Confindustria: «Non toccare la legge 30»

30/03/2007
    venerdì 30 marzo 2007

    Pagina11 – CAPITALE & LAVORO

    La Confindustria: «Non toccare legge 30 e contratti a termine»

      Via al tavolo Ieri il primo incontro governo-parti sociali sul mercato del lavoro. Fammoni (Cgil): «L’esecutivo s’impegni contro la precarietà»

        Sara Farolfi

        La partita vera si giocherà dopo Pasqua. Quando dalle parole si dovrà passare ai fatti. Seduti al tavolo di concertazione aperto ieri a Palazzo Chigi sui temi del welfare e del mercato del lavoro, i convitati (governo e parti sociali) hanno ribadito le rispettive posizioni. Ma come in ogni partita che si rispetti, ogni mossa ha la sua importanza. Almeno per indicare la piega che il gioco prenderà.

        Rinviato a data da definirsi il discorso «pensioni», le posizioni restano distanti anche in materia di mercato del lavoro. E questo, sia detto per inciso, nonostante l’atmosfera conviviale che pare si respirasse, tra ammiccamenti di fortuna e provvidenziali omissis. Ieri insomma si è dato un occhio al menù. Aspettando l’ora del pasto, prima di lasciarsi andare ai commenti.

        Naturalmente la legge 30 non è neppure stata nominata. Ci mancherebbe, al tavolo erano seduti governo, sindacati e Confindustria. Il ministro del Lavoro, Cesare Damiano ha centrato la discussione sulla riforma degli ammortizzatori sociali, e questo ha riscosso il plauso di tutti i presenti. «Vogliamo portare le tutele a livelli europei» ha esordito Damiano. Più in generale l’obiettivo sarebbe quello di «migliorare le tutele per i giovani, le donne e gli over 50, adeguando anche le pensioni più basse». Allo studio ci sarebbe l’innalzamento dell’indennità di disoccupazione, ma anche i contratti di solidarietà, la Cassa integrazione autofinanziata e il sostegno al reddito per il lavoro discontinuo e temporaneo. Mancava però il tesoriere e i conti senza l’oste, si sa, difficilmente tornano. Cgil, Cisl e Uil, come anche Confindustria, hanno chiesto certezza sulle risorse per varare una riforma che costerebbe, secondo alcune stime, almeno due miliardi di euro. «Delle risorse necessarie, se ne parlerà al momento opportuno», ha tagliato corto il ministro Damiano.

        Sulla riforma del mercato del lavoro, Damiano si è tenuto sul generico, limitandosi a ribadire «la necessità di rendere più conveniente il lavoro stabile». Che fare dunque dei contratti a tempo determinato? Maurizio Beretta, direttore generale di Confindustria è più che esplicito: «Siamo contrari a qualsiasi revisione dei contratti a termine, va contrastata l’idea che al di fuori del tempo indeterminato tutto il resto sia prateria». «Questi contratti – ha detto invece Giorgio Santini, segretario confederale Cisl – rappresentano un punto critico quando si procede con continue proroghe». Fulvio Fammoni, segretario confederale Cgil, si dice comunque complessivamente soddisfatto: «Dire che si intende privilegiare il lavoro stabile e contrastare perciò le forme di legge non coerenti è un passo importante – dice – Poi è chiaro che il tutto sarà da declinare in fatti concreti». Insomma, li rivedremo dopo le feste. E forse al governo non basterà il ramoscello d’«ulivo».