Confindustria Sicilia: «Pizzo, facciamo sul serio»

17/09/2007
    lunedì 17 settembre 2007

    Pagina 9 – Interni

    «Pizzo, facciamo sul serio:
    ci sono le liste di chi paga»

      IL PRESIDENTE DI CONFINDUSTRIA SICILIA Ivanhoe Lo Bello e la decisione di espellere dall’associazione chi si piega alle estorsioni: «Nelle inchieste giudiziarie ci sono gli elenchi con i nomi. Ma non vogliamo fare epurazioni, solo dobbiamo convincere che pagare non è più una convenienza aziendale»

        di Ninni Andriolo

        Il primo a meravigliarsi del «rumore mediatico» suscitato dalla «rivolta» antiracket degli industriali siciliani è lui, Ivanhoe Lo Bello, 44 anni, laurea in giurisprudenza, studi a Berkeley e Havard. Il presidente di Confindustria Sicilia – protagonista di quel «chi paga il pizzo verrà espulso dall’associazione» rimbalzato sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo – è il rampollo di una nota famiglia di imprenditori catanesi. Gli amici hanno sintetizzato in un più sbrigativo Ivan quel nome così poco siculo, Ivanhoe, che evoca Sir Walter Scott e rimanda al vecchio amico scozzese del bisnonno che aveva imposto quella croce anagrafica già al proprio figlio. Ivanhoe, Ivan, Lo Bello, contraddice di nome e di tratto il ricordo di certi imprenditori siciliani del secolo scorso, la pacchiana spregiudicatezza dei vecchi cavalieri del lavoro che fecero fortuna all’ombra delle protezioni politiche, delle commesse pubbliche e degli scambi di favori con i clan. Spazzati via, negli anni ’80, più che dalle inchieste giudiziarie dal loro delirio di onnipotenza, quei potenti capitani d’industria lasciarono tuttavia nel mondo imprenditoriale e professionale isolano un’impronta culturale ispirata al cinico realismo della convivenza obbligata con il padrino di turno. La «rivolta» degli imprenditori quarantenni che dirigono Confindustria Sicilia, adesso, prende di petto un andazzo, cercando di sconfiggere un cancro che ha diffuso metastasi.

        «In Italia, in Europa e nel mondo si sono convinti che la Sicilia sia un po’ come la descriveva Sciascia, cioè irredimibile – spiega Ivan – Un territorio perduto, consegnato irrimediabilmente all’illegalità e alla mafia. Ecco, ogni cosa che contraddice questo topos, come la posizione assunta recentemente da Confindustria, diventa una notizia che sbalordisce». Per chi guarda alla propria terra con occhio smaliziato, per chi esamina con disincanto le primavere di Orlando o di Bianco cancellate dall’inverno di Cuffaro, per chi ha visto grandi moti popolari di sdegno squagliarsi come neve al sole e cedere il posto, puntualmente, al secolare e fatalistico «nulla cambia», anche la rivolta degli imprenditori siciliani può apparire come un fuoco di paglia. Che induce a paragonare Confindustria a uno dei tanti comitati antimafia sbocciati e sfioriti nel corso degli anni, corpi estranei ad una società che si divide in clan legandosi ai potenti di turno, prima ancora che all’imperativo categorico di Cosa nostra. Certo, sbalordisce che il più recente sussulto antimafia nato in terra di Sicilia sia cresciuto dentro la tradizionale zona grigia dell’imprenditoria isolana.

        Ma la domanda è sempre la stessa: quanto durerà «la rivoluzione copernicana» – così la definisce Tano Grasso – di un manipolo d’imprenditori che va alla guerra circondato da una società che ripiega, si imbarbarisce, si atomizza chiudendosi al mondo con la presuntuosa convinzione di costituirne l’ombelico? Ivan Lo Bello mette sul piatto argomenti che ti descrivono una realtà diversa da quella che molti leggono dal di qua dello Stretto. Ti induce a rimettere in moto la corda della speranza. Come se sotto la crosta dell’incultura e dell’affarismo dominante, che traduce puntualmente in voto politico il suo modo di essere, si stia producendo uno sciame sismico che non potrà non produrre nuovi assestamenti. Tornare a illudersi che il destino di quella terra non è definitivamente compromesso, allora? «Non si tratta di un’illusione – replica Lo Bello – Nell’imprenditoria siciliana si è prodotto un cambiamento profondo, un salto culturale frutto di una nuova tipologia di aziende. Se un’impresa lega il proprio successo alla capacità di tenere rapporti con la burocrazia e con la politica certo che è più esposta alle attenzioni della mafia. In Sicilia, però, sono cresciuti imprenditori giovani che hanno il problema di capire cosa faranno l’indomani mattina i loro concorrenti cinesi o indiani, o quelli del distretto delle piastrelle di Modena. C’è una nuova visione del mondo che non è più ricollocabile nel territorio, nell’opera pubblica, nella stradella poderale. C’è gente che va all’estero, e ci va spesso, e che soffre a sentirsi dire che i siciliani sono tutti mafiosi. In Sicilia, in sostanza, ci sono imprese che si confrontano con un mondo globale e questo muta i connotati del loro modo di essere. Di qui nasce il problema della ribellione. Ecco, una nuova cultura non cresce se non ci sono modifiche strutturali profonde. Quella di adesso non è più la Sicilia delle grandi commesse pubbliche, ma l’isola di tante piccole imprese che fanno cose diverse, che non hanno nessun rapporto con la politica, che soffrono la burocrazia quando entrano in rapporto con questa. E che non possono, quindi, concepirsi dentro un territorio dove si deve, per forza di cose, pagare il pizzo alla mafia».

        Gli imprenditori che descrive Ivan Lo Bello sono gli stessi che negli anni ’90, dalla postazione dell’Associazione siciliana dei giovani industriali, ingaggiarono una battaglia decisiva con i colleghi più anziani di Confindustria. «Sono quelli che portarono a spalla emblematicamente la bara di Libero Grassi», ricorda Tano Grasso, vessillo della lotta anti racket. Oggi, conquistati i vertici confindustriali, quei moderni capitani siciliani difendono a spada tratta un imprenditore edile settantenne che lo scorso agosto ha subito cinque attentati in pochi giorni. Andrea Vecchio, 250 dipendenti e un’impresa che fattura 20 milioni di euro, da decenni continua a dire «no» agli esattori del pizzo. E Vecchio, insieme al nisseno Marco Venturi, è diventato il simbolo di una Sicilia che non china la testa. Come Lirio Abbate, il coraggioso giornalista dell’Ansa perseguitato a Palermo da attentati intimidatori e minacce.

        «Pagare il pizzo non è un fatto neutro – dice Lo Bello – Pagando il pizzo si rafforzano le organizzazioni criminali e questo rappresenta un fortissimo disvalore etico. Si può contribuire a rafforzare il potere di chi ha ucciso Falcone, Borsellino e Libero Grassi?». Oggi, rivela, «le denunce aumentano» e chi dice «no» non rappresenta «una goccia nel mare dell’indifferenza». E, visto che l’obiettivo è quello «di educare al non pagare il pizzo, di far capire che chi resiste trova realmente l’aiuto dello Stato e che gli imprenditori che non pagano, l’esempio di Vecchio è illuminante, possono continuare a lavorare e a far crescere le proprie aziende», la scelta di Confindustria Sicilia di inserire nel proprio codice etico l’incompatibilità tra l’appartenenza al mondo dell’impresa e la scelta di piegarsi al racket, non può essere vissuta come la conversione dei vertici dell’associazione «alla professione di sceriffo».

        «In Sicilia, per la verità, pagano un po’ tutti, imprenditori e commercianti – ricordiamo a Lo Bello – dovreste espellere la maggior parte dei vostri associati per essere conseguenti… ». «Il nostro obiettivo – chiarisce Ivan – non è quello di epurare cento o mille imprenditori che fino adesso hanno pagato, ma di convincerli a non seguire più una strada poco conveniente anche dal punto di vista aziendale». «E se i vostri associati continuassero a pagare, malgrado tutto? E come farete a distinguere chi si piega e chi no? La vostra scelta non finirà con l’assumere un valore esclusivamente simbolico?». «Noi ci atterremo agli atti giudiziari – risponde Lo Bello – Dalle inchieste saltano fuori spesso elenchi di imprenditori che subiscono e accettano imposizioni dalla mafia. Ci sono le intercettazioni disposte dall’autorità giudiziaria, ci sono le indagini. Ecco quel materiale costituirà la base che ci consentirà di assumere le decisioni che Confindustria ritiene opportune per liberare la Sicilia da questo cancro».

        Rimane l’interrogativo scettico e amaro di chi individua nell’isola i segnali di un’involuzione. Della piovra che torna a muovere i tentacoli caoticamente e pericolosamente per l’emergere di tanti aspiranti boss che puntano a conquistare la leadership lasciata vacante dai Riina, dai Provenzano o dai Santapaola. O della politica – forte a destra e debole a sinistra – che, fatte salve poche eccezioni, generalmente o si acconcia per lucrare consensi, o balbetta. Confindustria Sicilia, come ennesimo comitato antimafia che naufragherà, domani, nel mare dell’indifferenza di una società che si acconcia? Ivan Lo Bello guarda le cose da un altro punto di vista. Dall’ottica di tanti suoi colleghi siciliani che investono in tecnologie d’avanguardia e girano il mondo mantenendosi saldamente radicati a una terra bellissima che non vogliono abbandonare e che, anche per questo, vogliono cambiare disperatamente. «Quando diciamo con un po’ di presunzione che rivendichiamo un ruolo preciso nella classe dirigente siciliana non lo facciamo a caso – spiega – Noi abbiamo inviato un messaggio non solo agli imprenditori ma all’intera società dell’isola perché questa possa riprendere coraggio. La cosa peggiore è la convinzione fatalistica che tutto sia immutabile. La cosa peggiore è vivere la condizione d’illegalità come un destino e non come una fase transitoria. No. Io, malgrado tutto, sono convinto che la Sicilia non sia irredimibile».