tardi, pensando a Cirio e Parmalat, Montezemolo affonda: «Dobbiamo accettare la sfida della trasparenza e aprire le nostre imprese ad un efficace sistema di controlli. È nostro interesse tutelare il risparmio, è il nostro impegno perseguire la moralità negli affari». Parole mai sentite finora in Viale dell’Astronomia. Nel Paese delle «grandi famiglie», dei padri padroni dentro e fuori l’azienda, Montezemolo chiede di «separare nettamente le funzioni della proprietà da quelle della gestione, pur se fanno capo necessariamente alla stessa persona nelle imprese famigliari». È sincero, e severo, quando ammette: «La bolla speculativa degli anni ‘90 ha avuto, tra gli altri, anche l’effetto di distogliere molti imprenditori e troppi giovani dalla fatica della produzione, per tentare la via facile della finanza». Soltanto così, con questa autocritica senza veli, il nuovo presidente di Confindustria riesce a dare nuovo orgoglio all’impresa, e nuovo slancio per «dare al Paese ciò che si è ricevuto dalla vita». Che per un imprenditore è molto.

Oltre alla politica, due sono gli interlocutori ideali a cui il nuovo leader si rivolge: sindacati e banche. L’apertura (attesa) verso i primi arriva a metà discorso, con il riconoscimento a quel «patto sociale del ‘93 tuttora valido seppur lontano». «Occorre che tutto il Paese si metta in marcia – dichiara – Occorre che si riprenda con nuovo entusiasmo e fiducia reciproca il dialogo tra le parti sociali» e chiudere «la stagione dei dissidi e delle incomprensioni.

Dopo aver ringraziato i rappresentanti sindacali per l’apprezzamento espresso all’indomani della sua designazione, parte l’invito a «riannodare i fili di un dialogo». L’orizzonte si allarga a tutte le associazioni di categoria, commercio, banche, assicurazioni, artigianato, agricoltura, industria e cooperazione. «Noi, tutti assieme possiamo condividere un progetto per il Paese – dichiara – Con questo non voglio proporre un Patto dei Produttori, come se dovessimo difenderci dal mercato, né intendo sostituire l’opera della politica (Roberto Maroni sembra temere proprio questo, ndr), né tantomeno quello del governo». E ancora: «L’autonomia delle aprti sociali rispetto alla politica è essenziale e per la Confindustria è una caratteristica indiscutibile del suo modo di essere. Vogliamo una Confindustria unita, autorevole, autonoma». A buon intenditor…

Quanto alle banche devono essere «vicine all’industria», la finanza deve saper accompagnare le imprese, perché ciascun polo del binomio ha bisogno dell’altro. «Senza finanza moderna le imprese non crescono, senza crescita delle imprese la finanza resta antiquata».

L’ultimo passaggio è tutto dedicato ai giovani, a cui «bisogna aprire le porte il più presto possibile: non devono diventare vecchi per assumere nuove responsabilità. Noi non dobbiamo deluderli».