“Confindustria” Quell’ovazione al leader di An (A.Statera)

04/06/2007
    domenica 3 giugno 2007

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    IL CASO

    Quell´ovazione al leader di An

    Lo strano successo del leader di An, nemico delle liberalizzazioni di Bersani e difensore del Pra

      Alberto Statera

      SANTA MARGHERITA
      dal nostro inviato

      LA VISIONE plastica della «non condivisione», dell´Italia che proprio nulla condivide a dispetto degli appelli accorati, va in scena questa volta a Santa Margherita Ligure, Hotel Miramare, in un ciclone di gesti e di parole che quasi sempre affogano il senso comune. Sul palco un Gianfranco Fini viperino, che rifiuta, con qualche improprio eccesso di assertività, di dialogare con Pierluigi Bersani, componente di un governo che, con la destituzione del comandante della Guardia di Finanza, ha fatto una «porcata», «ha scritto una delle pagine più vergognose della storia d´Italia». Ciò nel giudizio dell´uomo che ancora qualche anno fa, a proposito di storia, definiva Benito Mussolini come «il più grande statista del secolo».

      Sui carboni il ministro delle liberalizzazioni che, pur con la sua bonomia emiliano romagnola, non riesce più a trovare la sintonia con platee di cui, per la verità, è difficile definire l´"idea-forza", nel guazzabuglio di suggestioni che non riescono a razionalizzare, come se nell´Italia della «convegnite» si agitassero inquieti i fantasmi usciti dai sarcofaghi un anno fa a Vicenza. Del «Sogno delle Riforme», tema del convegno esaltato da Colaninno attraverso l´immagine del logo, una donna antica e una moderna, poco sanno e sembra che ancora meno vogliano sapere i plaudenti giovani un po´ storditi. Poi Luca Cordero di Montezemolo, in pregevole veste pompieristica, che prima incendia all´assemblea nel Parco della Musica, poi spegne.

      Spegne, in un crescendo di abilità diplomatico-lessicale che ormai nell´oratoria ne fa un campione internazionale. Dovesse licenziarlo la Fiat, può fare il conferenziere al livello di Kissinger e Clinton, a 250mila dollari a intervento. Infine, il vero spettacolo, i giovanotti imprenditori in gessati tutti eguali, con spacco della giacca, centrale all´americana, le giovanotte in tubini attillati e scosciati, i Suv, le Porsche. Per le loro opinioni, se davvero ne hanno, non vale più l´applausometro. Come si fa ad applaudire la relazione del presidente Matteo Colaninno, un pregevole trattatello sulla società aperta, la burocrazia debordante, le nuove province che nascono per partenogenesi, le comunità montane sotto il livello del mare, la politica politicante, e poi tributare un´ovazione a Fini che difende contro Bersani, che almeno a disboscare ci prova, il Pubblico Registro Automobilistico, uno di quei topos delle burocrazia italica, che questi giovanotti a parole vorrebbero abbattere a cannonate? In America – quelli dei Suv lo sanno benissimo – si va, si compra la macchina che si vuole, senza pubblici registri, senza notai. Cos´è allora l´ovazione a Fini che, vecchio statalista, difende il Pra? Capisce questa platea ciò che dice Montezemolo, ciò che dice il loro presidente Colaninno o, peggio dei padri, è intrisa di qualcosa che non è neanche definibile tecnicamente come ideologia? E forse la vuota sindrome dello spettacolo, la sindrome di una generazione allevata a latte e tivù, cui la serietà venata di bonomia di Bersani non basta? Per certi versi hanno persino ragione nella loro logica pre-politica. Dice Bersani: l´azione del governo nel caso Visco è stata limpida. Ma Bersani non capisce che a questi non basta dire: mercoledì spiegheremo tutto. Lo spettacolo richiede che oggi, qui e subito, il ministro che Fini rigetta come coautore di «porcate» dica se il generale Speciale è un ufficiale e un gentiluomo o se è un generale fellone. Mercoledì sarà tardi per la società dello spettacolo, difficilmente le centinaia di giovani imprenditori gessati che si sono spellati le mani per Fini e per il generale Speciale sapranno che la Guardia di Finanza è stata terra di conquista della destra, che uno degli antichi comandanti, il generale Luigi Ramponi, da quella poltrona passò ai Servizi Segreti e poi in Parlamento per Alleanza Nazionale. Un centro di potere senza pari. Utilizzati sempre con le regole democratiche? Militari "umiliati", come dice Fini? Brutte parole, non tornerà mica il "rumor di sciabole?"

      Ma chi gliele racconta più la verità ai giovanotti imprenditori? Sanno, per dire, cosa alcuni settori della Guardia di Finanza, sotto il comando del generale Speciale, hanno fatto nel quinquennio berlusconiano, fin da quando il ministro commercialista Giulio Tremonti batteva le province del Nord, minacciandone l´uso tosto con gli imprenditori riottosi? Cosicché ieri, a parte un Mario Segni che torna a vivere passionale con l´odore di referendum, l´unico vero protagonista è stato Montezemolo. Altro che antipolitica. L´uomo ha la politica nel sangue. E riuscito persino a fare, dignitosamente, «autocritica», pur respingendo la parola che richiama i tempi di Mao. Mentre Rocco Buttiglione vagava stralunato tra Vincenzo Cuoco e la rivoluzione messicana del 1911, Luciano Violante spiegava tecnicamente la riforma elettorale a una platea che, a occhio e croce, conosce a malapena la differenza tra Camera e Senato, e Roberto Maroni, misurato e senza fazzolettino verde, difendeva l´orticello pedemontano, lui tentava di fare politica. Ma è questa poi la politica? Con Bersani che scopre a sue spese che le liberalizzazioni non pagano in termini di popolarità, con i giovani imprenditori vogliosi di liberalizzazioni che ragionano come tassisti, con un ex vicepresidente del consiglio aggressivamente goliarda, il quale al ministro che rivendica di non essere stato con le mani in mano replica: «Sì, le avete messe nelle tasche degli italiani», meritando l´applauso – incredibile per la banalità – dei gessati?

      Per questo svetta Montezemolo, che invita i giovanotti a «lasciar fuori la pancia», che cita Baffi («Chi era costui? – chiede, poverina, vicino a noi una giovane imprenditrice), che soprattutto esorta i giovani: «Guardiamo un po´ in casa nostra, i nostri problemi non sono tutti fuori dell´azienda, sono anche in casa nostra. E´ giusto che siamo orgogliosi, ma anche che ci prendiamo le nostre responsabilità. E che la politica resti fuori dalle nostre aziende, come dice Marchionne, che ha salvato la Fiat».

      Basta col «cinismo dell´antipolitica» e con il «qualunquismo, che si faccia un accordo su poche, fondamentali cose, cose che non sono né di destra, né di sinistra». Basta col «cinismo dell´antipolitica», scandisce ancora. Forse, un assist a Prodi, se saprà coglierlo domani, nella stagione pre-estiva della convegnite, al festival dell´economia di Trento, dove forse ha l´ultima occasione per ruggire veramente. Se sa farlo.