“Confindustria” Montezemolo, un politico da inventare

29/03/2007
    giovedì 29 marzo 2007

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    MONTEZEMOLO 2. Un politico da inventare

      di Jacopo Tondelli

        L’ appoggio dei big, il gelo delle pmi
        L’ago della bilancia è in Via Solferino

          Qualche parola di troppo, sulle sue aspirazioni politiche, Luca Cordero di Montezemolo se l’è lasciata scappare davvero. Magari in momenti di amicale intimità, o al riparo delle stanze ovattate che perfino nel paese dei Corona paiono inviolabili: sta di fatto che la voce del suo maturo innamoramento per la politica “politicata” corre ormai da un pezzo e, ampiamente bucati i muri della politica stessa, è passata di bocca in bocca, e di livello in livello dall’alto in basso, lungo le catene del business, dell’imprenditoria, della finanza, dei top management. Insomma, lungo le linee della “sua” Confindustria. A settembre inizierà infatti il “semestre bianco”, i sei mesi che precedono il rinnovo delle cariche e per consuetudine ormai radicata sono dedicati alla campagna elettorale. E la prossima primavera, tra un anno esatto, Luca Cordero di Montezemolo sarà un ex presidente di Confindustria. È in questo contesto di fine mandato, dicevamo, che Montezemolo ha iniziato a lasciar correre la sua aspirazione alla politica: non un obiettivo chiaro, determinato e a cui sta lavorando a tutta forza, per carità, ma piuttosto una prospettiva cui lavora per essere pronto se e quando si creeranno condizioni diverse. Le smentite arrivano sempre puntuali, ma intanto la voce corre e consente di sondare gli umori di ritorno, o i feedback, come si dice nei briefing confindustriali. Tramontata in pochi giorni una crisi di Prodi arrivata troppo presto, che ha rischiato di cadere come una gelata sulla serra montezemoliana e in generale su qualunque ipotesi di candidatura che potrebbe essere gradita agli stessi ambienti (vedi Monti), il tempo di riorganizzarsi per farsi trovare pronto ad ogni evenienza, è ovviamente già iniziato.

          Ora, il bacino di partenza naturale per una “discesa in campo” del pluripresidente di Fiat sarebbe la sua Confindustria dove, ad oggi, continua a godere di considerazione alterna. È forte, Montezemolo, di una serie di alleanze consolidate ma controbilanciate da avversari ormai storici, popolare nella base meno partecipe alla vita associativa soprattutto grazie al “modello Ferrari”, ma resta indigesto alle pmi del nord ben rappresentata dai fischi di Vicenza. Tra queste ultime, spina dorsale dell’economia transpadana, e dell’elettorato leghista-forzista e moderato su cui un Montezemolo politico dovrebbe per forza di cosa puntare, la popolarità del presidente è stabile. E non proprio siderale.

          I suoi alleati naturali, tuttavia, stanno tra i frequentatori delle stanze dei bottoni e dei patti di sindacato che pesano, e non è difficile individuare in Diego Della Valle il suo primo e più sicuro supporter, al netto delle alleanze nel business che li uniscono. Nel mondo bancario, data per certa e incolmabile la distanza tra il futuribile partito di Montezemolo e l’Intesa SanPaolo guidata da Giovanni Bazoli, e assodato ormai lo standing anglosassone di Unicredit, la discesa in campo di Montezemolo non lascerebbe indifferente una banca pervasiva e “di sistema” come Capitalia, su cui pendono tuttavia incognite legate al futuro del gruppo. In ogni caso, nessuno potrebbe dubitare che il “partito di Montezemolo” avrebbe il problema del fund raising, o della costruzione di appoggi di peso tra i “poteri forti”. Resterebbe intatto, tuttavia, il problema principale: quello del consenso, in un momento in cui – osserva acutamente qualcuno – i ceti produttivi e la pancia moderata del paese non sentono l’urgenza di un demiurgo, come nel 1994, e a questo bipolarismo instabile si sono tutti bene o male abituati.

          Il consenso, già. Anche questo, tuttavia, per Montezemolo potrebbe non risultare un problema insormontabile, gettando un occhio al grande risiko dei media e delle tklc che si avvia alla stretta decisiva. Il risultato della partita Telecom, infatti, avrà molto da dire sui nuovi equilibri del Corriere della Sera. Una vittoria di Intesa Sanpaolo su quel che resta del tronchettismo, ridisegnerebbe probabilmente un Corriere più bazoliano. Ma un risultato diverso, con l’asse Mediobanca-Capitalia-Generali) alla vetta della nuova Telecom, porterebbe a un Corriere in cui l’odierno nucleo trainante (con Fiat e Della Valle in cordata) uscirebbe rafforzato, e la fine dell’epoca Mieli si porterebbe a una transizione assai soft. Con La Stampa per definizione dalla sua, e un Corriere pronto a schierarsi al suo fianco, a garantire una pluralità di racconto alle prospettive politiche resterebbero, ancora una volta l’Ingegner De Benedetti, e Silvio Berlusconi