Confindustria «spiazzata» e la voglia di andare allo scontro

05/03/2002






Confindustria «spiazzata» e la voglia di andare allo scontro
      Disappunto. Stefano Parisi, a Torino, si era presentato avendo probabilmente in testa il Luigi Angeletti di otto giorni fa. Quando, sempre a Torino ma al congresso di Confindustria, il segretario della Uil si era sì mostrato «indisponibile» a mettere in discussione l’articolo 18, e aveva certo parlato di sciopero, però con qualche «se» e molti «no» (alla posizione della Cgil di Sergio Cofferati). Dev’essersi dunque sentito in qualche modo tradito, ieri, se è sbottato contro la relazione del leader sindacale come di fronte a una porta sbattuta in faccia all’improvviso. Passando dagli elogi alle accuse: «La Uil di Angeletti – è stato l’attacco, a caldo, del direttore generale di viale dell’Astronomia – differisce dalla Cgil di Cofferati solo per la data dello sciopero». E ancora: «Sono le posizioni di chi non crede nel dialogo. Di chi vuole continuare dritto per la strada delle manifestazioni». È risultato facile, a un Angeletti finito nella lista degli «inaffidabili», replicare pungente. Soprattutto dopo l’annuncio di Roberto Maroni: «L’articolo 18 torna nelle mani del governo». Davanti ai suoi, ai delegati Uil, il segretario non si è mostrato conciliante come una settimana fa davanti agli imprenditori. E a Parisi ha mandato a dire questo: «Nell’attuale situazione nevrotica anche le sfumature causano dissensi». Confindustria, ha aggiunto, semplicemente «non coglie le piccole sfumature tra Uil, Cisl e Cgil. Forse non capisce. Ma è un problema suo». Anche qui, insomma, sono volate le parole grosse già sentite tra imprenditori e Cgil. La Uil, con la Cisl di Savino Pezzotta, era per gli industriali la parte «affidabile» del sindacato. Quella che «intanto» si sedeva al tavolo, dunque quella con cui un accordo si poteva trovare (anche, nelle speranze di Confindustria e del governo, sull’articolo 18). Da ieri, dai fischi con cui è stato accolto il ministro del Lavoro Roberto Maroni e dall’ovazione riservata alla voce «sciopero», è stato più chiaro che sulla questione-licenziamenti le pressioni delle «basi» sindacali non rendono così semplici le spaccature tra i vertici. E il battibecco a distanza Angeletti-Parisi, dopo le aperture reciproche e gli elogi alla Uil delle ultime settimane, ne dà la misura.
      È Confindustria, a questo punto, a dare l’impressione di ritrovarsi spiazzata. Non solo per le «novità» Uil. Ieri, mentre Parisi parlava a Torino, a Roma il presidente Antonio D’Amato si consultava con i suoi vice. Con Guidalberto Guidi, con Nicola Tognana. E un po’ di maretta c’era: l’annuncio di Maroni, in viale dell’Astronomia, non pare se l’aspettassero. E la prima cosa è stata tentare di capire. «Spiraglio» (per i sindacati) vero? Primo passo di una «marcia indietro» (per gli imprenditori) reale? Mossa concordata in anticipo con il governo, per tentare di alleggerire la pressione delle piazze e uscire dalla «guerra di religione», o improvvisazione del ministro per attenuare, intanto, i fischi del Lingotto?
      Nell’attesa, la «linea» di viale dell’Astronomia è stata affidata a Parisi. L’iniziativa dell’esecutivo, il «ritorno» dell’articolo 18 sul tavolo del solo governo, toglie alla Confindustria di D’Amato una patata bollente: quello che perde insieme alla trattativa tra le parti è, nel caso, la responsabilità diretta di un non-accordo, di eventuali rotture, delle conseguenze sul piano sociale. Non per questo, però, dagli imprenditori arrivano segnali defilati. La sfida la rilanciano a Palazzo Chigi: «Noi riteniamo – dice Parisi – che sia un peccato fare mezze riforme perché ci sono diritti di veto posti dalle parti sociali. Ma la partita è di nuovo nelle mani del governo. Che ora dovrà dimostrare se crede nelle riforme, nel cambiamento e nel rilanciare lo sviluppo». Senza farsi intimidire, aggiunge, dalle minacce di sciopero generale: «Perché lo sciopero non serve a dialogare. E se ci sarà, ci sarà anche un "giorno dopo" in cui il sindacato dovrà decidere qualche cosa: se lasciare il Paese fermo con un alto tasso di disoccupazione o se raggiungere gli obiettivi di sviluppo del Paese». La guerra dell’articolo 18, per Confindustria, non è finita.
Raffaella Polato


Economia