Confindustria: la fronda delle provincie (A.Statera)

16/05/2007
    Supplemento Affari & Finanza
    di lunedì 7 maggio 2007

      Pagina 11 – Primo Piano

      Oltre il giardino

        Confindustria, si riaccende
        la fronda delle provincie

          di Alberto Statera

          Giovedì 24 maggio, novantaduesimo anniversario della dichiarazione di guerra dell’ Italia all’ AustriaUngheria, Luca Cordero di Montezemolo terrà nel tempio veltroniano del Parco della Musica la penultima relazione da ventiseiesimo presidente della Confindustria. E ancora una volta non sarà una passeggiata per l’ ex ragazzo che al ginnasioliceo Mameli di Roma era stato ribattezzato da Enrico Vanzina "Spigolo", non per carenza delle già nascenti capacità diplomatiche, ma perché terribilmente magro e ossuto. Gli effetti dell’ annus horribilis cominciato a Vicenza il 18 marzo 2006, con Berlusconi sciatalgico che saltava tarantolato sul palco incitando gli imprenditori osannanti "a lavorare di più e a venire meno in Confindustria", sono tutt’ altro che spenti dopo un anno di governo Prodi. Non sono bastate a placarli le bacchettate che Montezemolo non ha risparmiato al premier "troppo rosso", ripetutamente dichiarandosi "non di centrosinistra" e sacrificando le testa degli amici Innocenzo Cipolletta e Diego Della Valle, considerati troppo intrinseci al prodismo. Nell’ ultima riunione di Giunta il presidente ha avuto il solo voto contrario del suo predecessore Antonio D’ Amato, che nessuno ricorda con rimpianto, ma l’ unanimismo sembra più di facciata che reale rispetto al maggio del 2004, quando fu eletto con una maggioranza bulgara del 98,5 per cento. E soprattutto non rispecchia i sentimenti di molte associazioni territoriali e dei piccoli, che lo percepiscono come espressione dei "grandi" e dei "forti", come interlocutore troppo flessibile dell’ odiata politica romana, nella quale è sospettato di voler "scendere" in prima persona.

          "Sarò il presidente di tutti", aveva proclamato Montezemolo all’ atto dell’ elezione. Promessa impossibile da mantenere, perché il tessuto industriale di questo paese è disomogeneo per dimensioni, per settore, per territorio. E perché le riforme, da Pirelli in poi, non sono riuscite a trasformare un insieme di associazioni imprenditoriali in un sistema integrato. Anzi, via via è andato accentuandosi il distacco tra periferia e centro, con l’ accusa a Roma di mantenere un corpaccione elefantiaco, che nessuno sa esattamente quanto costa e che serve soprattutto alla nomenklatura, ai "professionisti confindustriali", come li chiamava Gianni Agnelli, per far "passerella" e trovare posti e prebende.

          A onor del vero Montezemolo non solo alcuni risultati "politici" li ha ottenuti, tra l’ altro con la riduzione del cuneo fiscale e, all’ interno, con la quotazione in Borsa del "Sole 24 Ore", ma ha persino tentato di snellire la struttura tagliando consulenze, spese di rappresentanza, servizi interni. Ciò che a molti non basta, tanto che qualcuno, come il veneto Ettore Riello, tra l’ altro consigliere d’ amministrazione della Palladio Finanziaria che con l’ operazione Hopa ha appena dato un dispiacere a Giovanni Bazoli, medita di lasciare la Confindustria: "Mi siringa 150 mila euro l’ anno ha detto e non ho ancora capito cosa mi dia in cambio". Anche sostenitori di Montezemolo, come Mario Carraro, confidano che dei costosi servizi confindustriali le loro aziende possono tranquillamente fare a meno.

          Giovedì 24 maggio, anniversario dell’ entrata in guerra dell’ Italia, nell’ Auditorium Parco della Musica il presidente quasi uscente avrà schierata di fronte la pattugliona dei possibili candidati alla sua successione, più di una squadra di calcio con le riserve: si va da Alberto Bombassei, Andrea Pininfarina e Andrea Moltrasio, fino a Guidalberto Guidi, Giancarlo Cerutti, Andrea Riello, Giorgio Squinzi e Nicola Tognana; Emma Marcegaglia, Anna Maria Artoni e Diana Bracco sono in campo, se prevarrà la tentazione rosa.

          "Adesso voglio vedere cosa farà Luca da grande", sibilò Gianni Agnelli quando con Montezemolo vicepresidente esecutivo, la Juve rimase fuori da tutte le coppe europee. Chissà se stavolta ce lo anticiperà.

            a.statera@repubblica.it