Confindustria: Nella corsa alla presidenza la Fiat non sta più a guardare

06/10/2003

 

 lunedì 6 ottobre 2003
Pagina 31 – Economia
CONFINDUSTRIA
Nella corsa alla presidenza la Fiat non sta più a guardare
          I poteri forti sono ancora in posizione d´attesa ma presto il gioco delle candidature entrerà nel vivo
          Superata la fase più difficile della crisi il Lingotto vuole tornare a contare al vertice di viale dell´Astronomia
          Tutti aspettano la discesa in campo di Montezemolo, che avrebbe i numeri per vincere e il sostegno dei "big" dell´economia italiana
          Cresce anche la candidatura di Guidi, mentre Gianmarco Moratti resiste al pressing del centro-destra che lo vorrebbe vedere in campo

          SALVATORE TROPEA

          TORINO – La mattina di giovedì 26 maggio 1988, quando nell´auditorium di Viale dell´Astronomia era ormai chiaro che i numeri giocavano a favore di Sergio Pininfarina come nuovo presidente della Confindustria, prese la parola Piero Pozzoli, leader dei giovani imprenditori, sanguigno e appassionato contestatore. Partì a testa bassa contro i «saggi», ai quali rimproverò di essersi appiattiti su una scelta fatta dalla Fiat. «Pininfarina è persona perbene, un imprenditore con una storia alle spalle», commentò Gianni Agnelli. Nel doppio mandato l´ingegner Sergio confermò il giudizio dell´Avvocato.
          Primo contribuente della Confindustria e con in mano il controllo di numerose organizzazioni territoriali, da sempre la Fiat ha avuto gran peso nella scelta dei presidenti, nel senso che non era solo determinante ma determinava. Quando i «saggi» venivano per sondare gli umori di Torino ripartivano avendo un´idea abbastanza chiara di chi sarebbe stato il candidato con maggiori chances di successo. Raramente c´erano sorprese. Fino alla primavera di quattro anni fa, quando Carlo Callieri, candidato del Lingotto, venne clamorosamente battuto da Antonio D´Amato. La Fiat di Fresco e Cantarella era stata sconfitta da chi aveva forse letto i sintomi della sua crisi e da una situazione politica nazionale non più in sintonia con i poteri forti. Tra la Fiat e la Confindustria seguirono due anni di un silenzio assai prossimo all´ostilità, culminati in uno scontro quasi aperto sull´articolo 18. Poi, all´inizio di questa estate, Umberto Agnelli e Giuseppe Morchio sono entrati nella giunta di Confindustria il primo per «rango», il secondo per elezione. E da qui bisogna partire per capire il ruolo che i cosiddetti poteri forti avranno nella scelta del futuro presidente di Confindustria. «La nostra attenzione oggi è concentrata sulla crisi e su come superarla», ripetono al Lingotto. Questo valeva forse un anno fa, oggi la Fiat in risalita sa che il problema della Confindustria non si può ignorare. E si sta attivando.
          Non sarà come ai tempi dell´Avvocato ma Torino è tornata ad essere un punto di riferimento importante. Senza eccessivo rumore. Oggi il Lingotto è nella situazione di chi aspetta proposte concrete per poter decidere, ma Agnelli e Morchio una qualche idea se la sono fatta. Non staranno a guardare. Al momento giusto proveranno a tessere qualche alleanza, con la consapevolezza di chi sa che i tempi sono cambiati: ci sono vasti settori dell´imprenditoria, a partire dal Nord Est, che si muovono con un´autonomia sconosciuta fino a dieci anni fa. «Ma questa volta la partita si giocherà tra Torino e Milano» assicura un industriale che in passato ha fatto parte della terna dei «saggi».
          Candidati graditi? A Torino circolano gli stessi nomi che da settimane compaiono, tra smentite più o meno convinte, sui giornali: Luca Cordero di Montezemolo, Andrea Pininfarina, Giancarlo Cerutti. Si dice che il Lingotto sia equidistante rispetto a questa terna ma non è così. La Fiat aspetta che siano i candidati a chiarire la loro posizione. L´attenzione è puntata sul presidente della Ferrari che in questi giorni dovrebbe sciogliere la riserva circa la sua disponibilità. Fino a quando non lo farà, Pininfarina si terrà in disparte: almeno così avrebbe confidato ad alcuni suoi sostenitori. Cerutti s´è imbattuto di recente in una campagna di stampa che probabilmente ha stemperato il suo entusiasmo. I suoi legami, indiretti, con il presidente della Fiat sono peraltro buoni.
          Per diverse ragioni il Lingotto sa che questa volta non può perdere e allora deve giocare sul cavallo vincente. Il «gruppo di Maranello», come vengono definiti quelli che fanno la campagna per Montezemolo, sulla carta ha già i numeri per eleggere un presidente. Ma il candidato vuole garanzie e queste possono fornirle soltanto quei poteri forti che non saranno più quelli di una volta ma contano ancora. A cominciare proprio dalla Fiat. Di Marco Tronchetti Provera si dice che è pronto a sostenere un candidato antidamatiano. Non è schierato ma da come evita i convegni dell´attuale Confindustria è difficile che accetti un uomo vicino a quel mondo. Al momento giusto farà le sue mosse, con cautela: dopotutto, ha un business che dipende dalla politica e deve tenere d´occhio chi governa e chi potrebbe governare.
          Se Berlusconi potesse farlo probabilmente nominerebbe Antonio D´Amato presidente a vita. Nell´impossibilità dicono si accontenti di Guidalberto Guidi, che avrebbe il sostegno del milieu di Fininvest. Dopo il «tradimento» di Nicola Tognana e l´appannamento di Cerutti, la candidatura di Guidi è la carta che vorrebbe giocare D´Amato e che, tutto sommato, salvo forse qualche riserva da parte di Tremonti, potrebbe essere gradita all´imprenditoria di centro-destra anche se con forti defezioni nel Nord Est. Il candidato ideale del Polo sarebbe Gianmarco Moratti, che dagli ambienti governativi e da quelli della stessa Confindustria negli ultimi due-tre mesi ha ricevuto pressioni. Ma lui non vuol saperne.
          È di questi giorni, poi, l´apertura di D´Amato all´Enel. È una mossa che viene letta anche in chiave di successione. Lo statuto confindustriale non mette sullo stesso piano pubblici e privati ma Enel, Eni, Alitalia e Ferrovie, che pure pagano i contributi, possono avere la loro influenza. Così come ce l´hanno indirettamente le banche. Galateri, Profumo, Passera e il torinese Enrico Salza non sono indifferenti ai destini di Viale dell´Astronomia. Non votano ma sono quelli che prestano i soldi a chi vota. E tra loro non si contano molti sostenitori dell´attuale presidente.
          Cesare Romiti: in altri tempi è stato il gran manovratore. Vorrebbe esserlo anche oggi, ma è inutile dire che il suo peso non è quello che aveva quando l´Avvocato lo stoppò a Torino dicendo «il dottor Romiti serve di più qui» e impedendogli di accettare la candidatura a presidente di Confindustria. Forse neppure quello che aveva quando organizzò la campagna vincente di D´Amato contro il candidato di Torino Callieri. E per fare il king maker bisogna pur avere qualcosa di più della Rcs. Probabilmente basterebbe qualche anno in meno.
          (3 – fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 22 e il 28 settembre)