“Confindustria” La discesa in campo (M.Giannini)

25/05/2007
    venerd� 25 maggio 2007

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      La discesa in campo

        Massimo Giannini

          L�ultima relazione da presidente di Confindustria, la prima prolusione da leader di partito. Non c�� bisogno di scomodare Giambattista Vico e la teoria dell�eterogenesi dei fini, per capire che il discorso di Luca di Montezemolo ha l�ambizione, l�orizzonte e il respiro di un manifesto politico. Un bel discorso, sia chiaro. Solido, ben costruito, ben argomentato. Ma appunto, un discorso assai poco �economico�, come si converrebbe a un corpo intermedio che d� voce al ceto produttivo. E invece autenticamente �politico�, come confermano le numerose incursioni in tutti i campi solcati dalla modernit�: le riforme istituzionali e l�immigrazione, la legge elettorale e il terrorismo, la scuola e le relazioni transatlantiche. Un discorso che riflette un pantheon culturale in cui non sono citati Adam Smith o Milton Friedman, ma Winston Churchill e Tony Blair.

          � difficile non condividere l�analisi di Montezemolo. La sua rivendicazione orgogliosa del ruolo delle imprese, che in questi anni hanno reagito all�ineluttabilit� del declino. Soprattutto la sua requisitoria spietata contro tutti i vizi e i vezzi della partitocrazia. Il suo atto d�accusa impietoso contro il Palazzo che a poppa �prende il sole e litiga�, mentre a prua l�Impresa rema e fatica per far camminare la nave. La sua condanna esplicita a un sistema politico che non sa modernizzare il Paese, ma che in compenso rappresenta �la prima azienda italiana con quasi 180 mila eletti�, e costa quasi 4 miliardi di euro.

          La diagnosi sui mali endemici della nazione � indiscutibile. Intercetta e amplifica quel sentimento sempre pi� diffuso nella societ� italiana, che abbiamo ribattezzato come �la crisi della politica�. Registra e spiega quel distacco sempre pi� profondo tra gli elettori e gli eletti, che produce stanchezza del presente e sfiducia nel futuro. Con un�astuta miscela di verit� oggettive e di sfumature demagogiche, Montezemolo punta il dito contro un bipolarismo malato, che litiga ma non amministra, e contro un parlamentarismo esasperato, che parla ma non decide.

          Non sono forse questi i problemi di cui si lamenta non solo l�establishment economico, quando vive sulla propria pelle l�inefficienza delle pubbliche amministrazioni, ma anche la gente comune, quando fa la fila alla posta o fa colazione al bar? Non sono forse questi i disastri nei quali ormai si rispecchia la stessa nomenklatura, quando discute inutilmente dei problemi che essa stessa ha creato o non sa risolvere, dalla vergogna delle liste elettorali bloccate allo scandalo umiliante dei rifiuti ammassati in Campania? I doveri e i meriti: non sono forse questi, oltre che riferimenti impliciti al pragmatismo vincente di un Sarkozy, anche i bisogni reali avvertiti dai giovani nel nostro sistema universitario e nel nostro mercato del lavoro?

          Montezemolo cavalca con destrezza lo Zeitgeist, lo spirito di questo tempo inquieto e disincantato. Sfiora pi� volte il crinale del qualunquismo, ma senza mai cadere in quel baratro, grazie a qualche �clausola di salvaguardia�. Boccia i due poli, ugualmente impauriti dal cambiamento. Mena fendenti sul centrosinistra, ma si premura di dare atto a Prodi �di non aver mai messo in discussione� il taglio del cuneo fiscale. Lamenta l�insostenibilit� di una pressione fiscale che fa delle imprese italiane le pi� tartassate d�Europa, ma denuncia un�evasione fiscale altrettanto intollerabile per un Paese civile. Condanna i privilegi degli apparatciki, ma si affretta a negare �ogni generica accusa contro la politica e il professionismo politico� e a prendere le dovute distanze dal �cinismo dell�anti-politica�. Insomma, nel suo discorso si percepisce almeno lo sforzo di mantenersi in equilibrio, tra la condanna esplicita delle inadeguatezze del sistema e la rinuncia implicita a puntare direttamente al suo collasso.

          Detto tutto questo, c�� pi� di un equivoco da chiarire. Intanto almeno un merito, al governo in carica, andava riconosciuto: il risanamento dei conti pubblici, in un solo anno, non era facile n� scontato, ed � la premessa irrinunciabile per qualunque azione di rilancio dello sviluppo. Ha fatto male Montezemolo a tacerlo, e ha fatto bene Bersani a ricordarlo. E poi il processo alla �casta� sconta un limite evidente. Il �pubblico ministero� che lo istruisce rappresenta, a sua volta, un�altra �casta�. Non meno coinvolta dalla crisi di rappresentanza e dal �vuoto morale� di cui soffre la politica. � una fortuna che siano ormai lontane anni luce le confindustrie arrabbiate, corporative e lobbistiche, di Fossa o di D�Amato, mentre quella di Montezemolo si ripropone come organismo di una rappresentanza generale, non esaurisce la sua missione nel rivendicazionismo �di classe�, e torna ad alllargare il suo orizzonte al Sistema Paese. Ma se davvero Confindustria vuole essere �classe generale�, ed ha la pretesa di parlare per il �tutto� pur rappresentando solo una �parte�, non pu� non vedere l�abisso dei molti errori che, a sua volta, ha compiuto e continua a compiere. Dov�erano gli imprenditori, mentre il sistema delle scatole cinesi rendeva sempre pi� asfittico il mercato finanziario, mentre il malaffare prosperava in Cirio e Parmalat, mentre Telecom affondava nei debiti e metteva in piedi la pi� pervasiva rete di spionaggio dell�Occidente? Dov�erano gli imprenditori, mentre nei 5 anni di legislatura berlusconiana si faceva strame delle regole elementari della democrazia, a colpi di conflitto di interessi e di leggi ad personam, e si approvava a maggioranza un�abominevole riforma elettorale, pensata solo per rendere ingovernabile il Paese?

          Ribellarsi � giusto, diceva Lenin. Ma c�� un limite. A meno che il �ribellismo� non alluda o non preluda a qualcos�altro. Se la puntuale disamina di Montezemolo sul rapporto destra/sinistra � stata solo una citazione post-ideologica, utile a ridefinire secondo nuovi paradigmi il discrimine che separa e deve sempre separare i due schieramenti, allora non c�� nulla da obiettare. Ma tutto cambia se invece il suo progetto mira a qualcos�altro. E qui le opzioni possibili sono almeno tre. C�� l�ipotesi che si tratti di un progetto terzaforzista, che punta ricostruire un centro autonomo e a rilanciare la logica andreottiana e antistorica dei due forni. C�� l�ipotesi che si tratti della piattaforma programmatica di un potenziale �governissimo�: il partito democratico pi� un pezzo di Cdl, tagliando fuori le ali estreme da Rifondazione alla Lega, indicate chiaramente come la palla al piede che paralizza l�Italia e la trasforma nel Paese dei veti incrociati. C�� infine l�ipotesi che si tratti dell�ultimo avviso di sfratto all�attuale �governicchio�: continuate cos�, e sarete spazzati via dallo tsunami dell�anti-politica, dalla quale emerger� un capo-popolo, o meglio ancora un��lite tecnocratica, capace di ricostruire la trama interrotta del cambiamento.

          Nell�ambiguit� politica del suo messaggio, da ieri Montezemolo pu� essere una risorsa spendibile per ognuno di questi tre sbocchi possibili. Gi� si considera (anche lui, come Mario Monti e chiss� chi altri) una �riserva della Repubblica�. Pronta all�uso (o all�abuso) di una sua presunta e ancora indimostrata �funzione istituzionale�. Eppure, in una democrazia degna di questo nome, chi si vuole misurare in politica lo fa passando dal basso del verdetto dell�urna, non dall�alto di un�autoinvestitura tecnocratica.

          In questo Paese anormale la �supplenza� resta sempre in agguato. E la colpa, stavolta s�, � interamente della politica. Una politica debole, afona, disarmata. A destra, dove Berlusconi si limita a ripetere il grottesco refrain di Parma (�il programma di Montezemolo � il nostro programma�) fingendo di non vedere che l�onda vagamente populista che il leader confindustriale cavalca � una minaccia anche per lui. Ma soprattutto a sinistra, dove troppi leader si spaventano di fronte a qualunque applauso, si inchinano a qualunque piazza. Si dichiarano �in ascolto� di tutto: il Family Day e il corteo dei pensionati, la piazza dell�orgoglio laico e la �frustata� confindustriale.

          Come il Re di un vecchio racconto di Italo Calvino, che rinchiuso nel suo castello tende l�orecchio ovunque, per cogliere il minimo segnale dell�incombente complotto, dell�imminente tracollo del regno. Senza comprendere che proprio quell�ascolto disperato, e quel silenzio impotente, sono la premessa della sua rovina. Mentre ci sarebbe ancora il tempo per dire qualcosa, magari anche �di sinistra�. E per far valere le ragioni della buona politica, che restano la risposta migliore alla crisi della politica.