“Confindustria” Se la musica è la stessa (A.Recanatesi)

24/05/2007
    giovedì 24 maggio 2007

    Prima Pagina (segue a pagina 15) – Economia & Lavoro

      L’opinione

        Confindustria
        BILANCI – Il presidente degli industriali inizia l’ultimo anno del suo mandato: con lui è cambiata la forma, ma non la sostanza della politica confindustriale

          La stagione di Montezemolo:
          nuova immagine ma vecchia musica

            Alfredo Recanatesi

              Per Luca di Montezemolo è tempo di bilanci. Con l’assemblea della Confindustria di oggi, infatti, inizia il suo ultimo anno di mandato che solitamente è improntato al bilancio della presidenza che si avvia a compimento e dalla proiezione, in parte conseguente, verso la presidenza che verrà.

              Seppure senza il furore di una battaglia sull’articolo 18 e senza la millanteria di un insulso Patto per l’Italia, che connotarono la presidenza del suo predecessore D’Amato, la Confindustria di Montezemolo è stata diversa più nella forma che nella sostanza. Il fattore di continuità tra le più recenti presidenze, infatti, è la valorizzazione in chiave corporativa della forza elettorale che l’organizzazione rappresenta essendo il nostro sistema fatto più di altri da piccole imprese nelle quali l’interesse dell’impresa si mescola con quello della famiglia proprietaria condizionandone anche le sue preferenze politiche.

              Insomma, le imprese italiane sono milioni e milioni di voti, tutte le forze politiche lo sanno ed, ovviamente, lo sa la Confindustria che, al dilà del suo presidente pro tempore, ne fa il fulcro della propria azione. Con D’Amato, e col suo vice-presidente Guidi, l’aut aut verso ogni interlocutore – dai lavoratori al governo – era esplicito: o si fa come diciamo noi o ce ne andiamo in Romania. L’accortezza e l’esperienza di un Montezemolo, come dello staff di presidenza che mise al suo fianco, lo hanno tenuto lontano da posizioni così esplicite e grossolane, ma la sostanza dell’uso corporativo della forza elettorale che può influenzare è rimasta. Niente di male, s’intende: è compito della Confindustria e del suo vertice di perorare, difendere, promuovere l’interesse degli imprenditori e delle loro imprese. Il problema sta piuttosto nella asimmetria tra il potere, indubbiamente ridondante, che l’organizzazione degli industriali per questo motivo ha, ed i poteri contrapposti: quello dei sindacati e, soprattutto, quello del governo di turno che dovrebbe rappresentare l’interesse generale dell’intera collettività nazionale.

              Circa il rapporto con i sindacati abbiamo già detto in altra occasione: i processi di globalizzazione hanno attribuito un grande potere economico e politico al capitale (e dunque alle imprese) erodendo quello che i lavoratori si erano conquistati nel secolo passato. I dati del Fondo Monetario secondo i quali negli ultimi 25 anni la quota di Pil destinata alla remunerazione del lavoro (dipendente ed autonomo) si è ridotta nell’Europa continentale dal 73,1 al 63,6% sono lo specchio di quanto è avvenuto e sta avvenendo in seguito alla libertà che ha il capitale di andare a produrre dove il lavoro viene offerto al costo minore, e dei limiti che ne conseguono per l’iniziativa sindacale. Per quanto riguarda più specificamente il nostro Paese, dati della Banca d’Italia dicono che, in termini relativi ai Paesi europei con i quali il confronto può avere maggior senso, le imprese italiane hanno avuto modo di difendere più validamente il livello dei profitti anche negli anni della stagnazione. Insomma, tanto scontenti di come le cose sono andate in questi anni gli imprenditori non dovrebbero essere.

              Ciò nondimeno, nei confronti delle forze politiche le imprese non hanno fatto che lamentare costi, vincoli, macchinosità amministrative, carenza di strutture ed, ovviamente, il carico fiscale. Talvolta con ragione, certo, ma talaltra con evidente pretestuosità, specie se si considera che l’Italia è e vuole essere un Paese evoluto e sviluppato che, dunque, ha costi e vincoli maggiori di quelli che si riscontrano nelle aree del mondo più attardate.

              Il punto, dunque, non è qui. Il punto sta piuttosto nella attitudine del sistema produttivo a generare il valore aggiunto, ossia il reddito, necessario perché l’Italia possa mantenere il posto che si è conquistato nella classifica del benessere diffuso e magari risolvere più agevolmente almeno parte delle carenze che gli stessi industriali lamentano. Il livello di benessere di un Paese, infatti, dipende dal reddito che il suo sistema produttivo riesce a generare. Il sistema ne genera poco; comunque meno di altri sistemi evoluti e, per questo motivo, altrettanto ed anche più costosi del nostro. Lo dimostra la contraddizione nella quale lo stesso Montezemolo si è fatto trascinare in queste ultime settimane reclamando per le imprese il merito della ripresa. L’asserzione è chiaramente una tautologia perché la ripresa risulta dalla variazione del Pil, cioè del prodotto dell’intero sistema: e chi altri, se non le imprese, possono realizzare la produzione? E tuttavia, se dovessimo ritenere vera quella asserzione, se cioè accettassimo che l’aumento del prodotto è effettivamente merito delle imprese, allora dovremmo chiederci perché mai queste avrebbero aspettato anni di stagnazione prima di conquistare questo merito.

              Ma il sistema politico incassa, guardandosi bene dal polemizzare ed urtare questa forza elettorale, magari osservando che la ripresa viene da una congiuntura mondiale e che gli imprenditori italiani si dimostrano in grado di sfruttarla meno, molto meno, dei loro colleghi europei. All’opposto, le forze politiche, nella campagna elettorale di un anno fa, hanno fatto a gara nel promettere la riduzione del cuneo fiscale: miliardi di euro a beneficio delle imprese che già realizzavano utili elevati, sia in assoluto che come quota del Pil, in un tempo nel quale la congiuntura mondiale, ed europea in particolare, già volgeva al bello. Il problema dell’industria nazionale è che è rimasta strutturata prevalentemente come nel passato: una prevalenza sempre più netta di imprese di piccola dimensione, gestite in funzione degli interessi e delle vicende delle famiglie proprietarie, con scarsa o nulla propensione alla ricerca ed alla innovazione. Ci sono eccezioni, lo sappiamo tutti, ma sono poche, non riescono a smuovere più di tanto i dati nazionali sulla competitività come il pregevole rapporto dell’Istat presentato appena ieri ampiamente dimostra. Il sistema ha retto bene fino a quando i mercati erano segmentati e grandi imprese soprattutto pubbliche investivano in nuove tecnologie svolgendo anche la funzione di trainare verso livelli di crescente specializzazione un ampio indotto di piccole e medie aziende. Ora che di grandi imprese in grado di svolgere questo ruolo ne sono rimaste, si e no, quante le dita di una mano, l’intero sistema perde terreno. Perde terreno la sua competitività e, dunque, il suo ruolo nel produrre il reddito. Occorrono riforme, ma non quelle che pretendono grossolanamente di risolvere la questione riducendo il tenore di vita di tanta parte degli italiani. Piuttosto riforme per indurre le imprese ad aggregarsi, ad affrancarsi dalla dipendenza dalle famiglie, ad acquisire le dimensioni per poter sostenere impegnativi investimenti nell’innovazione, per innalzare il livello di specializzazione dei prodotti e il loro valore aggiunto; insomma per fare qui in Italia roba che non possano fare tanto facilmente i cinesi.

              Non si pretende che sia la Confindustria a produrre analisi in questo senso, ma è significativo che altri non se ne facciano carico. Non se ne parla perché milioni di imprenditori votano ed in un sistema bipolare possono fare la differenza, perché controllano giornali e televisioni, perché in definitiva dipende da loro ciò che larga parte della popolazione percepisce della realtà delle cose e di come la politica l’affronta.

              Ecco perché, aldilà delle forme, la sostanza della Confindustria e dei suoi presidenti non cambia. E perché dovrebbe cambiare? Per gli imprenditori non è mai andata tanto bene come in questi anni, Montezemolo è persona di successo e di grande immagine che ha saputo tenere sulla corda sia il centro-destra che il centro-sinistra. Per la Confindustria è un peccato che lo statuto ne impedisca una nuova rielezione perché trovarne un altro non sarà tanto facile. Ma, quand’anche non ne trovi uno altrettanto esperto nel tenere la scena, la sua politica non potrà che porsi su una linea di continuità con quella degli ultimi presidenti che hanno presentato, incontrastati, una Confindustria sempre e solo in credito verso il resto del Paese. L’asimmetria della quale è un elemento è destinata, dunque, a rimanere chissà per quanto tempo continuando ad alterare l’equilibrio che dovrebbe esserci tra le rappresentanze dei tanti interessi che si contrappongono ed alterando, di conseguenza, l’equilibrio che dovrebbe presiedere alla loro composizione.