Confindustria si interroga sul dopo D’Amato

26/05/2003



              26/5/2003

              AD UN ANNO DAL CAMBIO AL VERTICE SI STUDIANO ALLEANZE E CANDIDATI. BRACCO VERSO FEDERCHIMICA
              Confindustria si interroga sul dopo D’Amato
              Tognana e Cerutti già in corsa per la presidenza, altri nomi in arrivo

              In Confindustria non è ancora tempo di bilanci. Sebbene Antonio D’Amato, giovedì scorso, abbia indossato per l’ultima volta i panni del presidente davanti all’assemblea generale della Confederazione, all’uscita di scena effettiva mancano ancora molti mesi e molti appuntamenti: i principali sono le riunioni dei Giovani di Santa Margherita e di Capri e, nell’aprile 2004, il megaconvegno de Centro Studi. E, tuttavia, qualche ragionamento sull’entità dei benefici raccolti dalla categoria nei tre anni trascorsi incomincia già a serpeggiare nella base associativa. La verifica dell’efficacia della gestione, che non risparmia nessuna presidenza, sarà questa volta molto più rigorosa che in passato per una semplicissima ragione: Antonio D’Amato ha fatto una scelta di campo molto netta, portando la Confindustria, dalle prime assise di Parma in poi, nella scia di Silvio Berlusconi. Il gioco a D’Amato è riuscito sia per il suo temperamento, sia per le condizioni eccezionali in cui si è trovato ad operare. Con i grandi gruppi – gelosi custodi dell’autonomia della Confindustria – in netta diminuzione, o alle prese con crisi non da poco (per esempio la Fiat) o in tutt’altre faccende affaccendati (come Tronchetti Provera impegnato a lanciare la Pirelli nella conquista di Telecom Italia). E con il prorompere sulla scena di un esercito di imprenditori di dimensioni contenute, ma ringalluzziti dai successi conquistati anche al di fuori dei confini nazionali (vedi gran parte del Nord Est), a dispetto delle grandi debolezze intrinseche tuttora irrisolte: sul piano della dimensione, della presenza in settori troppo tradizionali, delle scarse risorse investite in Ricerca e in Innovazione (di organizzazione oltre che di prodotto e di processo). D’Amato ha cavalcato la forza di questo fiume eterogeneo, naturalmente più orientato verso il centrodestra: in fondo gli imprenditori riflettono la società italiana ed i suoi orientamenti, lo fanno, però, con una caratteristica particolare: più rapidamente dell’opinione pubblica nel suo complesso, cambiano pareri, opzioni, adesioni anche politiche, con una sola bussola: quella del tornaconto della propria azienda. Per questo è inevitabile che, questa volta, la verifica dell’efficacia della presidenza sia più rigorosa che in passato: D’Amato ha ancora alcuni passaggi dalla sua: ha il referendum sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, su cui Confindustria si è impegnata allo spasimo nonostante per moltissimi imprenditori del Centro Nord quel tema fosse di scarsa rilevanza. E, poi, alla scommessa della prossima Legge Finanziaria: il vero banco di prova dell’accettazione da parte del governo delle sue richieste di ridurre il prelievo fiscale sulle imprese, di trasformare il 2004 nell’anno della Ricerca indirizzandovi risorse abbondanti e di aprire i cantieri per dare concretezza alle grandi infrastrutture rimaste finora libri dei sogni. E, però, i primi ragionamenti nelle territoriali, nelle federazioni regionali, tra le rare icone del sistema industriale italiano sono già iniziati: in vista della scelta del suo successore. La macchina per l’elezione del futuro presidente di Confindustria, ufficialmente, si attiverà solo dopo Natale. La riforma della Confindustria voluta da D’Amato, avviata da Andrea Mondello e completata da Nicola Tognana (con l’ausilio dell’apposita commissione e al termine di riunioni fiume in giro per l’Italia) ha mutato la partitura: ma più nella forma che nella sostanza. Il collegio dei saggi, chiamato a raccogliere e a pesare le candidature, ora è formato oltre che dagli ultimi tre past president – nel nostro caso Giorgio Fossa, Luigi Abete e Sergio Pininfarina – da altri tre componenti: uno eletto dal direttivo di Confindustria, anche fuori dal suo ambito; uno scelto dai presidenti delle Federazioni regionali (e ogni presidente vota con lo stesso quorum di voti di cui dispone nell’assemblea confederale, come dire che per la Lombardia Mario Mazzoleni da solo dispone di più di 500 voti contro i 40 della Campania o i 34 della Sicilia, vedere grafico); il terzo infine è espresso dai presidenti delle Federazioni di settori e dalle Associazioni di categoria. Il ruolo del collegio dei saggi, però, è poco più che notarile: devono portare all’esame della giunta confindustriale di aprile il candidato o i candidati che hanno raggiunto un determinato quorum di consensi. Per capirci, tra il nome di spicco – per esempio il patron della Tod’s Diego Della Valle – per esempio portato dall’Anci (l’Associazione dei calzaturieri che ha 6 voti) e il palazzinaro lombardo presentato dall’Ance (l’Associazione Nazionale Costruttori che di voti ne ha 45) il collegio dei saggi non ha margini di manovra per scegliere. Deve segnare le candidature, computare i voti, controllare chi ha superato il quorum richiesto, e inviare la rosa dei nomi in giunta. il tutto in 45 giorni. Ma questa è solo l’ultima parte: quella ufficiale che si celebra quando i grandi giochi sono già conclusi. La parte più interessante è quella che si sta mettendo faticosamente in moto adesso, e che è destinata a snodarsi in apnea, sotto la linea di galleggiamento, fino a dicembre. E’ la parte della costruzione del consenso dietro ad un nome: una partita tanto più delicata quanto meno scontata è la scelta del candidato. E questa volta la scelta pare davvero non scontata per nulla. Non perché gli imprenditori non abbiano le idee chiare. Ma per la presunta indisponibilità dei candidati che verrebbero portati sugli scudi. «Vista la situazione pesantissima dell’economia – spiega, infatti, il presidente degli Industriali di Pisa, Giuseppe Barsotti – abbiamo bisogno che ci guidi un imprenditore di indubbio successo, noto anche all’estero, abile nel dialogare con il governo, con la maggioranza e l’opposizione, ma così solido e intellettualmente autonomo da saper dire anche dei no». E il nome che gli preme sulla lingua viene regalato come uno sfogo: «Il nostro candidato ideale è Luca di Montezemolo» dice Barsotti, confermando il sondaggio che era stato fatto da un periodico economico un paio di settimane fa. In alternativa, se il patron della Ferrari non volesse distrarsi nemmeno un momento dalle cure della Rossa, «il candidato sarebbe Andrea Pininfarina». Se Montezemolo o Pininfarina accettassero di farsi carico delle sfide di Confindustria verrebbero portati sugli scudi. Votati anche da quelle Federazioni che, ufficialmente, sembrerebbero impegnate a sostenere altri candidati. Per il momento però nessuno dei due ha deciso di scendere in campo. E così sulla scena ci sono attualmente due candidati: per il Veneto Tognana e il piemontese Giancarlo Cerutti, uomini della squadra di D’Amato che sembrerebbero propensi a tentar la corsa in proprio. Il Veneto, apparentemente, fa quadrato dietro al suo candidato: quando però si va oltre le affermazioni di principio si scopre che se Treviso e Padova sono pronte ad andare fino alla fine con Tognana, le altre Federazioni – dalla Verona di Alessandro Riello alla Vicenza di Massimo Calearo (che ha appena raccolto il testimone della presidenza da Valentino Ziche), alla Venezia di Paolo Scaroni – dopo la prima battuta potrebbero anche essere disposte a riaprire i giochi. E questo sulla base dei negoziati per i posti nobili del vertice di Confindustria dove la riforma ha cancellato i vecchi consiglieri per far posto a un fiume di vicepresidenti, con un certo disappunto dei Giovani e della Piccola i cui presidenti (oggi Anna Maria Artoni e Francesco Bellotti), erano i due vicepresidenti elettivi destinati ad affiancare i due vicepresidenti di nomina presidenziale. Il Veneto potrebbe spaccarsi, però, ben prima delle candidature alla successione di D’Amato per un’altra ragione. Dopo la pausa estiva il presidente della Piccola Bellotti dovrà lasciare: la presidenza spetterebbe al Veneto che per antonomasia è la patria delle aziende di dimensioni contenute: prima di Bellotti (Piemonte), infatti, la presidenza era andata all’Emilia con Mario Casoni, alla Lombardia con Fossa, alle Marche con Giorgio Grati. Il candidato naturale, il Veneto ce l’ha: è Giulio Paiato di Rovigo, ma è stato incapsulato per non turbare la candidatura di Tognana al nazionale. Quanto al piemontese Cerutti, che può vantare buoni rapporti con la Fiat, ha sicuramente il supporto della sua territoriale di Alessandria, mentre Cuneo, Novara, Vercelli e Biella sembrano non aver ancora deciso. Nomi alternativi non ce ne sono. Non è in gioco Vittorio Merloni che, disponendo di una splendida azienda, potrebbe trovare il tempo di dedicarsi alla Confindustria: l’imprenditore marchigiano ha infatti deciso di concentrare i propri sforzi sull’Assonime che, riunendo i big dell’imprenditoria e quelli delle banche, è riuscita a realizzare l’unificazione della rappresentanza degli interessi: è essenziale a Bruxelles oltre che a Roma. Né Tognana né Cerutti ce la faranno da soli è certo non basterà loro l’eventuale supporto di D’Amato, o di Rosario Averna per il Mezzogiorno, e nemmeno delle singole regioni meridionali. Per vincere ci vogliono i grandi numeri. Ci vogliono le Federazioni regionali forti: Lombardia, Piemonte, Emilia da sole fanno 897 voti presidenziali su un totale di 1254. Ci vogliono le Federazioni di settore e le Associazioni di categoria: in questo ambito un ruolo di spicco lo giocherà Diana Bracco. L’imprenditrice milanese, che si è rivelata un autentico numero uno facendo della Ricerca un progetto che ha entusiasmato non solo i big dell’imprenditoria, dopo tanta riluttanza ha accettato la presidenza dei chimici dove Giorgio Squinzi, altro importante imprenditore (con 24 stabilimenti all’estero), conclude il suo secondo mandato. Bracco ha accettato solo dopo che Squinzi le ha promesso di farsi carico del completamento del suo progetto di Ricerca. Bracco, come Federchimica, dispone di 39 voti presidenziali e il suo più stretto collaboratore, che oggi guida la Farmindustria, né ha altri 29: nella corsa alla successione di D’Amato conteranno l’Anie che ha 39 voti, l’Anfia (32 voti), il Sistema Moda (26 voti), Federlegno (17 voti), Federacciai (16 voti), l’Anima (15 voti), Confitarma (9 voti), Ucimu (7 voti). Inventare una candidatura – a meno che non si materializzino dopo l’estate quelle di Montezemolo o Pininfarina – e costruire il consenso è il lavoro più difficile. Un lavoro appena cominciato: con cene, incontri, telefonate che si intrecciano sui fili telefonici nelle regioni forti del capitalismo italiano. Quelle regioni che non vogliono più giocare di rimessa, né lasciare l’iniziativa ad altri. Chi vuol vincere, o anche solo chi aspira ad avere un posto al sole nel futuro vertice confindustriale, è da li che deve passare.

              Flavia Podestà